Palomar e il suo doppio. Questo blog e i suoi lettori

Albrecht Dürer, Il disegnatore della donna sdraiata, 1538, immagine voluta da Italo Calvino per la copertina di “Palomar” (1983)

La scelta del nome  di questo blog rimanda non solo alla potenza telescopica installata presso l’Osservatorio di San Diego, ma forse più propriamente al personaggio di  Italo Calvino. Nella introduzione al suo libro dall’omonimo titolo, l’autore ritorna sul suo percorso creativo e chiarisce quindi le sue intenzioni:

“La prima idea era stata di fare due personaggi: il signor Palomar e il signor Mohole. Il nome del primo viene da Mount Palomar, il famoso osservatorio astronomico californiano. Il nome del secondo è quello di un progetto di trivellazione della crosta terrestre che se venisse realizzato porterebbe a profondità mai raggiunte nelle viscere della terra. I due personaggi avrebbero dovuto tendere, Palomar verso l’alto, il fuori, i multiformi aspetti dell’universo, Mohole verso il basso, l’oscuro, gli abissi interiori. Mi proponevo di scrivere dei dialoghi basati sul contrasto tra i due personaggi, uno che vede i fatti minimi della vita quotidiana in una prospettiva cosmica, l’altro che si preoccupa solo di scoprire cosa c’è sotto e dice solo verità sgradevoli… Solo alla fine ho capito che di Mohole non c’era alcun bisogno perché Palomar era anche Mohole: la parte di sé oscura e disincantata che questo personaggio generalmente ben disposto si portava dentro non aveva alcun bisogno di essere esteriorizzata in un personaggio a sé… Rileggendo il tutto, m’accorgo che la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: “Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”

E’ un brano programmatico, come si vede. Ed è un brano che aiuta a ragionare su ciò che questo blog vorrebbe essere.  Ci siamo ripromessi di spingere il nostro sforzo di analisi e la nostra visione  verso luoghi ancora inesplorati, sperimentando nuovi temi e nuovi modelli comunicativi. Ma siamo così sicuri di poter sempre dare il meglio? Con una certa ingenuità in uno studio che si trova su Internet il protagonista del romanzo pubblicato da Calvino nel 1983 è così descritto: “Palomar, in cui riconosciamo  lo stesso Calvino, è un personaggio emblematico, che di fronte ad una realtà sempre più complessa e convulsa, in frenetica trasformazione, si sforza e si ostina a cercare in ogni evento del reale un principio regolatore”. Avremmo allora a che fare con una sorta di specchio senza residui, uno strumento che pretende di riflettere l’esperienza reale del mondo e delle persone. Esiste qualcosa di simile? Esiste nei sogni degli scrittori. Calvino non si è lasciato prendere dal miraggio. Di fronte a Palomar, l’ossevatore iperlucido, ha posto Mohole, l’uomo del sospetto e dello scavo. E poi ha pensato che l’una come l’altra sono ipotesi estreme. Nella realtà l’uomo del sospetto e dello scavo vede anche la superficie e l’osservatore attento dei fenomeni più comuni si interroga sui significati nascosti, sulle trame sotteranee, sulle cause profonde. Alla fine il punto di vista più produttivo non è facile da individuare. Per quanto possa essere animato dalle migliori intenzioni anche l’osservatore più onesto è esposto al rischio dell’errore, e anche a volte dell’errore grossolano. E’ capitato ai più grandi, a Hegel quando parlava dei pianeti, ai classici dell’economia quando tentavano di rappresentare il mercato, a Gramsci quando ha creduto di intravedere la società regolata del futuro. Allora qualsiasi promessa è resa vana dalla difficoltà del compito. C’è un modo per sfuggire alla vana pretesa di poter “trovare in ogni evento il principio regolatore”. I marxisti una volta nutrivano questa illusione e hanno dovuto fare i conti con le feroci repliche della storia. Il segreto sta nel mantenere una buona capacità di ascolto e di confronto. Nel non attenersi troppo facilmente a una versione sola. Sì, è vero, l’uomo di azione deve poter procedere in base a un quadro definito della realtà con cui si misura. E al dunque bisogna scegliere. Ma senza perdersi negli spazi eterei dell’accademia c’è modo di attenersi a delle certezze provvisorie e, su quella base, aprire il dialogo con gli altri, i diversi, gli eterogenei. E’ quello che i partiti per ora non sanno più fare, sono troppo autoreferenziali e, se non cambiano, potrebbero pagare caro questo vizio acquisito. Noi guardiamo a Gramsci come a un maestro. E Gramsci, in un certo senso, era uno, nessuno e centomila. Ha scritto le sue cose più belle in prigione, in uno stato atroce di solitudine, separato anche dai suoi stessi compagni di sventura. Ma non era solo, dialogava con il mondo, aveva le sue antenne e i Quaderni replicano di volta in volta agli interlocutori più diversi, da Bucharin a Croce, a Umberto Cosmo e anche a un certo Bessarione, che era poi Stalin.  Noi non siamo in prigione, giriamo liberi per il mondo, ma abbiamo bisogno di voi che ci leggete e che potreste aver voglia di trasmetterci la vostra approvazione, o le vostre critiche o addirittura la vostra contrarietà. Noi speriamo di esservi utili. Voi ci siete necessari. Altrimenti non andremo lontano, questo è certo.

Giovanni Carpinelli

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