Hannah Arendt, La politica in tempi bui

«Tutti i fatti possono essere cambiati e tutte le menzogne rese vere. La realtà è diventata un agglomerato di eventi in continuo mutamento e di slogan in cui una cosa può essere vera oggi e falsa domani». Così scriveva Hannah Arendt negli anni Quaranta, dimostrando quella sensibilità moderna che la porterà a battersi per il pluralismo e la democrazia diretta, e a rivendicare il suo pensiero indipendente e la discussione politica libera.
La privazione dei diritti civili e le persecuzioni subite in Germania a partire dal 1933 a causa delle sue origini ebraiche contribuirono a far maturare in Hannah Arendt la decisione di emigrare. Il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937, quindi rimase apolide fino al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense. Lavorò come giornalista e insegnante di scuola superiore, pubblicò opere importanti di filosofia politica. Rifiutò sempre di essere etichettata come filosofa e preferì che la sua opera fosse descritta come teoria politica piuttosto che come filosofia politica. Arendt difese il concetto di «pluralismo» in ambito politico.
Grazie al pluralismo, il potenziale per la libertà politica e l’uguaglianza tra le persone si sviluppano. Come fonti delle sue disquisizioni Hannah Arendt utilizza oltre a documenti filosofici politici e storici, anche biografie e opere letterarie. Il suo sistema di analisi – in parte influenzato da Heidegger, di cui fu studentessa all’università di Marburgo e con cui ebbe una relazione clandestina – contribuisce a renderla una pensatrice originale e trasversale ai diversi campi del sapere e specialità accademiche.
I lavori di Hannah Arendt riguardarono la natura del potere, la politica, l’autorità e il totalitarismo. Tra le opere principali, Le origini del totalitarismo (1951), in cui tracciò le radici dello stalinismo e del nazismo e le loro connessioni con l’antisemitismo; Vita Activa. La Condizione umana (1958); La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963). Hannah Arendt era nata ad Hannover il 14 ottobre 1906, morì il 4 dicembre 1975 per un attacco cardiaco e fu sepolta al cimitero del Bard College, in Annandale-on-Hudson, New York.
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Hannah Arendt
L’umanità in tempi bui (1959)
estratti

La storia conosce molti periodi in cui lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di prestare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata. Li si può chiamare “tempi bui” (Brecht).

Lessing aveva delle opinioni ben poco ortodosse sulla verità. Rifiutava di accettare una verità quale che sia, fosse anche quella fornitagli dalla Provvidenza; non si sentiva mai costretto dalla verità, che essa fosse imposta dai ragionamenti propri o altrui. Se lo si fosse messo a confronto con l’alternativa platonica della doxa e dell’aletheia, dell’opinione e della verità, la sua decisione non avrebbe lasciato dubbi. Era felice – per usare la sua parabola raccontata in Nathan il saggio, ndr – che l’anello autentico, se pure mai esistito, fosse andato perduto; se ne rallegrava per amore dell’infinità delle opinioni possibili in cui si riflette il dialogo degli uomini sulle questioni di questo mondo. Se l’anello autentico fosse esistito, ciò avrebbe comportato la fine del dialogo, quindi dell’amicizia e infine dell’umanità. Nello stesso senso, gli bastava di appartenere alla razza degli “dei limitati”, come una volta chiamò gli uomini; e pensava che la società umana non pativa “di quelli che sono più indaffarati a fare le nuvole che a dissolverle”, mentre rischiava di “soffrire molto a causa di quelli che aspirano ad assoggettare tutti i modi di pensare degli uomini al loro proprio”. Ciò ha ben poco a che fare con la tolleranza nel senso ordinario (di fatto Lessing stesso non fu una persona particolarmente tollerante), ma ha molto a che vedere con il dono dell’amicizia, con l’apertura al mondo e infine con l’amore genuino per il genere umano.

Lessing si è rallegrato di ciò che – almeno da Parmenide e Platone – ha gettato i filosofi nella disperazione: che la verità, non appena enunciata, si trasforma immediatamente in un’opinione tra le altre, viene contestata, riformulata, portata a essere nient’altro che un oggetto di conversazione come tanti. La grandezza di Lessing non consiste soltanto nell’intuizione teorica che non può esserci una verità unica nel mondo umano, ma nella sua gioia per il fatto che non ne esista nessuna e che quindi il dialogo infinito degli uomini tra di loro possa continuare incessantemente finché esisteranno gli uomini. Un’unica verità assoluta, se fosse esistita, avrebbe significato la fine di tutte le controversie in cui questo padre e maestro di tutte le polemiche in lingua tedesca era così a suo agio e in cui prese sempre partito in modo totalmente chiaro e definito. Ciò avrebbe significato decretare la fine dell’umanità.

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