L’Olanda globale di Vermeer

Massimiliano Panarari

Vermeer, l’impero con gli orecchini di perle

La Stampa, 20
luglio 2015

a proposito di Timothy Brook, Il cappello di Vermeer, (trad. di Annalisa Fontanesi) Einaudi, Torino 2015, pp. 282

Quante sono state le «ondate di mondializzazione» nel corso dei secoli? In materia, gli storici si dividono: c’è chi dice due, e quelli che propendono per tre. Di sicuro, il XVII secolo ha assistito a una straordinaria fioritura di relazioni commerciali e a un’intensificarsi dei viaggi e delle esplorazioni, e la star indiscussa di questo mutamento fu una piccola nazione divenuta autonoma che, in mezzo a imperi e monarchie assolute, si era data come forma di governo la Repubblica, come religione il calvinismo e come orizzonte gli oceani.

La storia del primissimo flusso della globalizzazione viene raccontata in maniera affascinante, e per niente scontata, da Timothy Brook ne Il cappello di Vermeer. Illustre sinologo (e storico), Brook, come riesce benissimo a taluni anglosassoni quando scrivono, costruisce una narrazione multidisciplinare che mescola iconografia, storia della pittura, storia economica e politica, con un pizzico di amarcord autobiografico dei suoi viaggi in bicicletta da studente in quelle «terre piatte». E con un focus: alcune tele di Johannes Vermeer (1632-1675), grande pittore di cui possediamo scarne notizie biografiche e per il quale parlano appunto i dipinti, che lo rendono un sismografo sensibilissimo dei mutamenti epocali della società dei Paesi Bassi emancipatisi dalla dominazione spagnola. Il Seicento secolo d’oro dell’Olanda (la Repubblica delle sette Province Unite) trova uno specchio mirabile proprio nei suoi artisti, in primis Rembrandt e Vermeer. La cifra interpretativa dello studioso canadese fa dei quadri non delle «pedisseque» fotografie ante litteram di interni, ma dei «segni» e delle «scene», l’equivalente di gate temporali, porte di accesso alla comprensione delle dinamiche economiche e sociali che si intrecciavano con la globalizzazione degli scambi tra l’Occidente e l’Asia e con l’irresistibile ascesa dei ceti borghesi che avevano direttamente conquistato il potere in quelle piane.

Si prenda Veduta di Delft (realizzato tra il 1660 e il ‘61), che ritrae il Kolk (il porto fluviale da cui si salpava per navigare lungo il Reno), alcune imbarcazioni per la pesca delle aringhe e il campanile della Chiesa Nuova del luogo in cui Vermeer risiedeva e lavorava. E, ancora, la torre a forma di cono dell’importante birrificio Parrot e, last but not least (anzi…), il deposito della Compagnia olandese delle Indie orientali, alla quale andava ricondotta la gran parte delle attività navali ed economiche che si svolgevano nel porto. Di fatto, una panoramica esemplare di tutto quanto di rilevante e originale avveniva in una delle città orgogliose prime attrici di un contesto sempre più realmente mondializzato, oltre che una fedelissima restituzione degli avvenimenti che stavano mutando il volto del globo.

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Il fenomeno ambientale più sconvolgente per l’umanità che visse nel Seicento fu il raffreddamento globale durante quella che i climatologi hanno etichettato come la «piccola era glaciale» (e di cui sono «manifesti» diversi dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio). Se il gelo su scala planetaria contribuì al ritorno delle epidemie di peste in Europa (la popolazione di Amsterdam venne falcidiata), mentre in Cina – le cui vicende dell’epoca vengono descritte da Brook costantemente in parallelo – furono distrutte piantagioni secolari di mandarini e arance, gli olandesi trassero dal grande freddo anche qualche beneficio. Come, giustappunto, l’acquisizione del controllo della pesca delle aringhe, i cui banchi, in fuga dal ghiaccio artico che avanzava inesorabile e dalle gelate del Mare del Nord, si erano diretti verso il Baltico.

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Soprattutto, nel quadro, fa capolino la Camera di Delft della Voc (Verenigde Oostindische Compagnie), la Compagnia olandese delle Indie orientali, una delle più sfolgoranti novità nella storia del capitalismo occidentale e, nel senso filologico del termine, il primo esempio di corporation della storia, la legittima progenitrice in tutto e per tutto delle multinazionali che orientano l’economia globale contemporanea. C’era lo zampino del potere pubblico (e non certo la mano invisibile, esattamente come accadrà in altre fasi dell’economia-mondo) all’origine della prima società per azioni mondiale, sorta nel 1602 su impulso della Repubblica, che costrinse numerose compagnie di commercio a fondersi in un’organizzazione sola per conseguire il monopolio dei commerci con l’Oriente e cavalcare il «boom» dell’epoca. Non si parla di «tigri asiatiche» ma, come si può agevolmente constatare, quanti parallelismi con il presente… E d’altronde, forse, la globalizzazione coincide proprio con un «eterno ritorno» dell’uguale in epoche differenti della storia e dell’economia. La Compagnia divenne così un impressionante gigante economico e la corporazione commerciale più influente del Seicento, titolare, tra l’altro, del primo brand e logo global, con la sua sigla di tre lettere (Voc) a cui ciascuna delle sei Camere locali che la componevano (come quella di Delft) potevano aggiungere l’iniziale della città di appartenenza. Uno strapotere economico che ne fece il principale datore di lavoro della piccola ma baldanzosissima Repubblica marittima del «libero pensiero» – la cui capitale, Amsterdam, come ebbe modo di definirla il fuggitivo Cartesio, costituiva un «inventario del possibile».

Moltissimi olandesi lavorarono per la Compagnia, ma, per quello che se ne sa, non Vermeer, il quale non era un pittore commerciale e non eseguiva lavori su commissione. E , infatti, morì in ristrettezze e, pur avendo goduto per lo più di un certo benessere (grazie alla cospicua liquidità che la borghesia olandese riversava sui «beni superflui» e «immateriali», come i manufatti artistici), non era mai stato davvero ricco in vita. Seguendo così in qualche modo nella sua traiettoria esistenziale la parabola economica della nazione che, alla fine del suo secolo aureo, perderà l’egemonia dei mari e dei commerci.

In ogni caso, Vermeer aveva assistito, proprio come la Repubblica dei ceti medi calvinisti, a una serie ininterrotta di trasformazioni dell’economia e di «rivoluzioni sociali», come i nuovi rituali del corteggiamento tra i sessi (raccontati da Brook attraverso il quadro Ufficiale e ragazza che ride). E a varie altre, che il lettore troverà narrate tramite gli ulteriori dipinti «vivisezionati» nel libro, suoi e di due contemporanei (Hendrick van der Burch e Leonaert Bramer): dalla diffusione del collezionismo di oggetti esotici alle evoluzioni delle rotte del commercio di tabacco, dai significati del pesare l’argento alle differenze tra il galateo delle élite europee e di quelle cinesi, sino al ruolo del padre del diritto internazionale Ugo Grozio come «spin doctor» intellettuale degli atti di pirateria anti-spagnola della Voc.

Microstoria e macrostoria che si tengono assieme in un libro-caleidoscopio che shakera i paradigmi storiografici all’insegna di una rara abilità narrativa e di un notevole (ci sia permessa l’espressione…) storytelling. Tutte cose che ne fanno un ottimo compagno d’ombrellone…

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