Gobetti parla di Gramsci

…In mezzo a quest’inerzia di pensiero fu notato un giovane solitario, Antonio Gramsci, il quale già mentre compiva i suoi studi letterari all’Università, si era iscritto al Partito Socialista, forse più per ragioni umanitarie, maturate nella sua pessimistica solitudine di sardo emigrato, che per una netta concezione rivoluzionaria. Il Gramsci non tardò tuttavia a formarsi una cultura politica e, nonostante la sua riluttanza e timidezza, Serrati, con notevole perspicacia, lo volle collaboratore e corrispondente politico dell’Avanti! da Torino.

Più tardi, nella pagina del giornale dedicata alla vita torinese, il Gramsci si affermò come formidabile polemista di argomenti sociali e letterari; ebbe uno stile suo, feroce, incalzante, serenamente distruttore, di una dialettica rudezza cui il giornale socialista non era uso. Molti tra i suoi scritterelli Sotto la Mole, e alcune recensioni teatrali dello stesso tempo meriterebbero di essere raccolti e ne verrebbe un libro originale che nella letteratura moderna italiana, così povera di opere polemiche di stile, definirebbe una nuova personalità di scrittore. Ma Gramsci ha dimenticato questi scritti antichi e sorriderebbe sentendoli ricordare.
La sua nuova attività di teorico della rivoluzione comincia con la sua opera nel Grido del Popolo. Il modesto giornaletto di propaganda di partito diventò per lui una rivista di cultura e di pensiero. Vi pubblicò le prime traduzioni degli scritti rivoluzionari russi. Si propose l’esegesi politica dell’azione dei bolscevichi. A capo di quest’opera, benché direttore apparente fosse altri, si sente il cervello di Gramsci. La figura di Lenin gli appariva come una volontà eroica di liberazione: i motivi ideali che formavano il mito bolscevico, nascostamente fervidi nella psicologia popolare, dovevano costituire non il modello di una rivoluzione italiana, ma l’incitamento a una libera iniziativa operante dal basso.
Le esigenze antiburocratiche della rivoluzione italiana erano già state avvertite dal Gramsci sin dal 1917 quando il suo pensiero autonomista si concretò in un numero unico La Città futura, pubblicato come modello e annuncio di un futuro giornale di cultura politica operaia.

L’Ordine Nuovo

La Città futura diventò nel 1919, L’Ordine Nuovo, il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia apparso (con qualche serietà ideale) in Italia. Nell’Ordine Nuovo il tragico dissidio di ogni azione politica italiana – ineluttabilmente incerta tra una tendenza autonomista e una tradizione riformista (Mazzini e Cavour) – si avvertì sin dai primi numeri. Gramsci non era più solo. Dei tre condirettori: Tasca, Togliatti e Terracini, questi ultimi non avevano ancora un pensiero rivoluzionario preciso e si decisero poi. (Il temperamento di Terracini è di politico più che di teorico. Non l’interessa l’elaborazione della teoria se non come interessa a Lenin (strumento di azione). Decise quando l’ora fu matura, serenamente, e l’essersi schierato col Gramsci, l’aver combattuto Serrati, dimostra quanto lucidamente egli vedesse, da pratico, la questione del socialismo italiano. È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e per l’azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto ancora responsabilità direttive nell’azione, è tratto alla politica da una solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura un’irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa sospensione di giudizio).
Il dissidio scoppiò tra il Gramsci e il Tasca e portò il Gramsci a una posizione dominante, rivelando in lui il solo uomo maturo per i nuovi problemi. Angelo Tasca, che ora è segretario dell’Alleanza Cooperativa torinese, posto di fiducia che egli solo può mantenere perché è il solo comunista che non abbia l’odio intransigente dei socialisti, veniva al movimento politico da una educazione prevalentemente letteraria, e con mentalità di propagandista di coltura o di apostolo democratico. Amico del Gramsci, egli non ne aveva seguito l’evoluzione specifica di pensiero. Collaboratore per simpatia e per ardore di propagandista, pensava L’Ordine Nuovo come una rivista di idee che riprendendo Antonio Labriola si riproponesse il problema storico della revisione del marxismo e la storia del movimento intellettuale italiano. Cominciò con una serie di studi su Louis Blanc; e volse il suo interesse al problema della piccola proprietà con atteggiamenti sentimentali quasi piccolo-borghesi: qualcosa di turatiano, di patriarcale rimaneva nel suo pensiero. Socialismo di un letterato, di un messianico che concepiva la redenzione delle masse come palingenesi illuministica e alla civiltà moderna sovrapponeva un suo sogno angusto di virtù operaia piccolo-borghese, che nascesse e si alimentasse di abitudini patriarcali, di una tranquillità raccolta nella casa-giardino. È notevole il fatto che egli sia riuscito a liberarsi poi da queste ideologie e nel suo fervore e nella sua letteratura abbia saputo ritrovare una forte capacità tecnica di azione pratica e amministrativa: criticando il suo temperamento politico bisogna rendergli questa giustizia. Dopo i primi mesi durante i quali L’Ordine Nuovo visse una vita esteriore e sterile (le sole cose vive erano alcune brillanti cronache colturali dovute al Togliatti) il Gramsci impose la sua originalità di teorico richiamando l’attenzione dei compagni al problema dei Consigli di fabbrica.
I quali dovevano essere nel suo pensiero i quadri del nuovo Stato operaio, e nel periodo di lotta violenta i quadri dell’esercito rivoluzionario: alle astratte propagande si trattava di sostituire un’azione concreta – gli operai dovevano abituarsi a una reale disciplina e a un cosciente esercizio d’autorità, dovevano acquistare, a contatto coi loro organismi di lavoro, una mentalità di produttori e di classe dirigente. Se nella fabbrica si svolge la vita operaia, nella fabbrica si devono organizzare gli operai per resistere di fronte agli industriali. Il nuovo Stato che non sorge più in nome degli astratti diritti e doveri del cittadino, ma secondo l’operosità dei lavoratori, deve aderire plasticamente agli organismi in cui la loro attività si svolge e di qui attingere la conoscenza dei loro bisogni, l’esame dei loro problemi.
Comunque si debba giudicare della validità pratica di tali formule, questa era finalmente una concezione rivoluzionaria, di fronte a cui tutto il bagaglio di astrattismo e di riformismo doveva cadere. Il sindacalismo di Tasca, che accettava i Consigli per attribuirvi lo stesso valore dei Sindacati, si rivelava inadeguato alla nuova coscienza operaia che bisognava instaurare. Tasca trionfò, per un istante e per un equivoco, nel consiglio camerale, ma dovette lasciare L’Ordine Nuovo e rimanere estraneo ai nuovi esperimenti di lotta di classe.
La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d’ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L’occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l’azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell’eredità socialista, l’incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.

Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, La Rivoluzione Liberale, a. 1, n. 7 (2-4-1922)

20130211-072650

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