Italo Calvino, Leonia

 

 

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Serena Zoli

Bauman: devo tutto a Gramsci e Calvino

Corriere della Sera,13 ottobre 2002

Zygmunt Bauman elenca un suo particolare pantheon di «maestri»: Camus, Gramsci, Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le prime domande. Albert Camus? «Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità alla giustizia, che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa frase di Camus: “C’ è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l’ impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima”». E’ il suo credo? «Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le trappole». Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi onorevolmente dall’ ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e senza l’ odio di tanti ex». In che modo Gramsci è stato illuminante? «Rifiuta il determinismo per cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme, artefici della storia. Qui si può incontrare anche Borges: la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti». Italo Calvino? Bauman passa all’ entusiasmo: «E’ il più grande filosofo tra i narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho imparato più da questo libriccino che da tanti volumoni. Ogni “città” riguarda un argomento sociologico e in due paginette c’ è l’ analisi più acuta possibile. Per esempio, a Leonia fortuna e felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che si gettano via senza rimpianto. E’ il modello di oggi: una vita è felice se è una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da che mondo è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la transitorietà, lo scarto veloce, il non conservare perché quel che si conserva può rubare il posto a cose sempre “nuove e migliori”. Dove finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella storia, non siamo mai passati».

bauman

Italo Calvino

Le città invisibili

Einaudi, Torino 1972

Le città continue, 5

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero, come dicono, il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità.
Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto.
Aggiungi che più Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E` una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti.
Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta.
I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spogliato rotoli dalla parte di Leonia ed una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi, sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo.
Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

 

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