Renzi e l’eredità di Berlusconi

Certo Cazzullo e il Corriere non hanno bisogno di un blog come questo per trovare ascolto. Non sono quindici lettori in più o in meno a cambiare il gioco. Lo scopo della pubblicazione qui è un altro: si tratta di sottolineare il punto, in una intervista molto più lunga. Chi vuole può poi proseguire la lettura passando a un bilancio della recente letteratura storiografica sul magnate milanese. Come si può vedere dalla conclusione, Renzi non è il solo a voler ridimensionare il personaggio: “Berlusconi ha in effetti giganteggiato – nel bene o nel male – nella storia di questi anni. Non soltanto sul terreno della politica, ma anche su quello dei modelli culturali. Ben più di quanto lo abbiano fatto – Ignazi ha probabilmente ragione – De Gasperi, Togliatti, Fanfani e Moro, Berlinguer o Craxi. Ma che cosa significa esattamente «giganteggiare»? A fronte delle sue ripetute sconfitte, dei suoi molteplici e talora assai cocenti fallimenti e soprattutto della sua eredità a somma zero se non negativa […] la domanda, credo, è più che legittima. È ben possibile, infatti, che Berlusconi e il suo «ismo», siano anche il frutto di due illusioni ottiche. La prima generata dalle due «religioni» del berlusconismo e soprattutto dell’antiberlusconismo. E la seconda prodotta da un’epoca – che Manin ha chiamato della «democrazia del pubblico» e Sartori della «videopolitica» – la quale ingrandisce e titanizza anche chi, forse, così grande e titano non è”.

Aldo Cazzullo
Intervista a Matteo Renzi: «L’Italia cresce, in arrivo nuovi dati positivi.
Le unioni civili si faranno»
Corriere della Sera, 30 agosto 2015

Lei ha detto che il Paese è rimasto bloccato per vent’anni dallo scontro tra berlusconismo e antiberlusconismo. Sono due attitudini che si possono mettere sullo stesso piano?
«Il berlusconismo è ciò che, piaccia o non piaccia, resterà nei libri di scuola di questo ventennio. Berlusconi è stato il leader più longevo della storia repubblicana. Ma ha sciupato questa occasione, perdendo la chance di modernizzare il Paese, sostituendo l’interesse nazionale con il suo. In questo senso il berlusconismo ha bloccato l’Italia. E l’antiberlusconismo – che è cosa molto diversa dall’Ulivo – ne è l’altra faccia: un movimento culturale e politico che non si preoccupava di definire una strategia coerente per il futuro, ma semplicemente di abbattere Berlusconi. Una grande coalizione contro una persona».

Quindi lei non si sente antiberlusconiano?
«Io non mi definisco contro qualcuno, mai. Non sono contro Berlusconi, ma per l’Italia: ero per l’Ulivo, non contro gli altri. Certo, oggi siamo al paradosso che chi a sinistra ha ucciso l’Ulivo, segandone i rami e promuovendo convegni come Gargonza per rilevarne l’insufficienza, si erga a paladino dell’ulivismo. Comunque non è un caso se nessun governo del centrosinistra in quegli anni abbia avuto la forza di durare una legislatura. Perché? Perché stavano insieme contro qualcuno, non per qualcosa. Alla prova del governo la sinistra ha fatto nettamente meglio della destra, per me. Ma se il governo D’Alema avesse avuto la forza di fare quello che hanno fatto Blair e Schröder sul mondo del lavoro avremmo avuto il Jobs act vent’anni prima».

massimo_alema

Francesco Tuccari

Berlusconeidi

L’Indice, 29 maggio 2014

Gli ultimi tre anni sono stati un vero e proprio inferno per Silvio Berlusconi. Dapprima, nell’estate del 2011, si sono messe di traverso la crisi economica mondiale, lo spread e le lettere minatorie della Bce. Poi, nell’autunno di quello stesso anno, è stata la volta dei sorrisetti di Sarkozy e Merkel e soprattutto della caduta del governo, «ordita» dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A seguire, per ben quindici mesi, vi è stato l’incubo del «governo dei professori», durante il quale, tra l’altro, è andata letteralmente spappolandosi la Lega Nord, l’unico alleato sul quale Berlusconi poteva ancora in qualche modo contare dopo la rottura con Fini. Quindi, senza fiato, e nonostante una titanica campagna elettorale, è sopraggiunto il brutale verdetto delle urne alle politiche del febbraio 2013: una perdita secca di oltre 6 milioni di voti per il Pdl e una inedita Italia tripolare, ostaggio degli indecifrabili Grillo & Casaleggio.

Un relativo sollievo, invero, è venuto dal governo delle «larghe intese» voluto, ancora una volta, da King George. Ma poi, di nuovo, tutto è precipitato nell’agosto 2013, con la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale e la sua interdizione dai pubblici uffici. Da qui, infatti, ha preso il via una nuova serie di terremoti: la spaccatura del Pdl tra fedeli e infedeli, da cui sono nati una risorta Forza Italia (passata all’opposizio ne) e il Nuovo Centro Destra (rimasto al governo); la decadenza del Capo da senatore della Repubblica; la prospettiva degli arresti domiciliari; e da ultimo, alla vigilia delle ormai imminenti elezioni europee, l’affida mento ai servizi sociali. Il tutto, sullo sfondo dell’incal zare di altri guai giudiziari (alcuni dei quali molto imbarazzanti). E dello spettacolo dell’inedita energia politica sprigio nata dal Pd – e poi dal governo – di Matteo Renzi.

Nessun uomo politico al mondo – nemmeno il monarca cinese di cui ha parlato Max Weber descrivendo le dinamiche del potere carismatico e del «ripudio» del capo – potrebbe uscire indenne da una simile sequenza di insuccessi. Certo, Berlusconi è Berlusconi. Ed è comunque ancora assai vasta la platea di coloro che, anche senza attese salvifiche, non vedono alternative realistiche alla sua leadership. Sicché non ci sarebbe troppo da stupirsi se il suo nome dovesse figurare tra quelli dei padri fondatori della nuova repubblica – young, fast, smart – che potrebbe forse sorgere dalla frenetica fattività del l’astro nascente della politica italiana. Almeno ad oggi, però, ci sono buone ragioni per ritenere che la parabola politica del Cavaliere – il quale in realtà non può nemmeno più fregiarsi del titolo di Cavaliere – sia giunta in qualche modo al termine.

Anche per la vicenda politica dell’ultraleader del centrodestra italiano, dunque, è venuto il tempo dei bilanci. Un tempo in cui l’ana lisi del passato è forse più importante e urgente di mutevoli e fugaci pre visioni sull’immediato futuro. È senz’altro in questo quadro che vanno collocati i due recenti lavori di Piero Ignazi sulla «parabola del berlusconismo» e di Giovanni Orsina sul «berlusconismo nella storia d’Italia».

Entrambi gli autori considerano esaurito, e in modo fallimentare, il ciclo della fortuna e delle opportunità politiche di Berlusconi. Molto diversi, tuttavia, sono il quadro, il raggio e la sostanza della loro lettura del «berlusconismo» e della sua stessa evoluzione nel corso degli ultimi vent’anni.

Per Ignazi il ciclo berlusconiano va letto essenzialmente sullo sfondo della storia della «seconda Repubblica», ma con un’impor tante premessa negli anni Ottanta. Nel suo schema, infatti, il «berlusconismo» non è stato soltanto un fenomeno di iper-personalizza zione della politica reso possibile – a partire dagli anni Novanta – dalla crisi del modello dei grandi partiti di massa e dalla straordinaria potenza di fuoco che i media hanno iniziato allora a sviluppare. Esso è stato anche un fenomeno di «egemonia culturale», che ha saputo interpretare e dar voce a una «società insofferente», individualista, post-materia lista, liquida, traboccante di desiderio di autoaffermazione e di carica imprenditoriale, ma soffocata da partiti onnipotenti e da uno Stato opprimente, incapaci di rispondere alle sfide della modernità. Una società che aveva già preso forma, per l’ap punto, negli anni Ottanta e che a un certo punto non si è più sentita rappresentata dalle forze politiche tradizionali. Nemmeno dal Psi di Craxi, «il progenitore del berlusconismo»: un partito modernizzatore, rimasto però almeno in parte culturalmente prigioniero del Novecento, della personalità debordante del suo leader e poi, soprattutto, del grande gioco dell’occupazione dello Stato.

È in questo quadro, reso incandescente da Tangentopoli, che ha preso avvio nel 1994 la «parabola del berlusconismo», già anticipata dai successi della Lega nei primissimi anni Novanta e destinata poi a lasciare un’impronta profonda su un intero ventennio di storia italiana. Essa, secondo Ignazi, si sarebbe dispiegata in quattro fasi. Dapprima, tra il 1994 e il 1995, con la prepotente «entrata in scena» del Cavaliere e della sua anomala creatura, Forza Italia, la vittoria alle politiche del 1994 e la prima breve e fallimentare esperienza di governo. Poi, tra il 1995 e il 2001, con la lunga «traversata nel deserto» degli anni del ribaltone e dell’opposizione ai governi del centrosinistra. Quindi, tra il 2001 e il 2006, con il ritorno al governo e la seconda esperienza del «potere e [de]i suoi affanni». E, da ultimo, dopo un nuovo intermezzo all’opposizione durante il governo Prodi (2006-2008), nel triennio 2008-2011, gli anni del «trionfo» e della definitiva «caduta» di Berlusconi, ulteriormente suggellata dalle elezioni del 2013 e dalla successiva implosione del Pdl.

Vent’anni dopo ricostruisce in modo analitico lo sviluppo di queste fasi. La sua tesi è che il berlusconismo, nell’arco di un ventennio, abbia platealmente disatteso, e anzi rovesciato nel loro esatto contrario, le sue tre promesse originarie, non tutte ugualmente esplicite, ma comunque ben chiare e soprattutto, in vario modo, «rivoluzionarie»: costruire un solido «partito liberale di massa», realizzare un’autentica «rivoluzione liberale» e modernizzare il paese attraverso un «nuovo miracolo economico».

La prima promessa è stata, invero, la meno esplicita delle tre. All’appuntamento con la sua «entrata in scena», infatti, Berlusconi si è presentato con una struttura organizzativa ibrida e del tutto dissimile da quella di un moderno «partito di massa». Una struttura – ci spiega Ignazi – al tempo stesso duale, aziendale e iper-personale. Duale, perché fondata sulle due componenti separate dei club e del partito vero e proprio, Forza Italia: i primi intesi come mere organizzazioni di mobilitazione e di propaganda prive però di qualsiasi influenza sulle scelte politiche del partito; il secondo chiuso a una ristretta cerchia di persone rispondenti al Capo e somigliante a un «partito-setta di tipo bolscevico». Aziendale, perché fondata sulla rete, le risorse e le competenze del gigantesco impero economico e imprenditoriale di Berlusconi, in particolare (ma non solo) nel campo della comunicazione e soprattutto della televisione. Iper-perso nale, infine, perché quasi interamente incentrata sul Leader, sulle sue eccezionali capacità comunicative e sulle sue altrettanto straordinarie disponibilità economiche. Questa originaria struttura organizzativa, secondo l’Autore, si è rivelata fragile dopo il trauma della fine precoce del primo governo Berlusconi. Ed è stata infatti più volte rimaneggiata e razionalizzata negli anni seguenti, soprattutto all’epoca del primo congresso del partito, nel 1998, e poi della creazione del Pdl nel 2007-2009. Alla fine, tuttavia, il partito del berlusconismo è rimasto sempre un «partito patrimonial-cari smatico», un partito-persona. Il che non ha permesso la formazione di una vera classe politica e ha fatto naufragare «la grande ipotesi/promes sa/speranza di avere anche in Italia un partito liberal-conservatore di massa».

Ha avuto un destino ben peggiore la promessa della «rivoluzione liberale», questa sì effettivamente urlata a gran voce dagli azzurri. Ignazi sottolinea a più riprese come all’ini zio della sua parabola il berlusconismo sia stato tutt’altro che privo di impulsi liberali. Molti suoi esponenti di punta, e il suo stesso leader, si ritenevano e si presentavano come gli interpreti di una sorta di via italiana al thatcherismo e al reaganismo. Di un liberalismo di stampo hayekiano, con inclinazioni moderate e conservatrici, visceralmente anticomunista, rigorosamente antistatalista, costruito sull’esaltazione dell’individuo e delle sue immense potenzialità creatrici. Di una «rivoluzione liberale», insomma, di cui ovviamente soltanto «uomini nuovi» – di successo in un’incorrotta società civile e antropologicamente diversi dai politici di professione old style – potevano farsi garanti. Questi originari impulsi liberali, tuttavia, pur continuando a essere costantemente esibiti, si sono in realtà dissolti assai in fretta per effetto di due evidenti torsioni del berlusconismo. La prima di esse, almeno in parte più superficiale, prese forma nel 1998, al già citato primo Congresso di Forza Italia. Fu allora, infatti, che il berlusconismo iniziò a mettere in secondo piano la sua impostazione liberal-liberista per rivendicare, con tanto di riferimenti confessionali, la sua filiazione dalla Dc degasperiana, dalla tradizione centrista, moderata e anticomunista, senza peraltro mai trascurare i temi dell’operosità, della libera iniziativa, di un futuro ormai prossimo di libertà e di benessere. Questa prima torsione – scrive Ignazi – è rimasta tuttavia poco significativa, nonostante il suo strumentale perdurare. Essa, infatti, è stata nettamente sopravanzata da una seconda torsione, ben più precoce e tenace della prima: la torsione populistico-plebi scitaria. Questa inclinazione più profonda del berlusconismo si sarebbe manifestata per la prima volta nel 1994-1995, quando il Cavaliere, dopo la caduta del suo primo governo, prese a reclamare a gran voce nuove elezioni, contrapponendo alle logiche della democrazia parlamentare il principio dell’investitura popolare del leader. E da allora, secondo Ignazi, sarebbe rimasta – con maggiore o minore virulenza a seconda delle circostanze – la sostanza stessa del berlusconismo, declinata dal 2001 in poi nel senso del «forzaleghismo» (l’espressione è di Berselli). Vale a dire, in un impasto esplosivo di insofferenza per le regole e le istituzioni, di fastidio per la separazione dei poteri, di leaderismo plebiscitario e di populismo, interpretato in modi post-moderni e pre-moderni da Berlusconi e Bossi. Tutto il contrario, in breve, della tanto annunciata «rivoluzione liberale».

Quanto al miracolo economico, c’è davvero poco da dire. Ignazi è molto netto sul punto. A suo giudizio, i pochi passi avanti che l’Italia ha fatto su questo terreno sono stati il frutto delle politiche del centro-sinistra, soprattutto in tema di conti pubblici. Per il resto, con i governi di centro-destra il Paese non ha fatto altro che regredire, con una drammatica moria di imprese, l’impoverimento dei ceti medi e una disoccupazione dilagante. La prospettiva della modernizzazione e del miracolo economico, insomma, è semplicemente «svanita». Complice – si deve aggiungere – la tremenda crisi economica mondiale degli ultimi anni.

Che cosa è rimasto dunque, «vent’anni dopo», del «ventennio berlusconiano? Secondo Ignazi due cose essenziali. Da un lato, le tante e troppo ingombranti macerie del suo triplice fallimento. Dall’altro, il compito di rimuoverle insieme a quel tanto di «berlusconismo» che, oltre Berlusconi, continua a circolare sottotraccia nella società italiana. Un compito che solo una borghesia intrisa di valori liberali e democratici e non populisti può davvero assumere su di sé.

È molto diversa, ma altrettanto interessante, la lettura del berlusconismo di Giovanni Orsina. Anch’egli ne articola la vicenda in quattro fasi, sviluppatesi rispettivamente nel 1994, nel 1996-2001, nel 2001-2006 e nel 2006-2011, con una coda ormai poco rilevante nel 2011-2013, anno della pubblicazione del suo libro. Il senso di questa cronologia, tuttavia, è del tutto differente – o almeno in gran parte differente – da quello di Ignazi. Per Orsina, infatti, il significato del berlusconismo, del suo impetuoso successo e poi del suo mesto fallimento, va ricercato seguendo contemporaneamente due piste. Da un lato, cercando di entrare all’interno delle logiche del berlusconismo, del suo messaggio politico e poi delle percezioni e delle idee dei suoi militanti e dei suoi elettori, al fine di comprenderlo da dentro e non di giudicarlo da fuori – passaggio, questo, sicuramente produttivo ma anche un po’ rischioso sul piano storiografico. Dall’altro lato, proiettando la sua parabola su una scala assai più ampia di quella degli ultimi venti-trent’anni. Vale a dire, sulla dimensione dell’intera storia unitaria del nostro Paese e del problema dei problemi che, a suo giudizio, l’ha afflitta fin dal principio: la grande e irrisolta questione della «separazione tra “paese legale” e “paese reale”», ovvero del rapporto di diffidenza e di ostilità che ha quasi sempre segnato le relazioni tra le «élites politiche» e il «popolo». Più esattamente: tra élites in varia misura giacobine e iperpolitiche, «ortopediche e pedagogiche», decise a raddrizzare ed educare, dall’alto della propria autoproclamata superiorità, una società considerata rozza, arretrata e incivile e, alla fine, rimaste quasi sempre imbrigliate, colluse e colonizzate dalla grezza materia cui volevano dare forma; e un popolo costantemente diminuito e tiranneggiato dalle sue guide onnipresenti, intrusive e, nella loro fase discendente, pure onnivore. E sempre pronto a voltare loro, improvvisamente e cinicamente, le spalle. Uno schema, questo, che ricorda molto da vicino, e in effetti riprende, le letture della storia d’Italia à la Galli della Loggia.

Per chiarire meglio i termini della questione italiana, e nello specifico del berlusconismo, Orsina introduce nella sua argomentazione due ben note coppie concettuali. La prima – tratta da Oakeshott – è quella che oppone «politica della fede» e «politica dello scetticismo», vale a dire un concetto dell’attività di governo come leva per realizzare la perfezione dell’umanità e, per contro, l’idea che la politica sia un semplice strumento per regolare le interazioni umane affinché esse non degenerino in conflitti, lasciando ai singoli individui il compito di perseguire, se lo desiderano, la perfezione. La seconda coppia concettuale – tratta da La società aperta e i suoi nemici – è quella che oppone la «domanda platonica» su «chi deve governare» alla «domanda popperiana» su «come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno».

È con questo armamentario, dunque, che Orsina entra finalmente in argomento. La sua tesi è che l’intera storia italiana dall’Unità a oggi (Berlusconi compreso) sia stata pressoché invariabilmente dominata – anche a causa delle molteplici e perduranti «arretratezze» del Belpaese – dall’ossessione «platonica» di individuare l’élite modernizzante di volta in volta più adeguata piuttosto che da quella «popperiana» di limitarne i possibili abusi. E che dunque essa sia stata governata quasi sempre (Berlusconi escluso) da élite iperpolitiche, «giacobine», «ortopediche e pedagogiche», che hanno agito con le modalità della «politica della fede» piuttosto che con quelle della «politica dello scetticismo». Starebbero qui, per Orsina, le radici di quel rapporto complesso, opprimente, collusivo e comunque sempre ostile tra élites e popolo che ha segnato – con svariate conseguenze che non possono essere qui richiamate ma su cui l’Autore insiste a lungo – l’Italia liberale, l’Italia fascista, e poi l’Italia repubblicana dei partiti.

Il berlusconismo – ecco il punto – avrebbe rotto questo schema introducendo una cesura profonda nella storia d’Italia. Esso infatti, secondo Orsina, avrebbe costruito il proprio messaggio politico – e non semplicemente la sua comunicazione – sull’idea che «gli italiani vanno benissimo così come sono» e che sono piuttosto le sue élites il vero problema. E dunque sul progetto di adeguare il paese legale al paese reale, e non viceversa: facendo dimagrire lo Stato e rendendolo «amico» degli italiani; praticando, dopo 150 anni di «politica della fede», la «politica dello scetticismo»; e creando una nuova classe politica proveniente direttamente dalla società civile. Un tema, quest’ul timo, ancora in linea di continuità con la «domanda platonica» su chi deve governare, che il Cavaliere, secondo l’Autore, non avrebbe superato. Con questo messaggio e con questo progetto – «ipopolitici» più che «antipolitici», frutto di una sorta di «emulsione di populismo e liberalismo» – Berlusconi si sarebbe rivolto e avrebbe attinto a piene mani all’ampio e variegato bacino della «destra italiana». Quella destra anticomunista e soprattutto «anti-antifascista» che aveva già aderito all’Uo mo qualunque, il più vicino precursore del berlusconismo, e che da decenni votava, «turandosi il naso», per la Democrazia cristiana.

Da qui, nel 1994, il vero e proprio trionfo del «berlusconismo d’as salto», allora al contempo energicamente liberale e populista. La precoce fine del primo governo Berlusconi in quello stesso anno rappresentò tuttavia un duro e freddo bagno di realtà. Al «berlusconismo d’assal to», seguì dunque, negli anni 1996-2001, il «berlusconismo di consolidamento». In questa seconda fase – la «traversata nel deserto» di Ignazi – Forza Italia si trasformò da movimento in partito, istituzionalizzandosi e normalizzandosi, radicandosi sul territorio, acquisendo competenza politica, democristianizzandosi, spostando i suoi accenti ideologici dal liberal-liberismo al moderatismo e al conservatorismo cattolico. La sostanza del suo messaggio politico, tuttavia, rimase per Orsina identica a quella dell’esordio: esaltazione della società civile e del popolo, Stato minimo, ipopolitica, necessità di una nuova élite politica non professionale. È con queste parole d’ordine che Berlusconi si presentò alle elezioni del 2001, vincendole. Ebbe allora inizio la fase del «berlusconismo di governo», durante la quale, però, esso rimase prigioniero delle contraddizioni tra la sua anima istintiva e movimentista e la spinta, pur necessaria, all’i stituzionalizzazio ne e alla mediazione politica. Da qui il suo progressivo logoramento e, nel 2005-2006, il vero punto di svolta della storia che Orsina sta raccontando: la «fine del berlusconismo». È in quegli anni, infatti, che il Cavaliere sostituì alle promesse la paura, facendo impazzire quella «emulsione di liberalismo e populismo» che costituiva la sostanza profonda del berlusconismo. I due componenti di quella emulsione «divorziarono», e si aprì la fase di «Berlusconi senza il berlusconismo», che si è protratta dal 2006 al 2011 e poi, senza ulteriori novità, fino al 2013. Una fase in cui l’occupazione del potere è diventata più importante del programma. E in cui la nuova élite stretta intorno al Capo e a sua protezione è diventata ormai una classe di politici di professione, un clan insostituibile. Esattamente come quelle élites che il berlusconismo degli esordi aveva sognato e promesso di rimuovere per liberare le energie della società civile. In questo quadro, conclude l’Autore con un simpatico paradosso, si può senz’altro parlare di «antiberlusconismo di Berlusconi».

Le risposte al fallimento del berlusconismo sono state, per Orsina, prima il montismo e poi il grillismo. A suo giudizio si tratta, ancora una volta di due risposte – la prima ortopedica e pedagogica all’e stre ma potenza, la seconda anacronistica e visionaria – alla domanda platonica su chi deve governare. La domanda sbagliata. L’Italia, come una «mosca nella bottiglia», continua a consumare classi politiche, gettandosi di volta in volta nelle braccia di chi – politicamente vergine – le prometta un po’ di normalità. Per uscire dalla bottiglia, invece, essa deve rispondere, secondo Orsina, alla domanda popperiana. E dotarsi di istituzioni che le permettano di sostituire senza traumi le élites politiche. Smettendo, soprattutto, di credere che quelle élites possano «renderla magicamente diversa da quel che è».

Al termine della lettura di queste due diverse Berlusconeidi – la prima assai poco empatica, la seconda almeno fino a un certo punto molto di più – viene da chiedersi se sia davvero possibile o opportuno etichettare il ventennio 1994-2014 come «berlusconiano», come suggerisce esplicitamente Ignazi. Probabilmente sì. Berlusconi ha in effetti giganteggiato – nel bene o nel male – nella storia di questi anni. Non soltanto sul terreno della politica, ma anche su quello dei modelli culturali. Ben più di quanto lo abbiano fatto – Ignazi ha probabilmente ragione – De Gasperi, Togliatti, Fanfani e Moro, Berlinguer o Craxi. Ma che cosa significa esattamente «giganteggiare»? A fronte delle sue ripetute sconfitte, dei suoi molteplici e talora assai cocenti fallimenti e soprattutto della sua eredità a somma zero se non negativa – perché è questo, alla fine, quanto emerge dalle due Berlusconeidi di cui abbiamo parlato – la domanda, credo, è più che legittima. È ben possibile, infatti, che Berlusconi e il suo «ismo», siano anche il frutto di due illusioni ottiche. La prima generata dalle due «religioni» del berlusconismo e soprattutto dell’antiberlusconismo. E la seconda prodotta da un’epoca – che Manin ha chiamato della «democrazia del pubblico» e Sartori della «videopolitica» – la quale ingrandisce e titanizza anche chi, forse, così grande e titano non è. Come il Berlusconi di Ignazi e Orsina.

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2 pensieri su “Renzi e l’eredità di Berlusconi

  1. Il segreto di Berlusconi? Una classica abilità dei bravi imprenditori: il saper cogliere le occasioni. Berlusconi inizia la sua fortuna grazie alle concessioni edilizie, riesce infatti ad acquistare una gigantesca porzione di terreno nei pressi di Milano, inizialmente non edificabile, che però poi verrà dichiarata edificabile facendo così sestuplicare il suo valore iniziale e da quel terreno nascerà Milano 2. La stessa abilità l’ha utilizzata in politica, sapendo cogliere l’occasione Tangentopoli, emergendo in quel contesto come il classico “self made man” volenteroso e che non ha paura delle sfide. Celebre, in questo senso, è il contratto firmato con gli italiani nella trasmissione di Bruno Vespa. Il problema è che in politica non basta solo essere imprenditori, così facendo si corre il rischio di creare un generale conflitto di interessi e questo si è mostrato nella mancanza di risultati concreti ottenuti dal centro-destra in questi anni con il consenso parlamentare e sociale che aveva; Berlusconi verrà ricordato per le vicende giudiziarie, per le sue vicende personali e per la crisi del 2008. Può ancora rimediare, per esempio facendo emergere un giovane vigoroso che dia inizio alla ristrutturazione del centro-destra in competizione con Renzi al fine di eliminare tutti questi partiti demagogici che non contribuiscono per nulla alla vita democratica del Paese. In conclusione: Berlusconi un grande imprenditore, un mediocre politico.
    Scusa la lunghezza ma i bei argomenti mi prendono troppo. Complimenti per l’articolo.

    1. mi sembra un ottimo commento che va anche nel senso di ciò che sostiene Tuccari nel bilancio storiografico. Condivido l’auspicio per il dopo, ma se l’ex Cavaliere non cambia un passo indietro pare improbabile, ora che si va verso una eventuale riconduzione dell’alleanza con la Lega si vocifera addirittura di lui come ministro degli esteri. Narcisismo senza fine. Associato al suo carisma labile.

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