Cina: le zone d’ombra

Stefano Lepri

Quanto rallenta Pechino: tutti i dubbi sulle statistiche

La Stampa, 26 agosto 2015

A man looks at Hong Kong share index inside a local bank in Hong Kong, Tuesday, Aug. 25, 2015. Chinese stocks tumbled again Tuesday after their biggest decline in eight years while most other Asian markets rebounded from a day of heavy losses. (ANSA/AP Photo/Vincent Yu)
A man looks at Hong Kong share index inside a local bank in Hong Kong, Tuesday, Aug. 25, 2015. Chinese stocks tumbled again Tuesday after their biggest decline in eight years while most other Asian markets rebounded from a day of heavy losses. (ANSA/AP Photo/Vincent Yu)

La Cina può far paura anche perché non la conosciamo bene. Sui numeri delle sue statistiche ufficiali il dubbio circola da lungo tempo, nel resto del mondo. In questi giorni si ravviva perché il bisogno di rendersi conto con esattezza della situazione è più forte. Grandi cambiamenti sono in atto e non siamo sicuri che il governo di Pechino ce ne voglia informare.

Intendiamoci, non ci sono misteri da svelare. Da dati certi, internazionali, la Repubblica popolare è un Paese creditore netto per somme enormi, non debitore, dunque non mette a rischio la stabilità finanziaria del pianeta. Da dati ugualmente certi, è un Paese che esporta molto più di quanto importi, perciò non è facile che da lì parta una recessione mondiale.

Al suo interno tuttavia non abbiamo chiaro che cosa stia accadendo. Non è un’invenzione della propaganda di regime la travolgente crescita che ha messo in tasca un telefonino a 9 cinesi su 10 e ha portato l’automobile in una famiglia su 4. L’interrogativo è quanto stia rallentando ora. Un Paese autoritario può nascondere abbastanza a lungo eventuali andamenti spiacevoli.

Da anni gli esperti si domandano come mai le cifre sul prodotto interno lordo cinese siano comunicate con celerità strana per un Paese così grande e complesso, risultino quasi sempre corrispondenti alle previsioni governative, e non vengano mai riviste dopo per correggere errori o includere nuovi dati, come invece accade spesso altrove.

Talvolta si è avuta l’impressione che la somma del Pil avesse poco a che fare con gli addendi. Ma nelle statistiche è difficile mentire a lungo, perché poi i conti non tornano con quelli del resto del mondo; e negli ultimi 10-15 anni non sono emerse discrepanze significative. Come ha scritto «The Economist», la Cina aggiustava un po’ le sue cifre, senza spingersi a inventarle.

Nel conformarsi agli standard di trasparenza statistica del Fondo monetario internazionale, la Repubblica popolare si colloca al terzo livello, come gran parte dell’Africa (l’Italia è al primo, la Grecia al secondo). Finora, dato che il suo sviluppo era soprattutto industriale, da fuori si poteva averne il polso con altri indicatori, acquisti di materie prime, consumo di energia, noleggi di navi.

Ora, dato che la crescita interna si sposta sul settore dei servizi, è diventato più difficile capire che cosa accade. Gli osservatori sul posto riferiscono che l’andamento dei consumi sembra buono; non si ha notizia di difficoltà per l’occupazione. Ma si vedono benissimo anche le case e gli uffici invenduti di un boom edilizio colossale.

Negli anni scorsi in Cina si è prodotto e consumato il 60% di tutto il cemento mondiale. Il peso dell’edilizia nell’economia ha superato il 20%, un livello anomalo. E quando ci sono gli edifici vuoti, ci sono imprenditori immobiliari in difficoltà a ripagare i prestiti: una bolla del credito, come in Spagna e in Irlanda. Quest’ultimo è l’aspetto su cui i dati scarseggiano davvero.

Forse ancor più si teme una terza bolla, quella dell’investimento industriale. Sono state le stesse statistiche cinesi a fornirci per molti anni una quota di investimenti sul Pil oltre il 40%, record mondiale di tutti i tempi. Non si saranno costruite troppe fabbriche? La Terra è abbastanza grande per assorbire tutti i prodotti industriali che la Cina è in grado di produrre?

Di questo rischio le cifre ufficiali non dicono. Nel XX secolo, i teorici marxisti predicevano che il capitalismo si sarebbe inceppato in una crisi di sovrapproduzione, troppe merci in vendita di fronte a salari troppo bassi. Non è mai accaduto. Il paradosso è che forse sta accadendo ora in una economia capitalistica governata da un partito comunista.

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2 pensieri su “Cina: le zone d’ombra

  1. “forse sta accadendo ora in una economia capitalistica governata da un partito comunista” oltre ogni previsione che un paese comunista avrebbe rovesciato il capitalismo in questo modo…dall’interno!

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