Oliver Sacks, un ricordo

Anna Meldolesi
La morte di Oliver Sacks
Il lavoro di ricerca

Invidie e dubbi su di lui: narratore, non scienziato
Corriere della Sera, 31 agosto 2015
Insieme a Oliver Sacks se ne va un modo irripetibile di guardare alla mente, al cervello, al sistema nervoso. Amatissimo dagli intellettuali, ma disincantato di fronte alla psicanalisi che tanta presa ha avuto sul mondo umanistico. Giudicato a volte severamente dagli scienziati, e forse segretamente invidiato, per la sua capacità di trasformare la scienza in narrazione. «Le sue sono storie bellissime, concordano tutti, ma di quali avanzamenti scientifici possiamo attribuirgli il merito?», hanno notato periodicamente i critici.
Tante e tali sono le lodi che ha ricevuto e continuerà a ricevere, da spingerci a ritenere che non gli si faccia torto ricordando che nel corso degli anni ha fatto sollevare anche qualche sopracciglio. Non lasciava parlare i dati, restava sempre presente come narratore, gli ha rimproverato una volta il direttore del centro di neuroimaging del Wellcome Trust, Ray Dolan. Sentimentale e inaffidabile, lo ha freddato il filosofo Colin McGinn nella peggior recensione della sua vita.
Non era un neuroscienziato, ma un neurologo; non uno sperimentatore ma un osservatore nei decenni caldi delle scoperte sul cervello. Di lui rimangono più libri che ricerche originali, più tracce sulle riviste letterarie come la «New York Review of Books» che su «Nature» o «Science». Non era un Gerald Edelman, che con la sua teoria del darwinismo neurale è stato uno dei giganti dell’era delle neuroscienze, suscitando grande interesse anche da parte di Sacks.
Nonostante questo, o forse proprio per questo, Sacks ha raggiunto una notorietà inusuale per uno scienziato. Leggendo i suoi libri, ha scritto il «Guardian», era fatale desiderare di incontrare un medico come lui, nel caso sfortunato in cui se ne avesse bisogno. Una delle penne più affilate del giornalismo scientifico, John Horgan, scriveva così: «Ciò che lo salva dall’essere solo un voyeur che osserva le patologie altrui è la sua immensa compassione ed empatia». Mentre la maggior parte degli scienziati della mente cercano di aggirare il problema dell’irriducibilità degli individui umani, lui l’ha messa al centro del suo lavoro. Per questo Sacks era amato soprattutto da chi ritiene che le neuroscienze non siano una scienza come le altre, che il cervello non possa essere compreso con lo stesso approccio che si usa con la chimica o la fisica.
Sacks comunque non è stato solo uno scrittore, né solo un esponente di quella tradizione di neurologi che hanno studiato e raccontato ciò che accade nelle nostre teste attraverso la descrizione di casi clinici sorprendenti. Ha spaziato dal morbo di Parkinson ai meccanismi della visione, e nel farlo ha sempre voluto andare oltre. Lo hanno definito antiteorico e antiriduzionista, un esploratore letterario nel territorio della mente. Ma, secondo lo storico della biomedicina Gilberto Corbellini, Sacks non nuotava del tutto controcorrente. Dai sintomi delle diverse condizioni neurologiche risaliva ai modelli neuroscientifici, non si disinteressava della scienza di base.
Sentiremo la sua mancanza quando inizieranno ad arrivare copiosi i risultati dei grandi progetti internazionali, lo Human Brain Project europeo e la Brain Initiative americana. Chissà con quale angolazione personalissima ci avrebbe raccontato le intuizioni della scienza di domani.
Oliver Sacks
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