Quell’immagine, malgrado tutto

Grande “scandalo”, inutile o utile non so, per la pubblicazione su “Il Manifesto” e “La Stampa” di oggi, di quella foto tristissima, durissima, dolcissima. E’ l’immagine di una delle ormai migliaia di vittime innocenti dell’esodo dalle zone di guerra e distruzione in Medio Oriente, verso questa Europa che pare salvezza ed è soprattutto prolungamento di angoscia.
Ne stanno discutendo nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, sui blog [anche noi, vedete, intrappolati nella rete e nella volontà di “marcare il territorio”], sui social, sui giornali… La retorica esonda, il cinismo si insinua, lo scandalo si gonfia. E anche le buone ragioni, il tentativo di riportare l’opinione pubblica e la pubblica gestione degli affari internazionali a un minimo di logica.

Io qui vorrei limitarmi a un ragionamento “estetico”, prendendo le mosse da un post di Stefano Chiodi su Doppiozero [ si trova qui:  www.doppiozero.com ] che nel titolo richiama un bellissimo testo di G. Didi-Huberman “Images malgré tout” ( ed.it.: “Immagini malgrado tutto“, Raffaello Cortina Editore, 2003). Quest’ultimo dedica una riflessione complessa al significato e alle conseguenze etiche ed epistemologiche della diffusione di quattro immagini, malgrado tutto. Malgrado i rischi personali dell’averle riprese e diffuse, malgrado in quel momento nessuno volesse credere alla verità che esse rappresentavano. Sono le immagini scattate fortunosamente da un Sonnerkommando ad Auschwitz, nell’agosto del ’44. Sono LE IMMAGINI della realtà negata dai nazisti, le immagini della eliminazione definitiva tramite cremazione dei corpi di vittime (ebrei, si suppone) gasate nelle apposite strutture e poi “fatti scomparire” senza lasciare tracce né ricordi, come Goebbels desiderava. Così la negazione da un lato e la “inimmaginabilità” dello sterminio dall’altro, attraverso la testimonianza visiva dell’atto stesso dello sterminio ( non delle sue testimonianze successive, non della presa di visone degli innumerevoli elementi di prova) viene resa impossibile. L’immagine, malgrado tutto, rende “vero” ciò che non si può dire o immaginare.
Questo è, credo, il significato del bimbo morto sulla spiaggia di Bodrum. Quella immagine è “necessaria” perché con la sua forza narrativa, retorica, rende ancora più vero ciò che sembra non vogliamo credere. Ma attenzione, come dice Didi-Huberman, spesso chiediamo troppo alle immagini: vogliamo che ci raccontino “tutta la verità “, ma esse ci raccontano solo un pezzetto, un lembo di verità. Che ne è di tutti gli altri bambini, morti prima di poter sfuggire al tritacarne della guerra in Siria, o in Eritrea, in Sudan, in Afgahnistan …? O di tutti quegli altri, morti come il piccolo Aylan, nel terribile attraversamento dell’oceano mare?
Spesso invece chiediamo loro troppo poco: le consideriamo solo un documento, un simulacro, estromettendole dal campo storico e non comprendendone più la specificità, la sostanza. Cosa sta succedendo davvero nei paesi squassati da lotte interne, conflitti tra tribù rivali, attacchi terroristici, scontri con confinanti aggressivi? Per quali ragioni, per quali obiettivi quegli scontri si stanno verificando? Qual è il prezzo concreto pagato dalle popolazioni di quei paesi? Quali conseguenze lasceranno sul terreno e per quanto tempo?
Per questo forse, malgrado tutto, malgrado la retorica emotiva che quella immagine suscita, essa era ed è necessaria. Perché ci costringe a ragionare, a porci delle domande e a prendere atto che, dietro alle parole che cercano di descrivere il fenomeno, storicamente clamoroso, di un esodo che coinvolge centinaia di migliaia di persone, ci sono vite, famiglie, destini, sentimenti, piccole realtà quotidiane identiche alle nostre. Ci costringe a immaginare cosa sarebbe di noi europei, che da settant’anni viviamo immersi nel nostro benessere, tenendoci lontani da ogni conflitto, se ci trovassimo a vivere quelle esperienze. E cosa penseremmo se sapessimo che sull’altra sponda del mondo verso cui cerchiamo disperatamente di trovare salvezza, ci considerano una minaccia, un’orda barbarica, un peso insopportabile, qualcosa per non vedere la quale siamo disposti a versare quattrini più di quanto faremmo la domenica in chiesa per i ” nostri poveri”, o rispondendo a una delle richieste periodiche di qualche organizzazione umanitaria che si occupa di salvare i bambini di altre parti del mondo?

di Duniaster

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