Susan Sontag e lo spettacolo del dolore altrui

Benedetta Centovalli
Guardare il dolore degli altri
Nazione Indiana, 26 settembre 2003
a proposito di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano 2003

Lo spettacolo del dolore degli altri produce assuefazione, indifferenza o provoca ancora le coscienze? È vero che l’accumulo delle immagini drammatiche di oggi non chiede di prendere posizione e di indignarsi? Le immagini della violenza possono ancora trasformarci in pacifisti pronti a ripudiare l’uso della forza e a condannare la guerra oppure a seconda delle ragioni far ripensare la guerra come ultima difesa di un paese, di una identità, della libertà di un popolo? Ci troviamo davvero davanti a immagini depotenziate del dolore? Come quelle che abbiamo visto durante la prima guerra del Golfo, una guerra al computer raccontata da comete sinistre su un cielo virtuale e senza storia? Oppure come quelle dell’ultimo conflitto in Iraq, terribili ma alla fine autorizzate, drammatiche ma governative?

Documenti storici, veritieri o impuri, di grandi crimini e crudeltà di un secolo pericolosamente incline allo sterminio, «che fare del genere di conoscenza delle sofferenze lontane che le fotografie ci offrono?». Come dare una misura all’orrore quotidiano cui siamo chiamati come spettatori? Un’ecologia delle immagini? La Sontag ci assale con una raffica di domande inevase, di sottili reticenze, di questioni impossibili da risolvere che inducono a una riflessione attenta sul nostro rapporto con la visione e sulla natura della nostra società. L’erosione del senso della realtà, non della realtà, è il risultato dell’usura da immagini, ma non per questo si deve rinunciare al principio di realtà a cui le visioni drammatiche ci costringono: ecco quello che gli esseri umani sono capaci di fare, non dimentichiamolo. Le immagini come narrazioni, atto etico del ricordare e responsabilità di chi guarda, come narrazioni a cui affidare la sola possibilità di opporsi all’occulta tentazione di disintegrazione dell’umanità contemporanea (E. Morante). L’atteggiamento perplesso della Sontag ha il pregio di riaprire una riflessione che in apparenza languiva nella banalizzazione della critica alla modernità come società televisiva dimenticando quanto di questa rappresentazione non ci somiglia: «Cosa prova, infatti, che le fotografie abbiano un impatto decrescente, che la nostra cultura dello spettacolo neutralizzi la forza morale delle immagini di atrocità?». Siamo convinti che la realtà non esista che in forma di immagine? Non è questa ormai una vuota retorica della tarda modernità? Se l’informazione è stata trasformata in intrattenimento televisivo e presume che tutti diventino spettatori, vuol dire che la sofferenza non è più reale. Siamo sicuri che il dolore non ci riguarda più? Ammettendo che la soglia della cognizione del dolore si sia alzata, per questo non saremo più in grado di reagire? Il «privilegio di essere, o di rifiutarsi di essere, spettatori del dolore degli altri» dovrebbe piuttosto indurre «i cittadini della modernità» a «guardare con cinismo alla possibilità di essere sinceri». «Designare un inferno non significa, ovviamente, dirci come liberare la gente da quell’inferno, come moderare le fiamme», per questo la Sontag resta convinta che sia necessario continuare a raccontarlo.

http://machiave.blogspot.it/2014/09/lo-spettacolo-della-morte-altrui.html

bimbo morto 1

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