L’Europa divisa sul multiculturalismo

Bernardo Valli ha scritto uno degli articoli più interessanti tra quelli oggi pubblicati dai giornali. Il multiculturalismo è ciò che spiega secondo lui il rigetto dei profughi nell’Europa orientale (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria). E tuttavia il multiculturalismo ha ormai più di una versione. Nella sua forma più rigida non va bene neppure per l’Europa occidentale.
BERNARDO VALLI
La società multietnica che divide l’Europa
ecco perché l’Est non vuole i migranti
la Repubblica, 7 settembre 2015
VARSAVIA
NELLA STORIA, con la maiuscola, ci inciampi sempre. Quando meno te l’aspetti. In particolare in questa parte d’Europa dove è sempre presente anche se ormai remota. Arrivi in Polonia o in Slovacchia o nella Repubblica ceca o in Ungheria alla ricerca dei motivi che spingono questi paesi a rifiutare i profughi, venendo meno ai principi civili universali evocati da Angela Merkel come legame irrinunciabile tra i paesi dell’Unione europea, e cominci a frugare negli egoismi d’oggi, nello sciovinismo, nella mancanza di solidarietà umana. Non ti discosti dalla cronaca, da quel che sta accadendo, ti spingi al massimo fino alla memoria che la precede. Non vai oltre a ritroso e ti accorgi che le stesse caratteristiche, in misura variabile, più frantumate ma non meno sfacciate le puoi trovare nell’Europa dell’Ovest ricca di populismi. I Salvini e i Le Pen non sono da meno.
Finché i tuoi interlocutori ti sbattono in faccia la vera ragione della ripulsa. E ti accorgi, che senza assolvere, giustificare i vizi, essa ha una radice storica decisiva. Molti polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, assecondati con più o meno vigore dai loro rispettivi governi, respingono l’idea di una società multiculturale. Questo è il demonio da respingere: è quel che spiega la profonda divisione tra Est e Ovest.
L’Unione europea ha attirato i paesi dell’Est perché farne parte era una promozione democratica, e per i vantaggi economici. L’Ue è inoltre un’organizzazione attigua alla Nato, ritenuta un irrinunciabile scudo di fronte alla prepotenza della Russia di Putin. Ma quella stessa Europa occidentale, un tempo tanto attraente, li turba, li spaventa per i milioni di musulmani che ha integrato o che ospita, e dai quali scaturiscono rivolte (le periferie francesi) o attentati (Charlie Hebdo).
Se protette dall’anonimato, personalità vicine al governo di Varsavia non esitano a rimproverare la cecità occidentale nella guerra civile siriana che riversa adesso profughi nel Vecchio continente. L’Europa Orientale non c’entra. Bisognava intervenire all’inizio per estinguerla. Inoltre si parla della massa di migranti come un rigurgito del colonialismo che ha disegnato il Medio Oriente che adesso si sta disgregando. Ma l’ Europa ha bisogno di principi comuni che la tengano unita, non del passato storico che l’ha disunita. E quei principi non ci sono.
°°°
Il multiculturalismo presenta un rischio
Molti anni prima che il termine m. si affermasse, R. Sennett (1977) aveva sviluppato una critica degli effetti distruttivi di quella che allora si chiamava identity politics, o, semplicemente, ‘nuovo modo di fare politica’, caratterizzata da intransigenza settaria e moralistica, unita all’inconcludenza che le deriva dalla mancata accentuazione del momento strategico. A parte alcuni ‘vizi dell’appartenenza’ e i rischi inerenti all’istituzionalizzazione di una sensibilità multiculturalista, il rischio maggiore insito nella prospettiva multiculturalista è forse quello di congelare ogni gruppo protetto nella sua configurazione attuale, inibendo processi di revisione interna della sua cultura. È stato osservato che considerare il gruppo nel suo complesso come soggetto di diritti culturali vuol dire dare per scontate le strutture esistenti e favorire le maggioranze interne. (Treccani.it)
Multiculturalismo riveduto e corretto
Amartya Sen (2006)
… La libertà culturale pretende, in primis, l’impegno a contrastare l’adesione automatica alle tradizioni quando le persone (compresi i giovani) ritengono giusto cambiare il loro modo di vivere. Il valore che la diversità può avere, in termini di libertà, deve dipendere proprio da come viene determinata ed affermata. Se in una famiglia conservatrice di immigrati in Inghilterra una ragazza vuole uscire con un ragazzo inglese, la sua scelta non può essere biasimata appellandosi alla libertà multiculturale. Al contrario, il tentativo dei suoi tutori di impedirglielo (cosa che accade spesso) non è affatto un atteggiamento multiculturale, dal momento che è volto a tenere le culture separate, in quella che si potrebbe definire una «pluralità di monoculturalismi». Eppure è la proibizione dei genitori che oggi sembra suscitare le simpatie dei devoti multiculturalisti. In questo contesto, è interessante esaminare la storia del multiculturalismo in Gran Bretagna. In Inghilterra la fase positiva dell’integrazione multiculturale è stata seguita da una fase di separatismo e di confusione. L’Inghilterra postcoloniale partì straordinariamente bene, cercando di integrare le comunità di immigrati attraverso un trattamento non discriminatorio nell’assistenza sanitaria, sociale e nel diritto di voto. Quest’ultimo diritto proveniva dalla decisione lungimirante di creare un Commonwealth di nazioni, iniziativa in sé multiculturale con una forte leadership inglese, che ha reso possibile, tra le altre cose, a tutti i cittadini residenti nel Commonwealth (compresa quasi tutta la popolazione di immigrati non bianchi in Gran Bretagna) di partecipare alle elezioni. A differenza della vicenda palesemente discriminatoria degli immigrati in Germania, Francia e in gran parte dell’Europa, la politica britannica di dare il più rapidamente possibile diritti economici, sociali e politici agli immigrati legali va ricordata con grande favore. I problemi, ad esempio nel mantenere l’ordine pubblico, che si verificarono e che furono chiaramente collegati ai disordini del 1981, soprattutto a Brixton e Birmingham, furono affrontati con un’ulteriore azione lungimirante guidata da Lord Scarman, che condusse un’inchiesta su quei disordini e accusò lo «svantaggio razziale che è un dato di fatto della vita inglese».  […] quando lo slogan del multiculturalismo ha guadagnato terreno, è aumentata anche la confusione su quali fossero i suoi requisiti. La prima confusione è quella tra il conservatorismo culturale e la libertà culturale. Essere nati in una particolare comunità non è di per sé un esercizio di libertà culturale, dal momento che non è una scelta. Al contrario, la decisione di restare saldamente all’interno della tradizione sarebbe un atto di libertà se la scelta fosse fatta dopo aver preso in esame diverse alternative. Nello stesso modo, la decisione di allontanarsi – di poco o di molto – da schemi di comportamento tradizionali, presa dopo un’attenta riflessione, sarebbe anch’essa un atto di libertà multiculturale. La seconda confusione risiede nell’ignorare il fatto che, mentre la religione potrebbe essere un elemento di identità importante (soprattutto se si ha la libertà di scegliere se seguire o rifiutare le tradizioni ereditate o assegnate), ci sono altre affiliazioni e associazioni – politiche, sociali, economiche – cui le persone danno valore. La cultura non è limitata alla religione. […] Il ruolo di divisione di una scuola separata, così determinante nel seminare discordia nell’Irlanda del Nord, allontanando cattolici e protestanti (e instillando l’idea di classificazione fin dall’infanzia) è ora permesso e, in effetti, incoraggia a seminare alienazione in un’altra parte della popolazione inglese. Quel di cui abbiamo ora bisogno non è l’abbandono del multiculturalismo, né il rifiuto della meta di un’eguaglianza indipendente dalle «origini razziali o etniche, dalla lingua o dalla religione», ma il superamento di queste due confusioni che hanno già creato tanti problemi. È importante perché la libertà è fondamentale, ma anche per evitare ribellioni di emarginati come in Francia, e la crescente minaccia di correnti di pensiero violentemente separatiste, in ascesa in Gran Bretagna, che in alcuni casi hanno dato luogo ad azioni brutali. È importante riconoscere che il primo successo del multiculturalismo inglese era legato al tentativo di integrare, non di separare. Concentrarsi sul separatismo, come si fa ora, non è un contributo alle libertà multiculturali, ma è il suo opposto.
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