Settembre 1943, l’amaro calice della sconfitta

L’Italia è uscita sconfitta dalla guerra contro gli Alleati. Già dal novembre 1942 l’arretramento era per il regio esercito la tendenza prevalente in Africa, poi lo era diventata anche in Russia dal gennaio 1943. El Alamein e Stalingrado in successione segnano la svolta nell’andamento della guerra. L’8 settembre 1943 con il proclama che rende noto l’armistizio è la tappa finale di un percorso avviato nel 1936, con lo schieramento a fianco della Germania. La Resistenza nella memoria pubblica ha poi cancellato questo passaggio doloroso. Che c’è stato e ha segnato fortemente le coscienze. In un primo tempo prevalse un misto di gioia e di sgomento. Poi fu presto chiaro che la guerra non era finita. L’umiliazione con le reazioni che contribuisce a determinare è testimoniato intanto dallo stesso proclama di Badoglio così sfuggente sul punto decisivo del rapporto con i tedeschi. E trova un riflesso tanto nella pagina di Fenoglio quanto nella situazione immaginata da Vassalli: il re a Brindisi tenta di fronteggiare con una forma di sottile disprezzo la brutta situazione in cui si è andato a cacciare.

La foto di copertina ritrae la firma dell’armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

Il proclama di Badoglio

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

Beppe Fenoglio
Il partigiano Johnny
incipit

Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.

Sebastiano Vassalli
L’oro del mondo

Entrò il generale Puntoni. Sembrava scosso; balbettava. Disse che i membri della delegazione alleata erano arrivati e che presentavano rispettosa domanda a Sua Maestà perché li ricevesse. Il Re rispose: «Li attendo». Si alzò e quattro uomini scamiciati irruppero nella stanza come sarebbero potuti irrompere in un «bar», tutti insieme e parlando tra di loro. Con le maniche della camicia rimboccate e i calzoni corti sopra le ginocchia (shorts) i militari si fecero avanti e si presentarono per primi: «Frank Mason Mac Farlane, lieutenant general (generale di corpo d’armata) of His Majesty Army». «Maxwell Taylor, brigadier (generale di brigata) of United States Army». Vennero poi i diplomatici, che si erano tolti la cravatta per comparire al cospetto del Re vinto con quel tanto di trascuratezza e di arroganza che compete,
appunto, ai vincitoriappunto, ai vincitori: l’americano Robert Murphy ed il britannico Mac Millan. Quest’ultimo, che era anche uno scrittore ed un intellettuale abbastanza noto nei salotti londinesi, guardava con ostentato raccapriccio i quadri appesi alle pareti dello studio del Re. (Erano effettivamente opere modestissime, di pittori locali del secolo
precedente). «Di che gli parlo?, – pensò il Re; salutandoli ad uno ad uno in lingua inglese, con molto garbo e molta cortesia. – A vederli sembrano giardinieri. Gli parlerò di giardinaggio».
Frank Mason Mac Farlane si sedette, rumorosamente e senza chiederne il permesso, e tutti gli altri lo imitarono. Il Re italiano restò in piedi ed era alto, più o meno, quanto i suoi interlocutori seduti. «Do you like gardening?», gli chiese. Cioè: «Vi piace il giardinaggio?» I vincitori si guardarono. «Dev’esser matto, – pensò Murphy. – La sconfitta deve avergli annebbiato il cervello».                                                                                                                                                                                  Il generale Mac Farlane spiegò una carta geografica ed illustrò a grandi linee la situazione militare che, disse, non era entusiasmante: i tedeschi contrattaccavano con forza, tra Battipaglia e Salerno, cercavano di ributtare a mare gli angloamericani e avevano anche qualche buona probabilità di riuscirci.                                                                                               «Eh sì, ci sono i tedeschi, – rispose il Re, conciliante. – Li ho incontrati anch’io, venendo da Roma». «Foste arrivati in primavera, – spiegò, – avreste visto fioriture memorabili; ma sono certo che anche ora troverete cose degne di interesse, nella campagna pugliese. Il clima italiano, si può dire, ha coltivazioni sue proprie per ogni luogo e per ogni stagione dell’anno».

Il generale riprese la sua carta, la ripiegò, la intascò. «È perfettamente inutile -, pensò, – star qui a parlare e a perder tempo con questo booby (babbeo)». S’alzò e anche gli altri si alzarono. «Possiamo esserle utili in qualcosa?», chiese Mac Millan al Re.

«Certamente», rispose il Re. Si domandò: «Che gli chiedo? Cosa può chiedere, un Re vinto, ai giardinieri vincitori?

«Fatemi avere delle uova, da regalare alla Regina». Raccomandò: «Che sian fresche! » I quattro uscirono perplessi. Il Re tornò al suo scrittoio, riprese in mano l’Ecclesiaste. Lesse: «La fine di una cosa è sempre preferibile al suo principio; la pazienza è preferibile alla superbia. Non essere facile a irritarti nel tuo spirito, perché l’ira alberga in seno agli stolti. Non chiedere: come mai i tempi andati erano migliori del presente?, perché non c’è saggezza in questa domanda. Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? Nel giorno lieto sta’ allegro e nel giorno triste rifletti: Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro, perché tutto possa compiersi ciò che deve essere compiuto sotto il sole».         Richiuse il libro, lo posò. Disse ad alta voce in dialetto piemontese: «A-i mandaran peui bin, sti euv?» (Chissà se poi me le mandano, le uova).”

http://machiave.blogspot.it/2014/09/8-settembre-1943.html

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