LA CLASSE OPERAIA VA AL LUNAPARK

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Dal 27 agosto è in programmazione al Cinema Nuovo Romano uno dei film prodotti per il Torino FilmFestival del 2014. Non era del tutto ovvio che un “piccolo” film come questo, girato con scarso budget e tempi strettissimi – con l’aiuto però di un tris di attori eccezionali, di un produttore (Calopresti) e di un distributore (Ventavoli) generosi, oltre che di un regista pieno di entusiasmo e di energia – riuscisse a rimanere in scena così a lungo.

Verrà proiettato ancora per tutta questa settimana e fino al 23 settembre. Vi suggerisco sinceramente di andarlo a vedere, anche se è una pellicola imperfetta, anche se la recitazione dei tre “grandi” Haber, Catania e Colangeli, stona un po’ con le generose prove di attori minori o di non-attori seppur motivatissimi, anche se è intriso di accenti nostalgici.

Ma nostalgici di cosa, in realtà? La nostalgia è per un mondo in cui la grande impresa fordista realizzava una “rivoluzione passiva”, costruendo attorno a sé un modello di società a sua immagine e somiglianza, una società in cui tutto funzionava in modo ordinato e razionale, in cui nascevano quartieri operai ben serviti vicino alla fabbrica e l’integrazione tra quelli e questa era totale? O la nostalgia è per quella “coscienza di classe” dei lavoratori, orgogliosi del proprio mestiere e felici di saperlo svolgere, come tanti Faussone, che nel sentirsi parte di un grande corpo pulsante e produttivo in cui si identificano, costituiscono la propria identità e fondano le ragioni di una propria egemonia sul resto della società?

In questa storia delicata e fantastica, tre “anziani Fiat” si oppongono alla totale cancellazione del loro passato, che coincide anche con l’oscuramento del futuro delle generazioni nuove, più professionali e colte, ma a cui mancano le possibilità di vivere nella propria città, nel proprio quartiere, di raccogliere qui i frutti della propria emancipazione e di identificarsi e solidarizzare con altri lavoratori e altri cittadini per un obiettivo comune. E allora trasformano il proprio know-how, il proprio sapere professionale e sociale, in qualcosa di dirompente, che può far rivivere il quartiere e dare speranza al futuro, seguendo lo stream della deindustrializzazione di Torino, certamente, per creare dove c’era la fabbrica un parco giochi per i propri nipoti, che raccolga attorno a sé anche tutti gli altri abitanti del quartiere, in opposizione al ghetto d’élite del campo da golf dei “padroni”.

Non credo che il regista, il simpatico, entusiasta Di Pòlito, indichi una contrapposizione di classe attraverso la metafora: “green” vs “Lunapark”, con la vittoria di quest’ultimo come esito rivoluzionario. Credo piuttosto ci dica che qualcosa di diverso e positivo si può fare in una città che forzatamente cambia, in una società in evoluzione, senza dimenticare o tradire la propria storia, facendola evolvere nel rispetto e nella valorizzazione dei suoi lasciti positivi e con il coinvolgimento di chi quella storia, nel suo piccolo, l’ha fatta.

 di Duniaster

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Un pensiero su “LA CLASSE OPERAIA VA AL LUNAPARK

  1. Nella seconda parte del testo viene messa in luce la proposta politica che il film sembra comportare. Il messaggio è davvero minimalista e a ben vedere sconfortante. Un parco giochi è sempre una buona cosa, vedere il futuro di Mirafiori in un parco giochi è da eredi indegni di una grande storia. Non ho visto il film. Sarebbe interessante vedere come altri spettatori hanno reagito. Forse alla fine saranno gli spettatori meno smaliziati a salvare il risultato. Che potrebbe essere qualcosa di più simile a nostalgia canaglia.

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