Berlin, Il riccio e la volpe

Isaiah Berlin
Il riccio e la volpe
Adelphi, Milano 1986
risvolto editoriale

Questi saggi ci offrono l’occasione di assistere allo spettacolo di una grande intelligenza che si abbandona ai meandri della storia, dei personaggi e delle idee con equanime passione, e poi vi si ritrova, torna indietro, inventa nuovi percorsi, lasciandoci alla fine con un’impressione concreta e inconfondibile di tutto ciò che abbiamo toccato. Berlin ha amabilmente tentato di convincere, per anni, i suoi lettori inglesi, sempre un po’ increduli dinanzi all’efficacia delle idee, che certe combinazioni di concetti e fisiologie possono produrre risultati pratici immani nella storia. Il miglior esempio di tutto questo è l’intelligencija, quella setta ufficiosa di sradicati, gelidi o deliranti (o l’uno e l’altro insieme), che si presentarono all’inizio come un pittoresco angolo russo nella cultura europea, e poi dilagarono ovunque, fomentando gli eventi, uno solo dei quali fu la Rivoluzione del 1917. Per capire che cosa sia stata, come sia nata e di quali elementi si componesse l’intelligencija non c’è via più rapida della lettura di questo libro. Si tratti di Herzen o di Bakunin, di Belinskij o di Turgenev, ogni volta riaffiora – quando Berlin scrive di loro – tutta la rete di tensioni che era sottesa a un lungo momento incandescente della storia russa.
Ma le indagini di Berlin si affacciano al di là di una storia della cultura, accennando a una sorta di fisiognomica delle idee. «La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande» dice il verso di Archiloco intorno a cui ruota il saggio che dà il titolo a questo libro. Con l’aria di proporre un innocuo gioco di società, Berlin prova a individuare due grandi famiglie di spiriti: da una parte le volpi, coloro «che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico»; dall’altra i ricci, coloro «che riferiscono tutto a una visione centrale, a … un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono». Applicato alla Russia dell’Ottocento, questo gioco diventa non solo illuminante, ma indispensabile. Difficile, dopo aver letto Berlin, non vedere Puškin come «volpe sublime» e Dostoevskij come purissimo riccio. Non solo: tutta la cultura russa sembra disporsi naturalmente, come in un tableau vivant, fra questi due estremi. Al centro, Berlin ci invita a considerare il caso più enigmatico, Tolstoj, l’uomo che «era per natura una volpe, ma credeva fermamente di essere un riccio». Anche Berlin, una volpe per eccellenza, ha un segreto aspetto di riccio: questi suoi saggi, a lungo dispersi in pubblicazioni disparate, rivelano nel loro insieme una saldissima unità: come il suo amato Turgenev, Berlin sa disegnare un ritratto magistralmente bilanciato di un’epoca grandiosa della Russia, isolando, sovrapponendo e intrecciando i suoi tratti più attraenti e i più temibili.

Cristina Preti

… Il monismo è assai più diffuso del pluralismo, e mira alla ricerca di certezze unitarie, in grado di garantire un fondamentale senso di sicurezza. Berlin mette così in relazione monismo e agorafobia, ricerca filosofica dell’unità e ricerca nevrotica di un luogo chiuso e rassicurante.

Il pluralismo, al contrario, risulta spesso da una condizione di conformismo e chiusura intellettuale che genera richieste di maggiori aperture e si traduce in una rottura con le vecchie fedi e le vecchie istituzioni.

Berlin addebita al monismo dei ricci la responsabilità politica delle feroci dittature che hanno caratterizzato il XX secolo; in particolare, l’assunto da cui esse sono scaturite, tipico del monismo, è quello che possa esserci una soluzione finale in grado di risolvere tutti i problemi. Berlin è convinto che il nostro tempo non abbia bisogno né di fedi, né di certezze scientifiche, ma di un minor grado di formalismo e di zelo messianico; secondo lui, quindi, i nostri tempi hanno bisogno di scetticismo, sapientemente unito a una buona dose di tolleranza. Berlin preferisce il perfido Talleyrand (sourtout pas trop de zèle) al virtuoso Robespierre, pericolosamente duro e puro nella sua pretesa di uniformità.

Quanto all’attribuzione all’uno o all’altro gruppo, secondo Berlin hanno agito da ricci Dante, Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dostoevskij, Nietzsche, Ibsen, Proust, mentre simili alle volpi sono stati Shakespeare, Erodoto, Aristotele, Erasmo, Molière, Goethe, Puskin, Balzac, Joyce, Montaigne.

Il caso più enigmatico risulta essere il mio amatissimo Tolstoj, che “era per natura una volpe, ma credeva fermamente di essere un riccio”.

Secondo Berlin, il dramma di Tolstoj consisterebbe nell’impossibilità di conciliare le sue due diverse anime: quella appassionata del moralista che difende la libertà dell’individuo, il suo impegno etico e civile, e quella distaccata del fatalista che considera con freddo realismo la complessità del divenire storico, le forze che in esso agiscono e lo dominano, secondo percorsi e leggi che spesso limitano la libertà umana e travolgono e vanificano l’ingegno dell’individuo. Tolstoj è quindi lacerato tra senso della realtà storica e ideali morali, “il più grande tra coloro che non sanno né conciliare né lasciare inconciliato il conflitto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere”. Berlin conclude con l’immagine a effetto di un Tolstoj che infine, come Edipo, si acceca, per non vedere ciò che ormai sa, e per continuare a professare quegli ideali morali di cui negli anni della vecchiaia diverrà il più radicale e strenuo difensore.

http://cristinapreti.blogspot.it/2012_09_01_archive.html

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