Il nazionalismo contro il vuoto. La lezione della Francia

Marine Lepen usa Gramsci e, prima ancora, con ogni probabilità, si lascia guidare dal suo fiuto politico. E se la sinistra volesse porsi il problema dell’egemonia, che cosa dovrebbe fare? Non schierarsi a difesa del politicamente corretto, non prendere il partito della ragione raziocinante contro quello del sentimento allo sbando, e soprattutto non perdere di vista i suoi ideali. Onfray, Finkielkraut, Houellebecq ragionano. Hanno le loro ragioni e le dispiegano in forma accattivante.
Anche in favore di un’apertura ai migranti o ai rifugiati ci sono solide ragioni. Anche una società che riesce a superare la sfida del rapporto con il diverso ha la sua attrattiva. Dalla parte di chi sceglie la chiusura c’è tutto un mondo che vuole restare com’è. Dall’altra parte ci dovrebbe essere una dinamica fatta di progetti e di idee che prendono forma in modo rassicurante. La vera battaglia non dovrebbe essere tra un mondo che c’è e il salto nel buio. Dovrebbe essere tra un mondo che c’è e uno che sta prendendo forma: due orizzonti, uno statico e uno dinamico, dove dinamico non sta per caotico, ma per evolutivo.
Stefano Montefiori
Nazionalisti e trasversali, attaccano l’Europa e sono accusati di fare il gioco di Marine Le Pen
Corriere della Sera, 21 settembre 2015
Il pensiero dominante, se mai è esistito, in Francia sembra sul punto di cambiare campo. Dopo decenni di attacchi al politicamente corretto e al conformismo di sinistra, gli intellettuali che si sentivano ai margini e amavano definirsi fuori dal coro stanno conquistando una nuova egemonia culturale. Le loro idee non sempre sono nuove, ma lo sono lo spazio e il seguito straordinario che hanno conquistato nella società francese.
Accomunati dal rimpianto per la Francia come nazione sovrana e dall’odio per le élite filo-europee, l’economista Jacques Sapir e il filosofo Michel Onfray ipotizzano un’alleanza trasversale di tutte le forze «sovraniste», dall’estrema sinistra all’estrema destra, per tornare a una Francia capace di stampare moneta, condurre la politica economica, dare lavoro ai disoccupati. Vengono tacciati di simpatie per il Front National, di essere «i nuovi reazionari». Loro sostengono di osservare semplicemente la realtà, senza i paraocchi del progressismo di maniera. Vendono migliaia di libri, e si organizzano.
Il prossimo 20 ottobre alla Mutualité di Parigi, uno dei luoghi tradizionali della sinistra francese, il giornale «Marianne» organizza una grande e inusuale serata di sostegno a Michel Onfray, alla quale parteciperanno Alain Finkielkraut, Pascal Bruckner e altri. Noto per il Trattato di ateologia e per decine di opere (contro Freud, Sade e Sartre, a favore di Nietzsche e Camus), il prolifico intellettuale che si definisce tuttora appartenente alla «sinistra libertaria» è il più colpito in questi giorni dall’accusa di fare il gioco di Marine Le Pen.
Nei suoi frequenti interventi su giornali, radio e tv, Onfray demolisce l’Europa liberale, l’euro e il governo socialista di François Hollande che a suo dire ha tradito la sinistra, perché predica l’accoglienza ai rifugiati ma si dimentica del popolo francese old school, all’antica.
Il filosofo nato come epicureo e anticlericale si è trasformato nell’ennesimo lepenista oggettivo, dicono i detrattori, in particolare dopo l’ultima intervista al «Figaro» nella quale Onfray critica l’ondata di emozione per la foto del bambino siriano e lamenta che «il più piccolo dubbio sui migranti viene criminalizzato».
Sabato sera Michel Onfray era quindi l’invitato più atteso nel talk show più seguito di Francia, On n’est pas couché (quasi un milione e mezzo di spettatori a mezzanotte). Davanti a lui Léa Salamé e Yann Moix avevano il compito di metterlo in difficoltà, ma i ruoli si sono presto invertiti. «Con la vita mondana che fa a Parigi, lei non ha più il tempo di leggere», ha detto subito Onfray a Moix in una carica contro i salotti di Saint-Germain-des-Prés, prima di lanciarsi nella difesa dei «nuovi proletari, delle ragazze costrette a prostituirsi per pagarsi gli studi».
Se a Londra a guidare il Labour è Jeremy Corbyn, nemico di Blair e della terza via social-liberale, a Parigi l’intellettuale di sinistra che conquista le prime pagine è Michel Onfray, che fa risalire la rovina della gauche alla svolta del 1983, quando François Mitterrand rinnegò le nazionalizzazioni annunciate due anni prima e «si adeguò al neo-liberalismo e all’Europa».
Alla serata alla Mutualité parteciperanno anche Régis Debray e Jean-Pierre Le Goff: il fronte comune dei pensatori che un tempo si sarebbero detti eretici si allarga. Éric Zemmour, l’editorialista di destra autore del bestseller sul «suicidio francese», ha dedicato una lettera aperta al suo «nuovo amico» di sinistra Onfray in cui gli dà il «benvenuto nel club dei populisti». «Tu dici “il mio popolo” per parlare dei Francesi con affetto e non “questo Paese” con sufficienza — scrive Zemmour sul “Figaro” —. Hai compreso il disprezzo di classe che anima le nostre élite benpensanti nelle quali l’amore dell’Altro da anni sfocia nell’odio di sé. Non hai digerito “la svolta del 1983”, l’apostasia del socialismo in nome dell’Europa. Accetti il confronto con la realtà, anche se contraddice i tuoi a priori ideologici».
C’è poi Michel Houellebecq, che non è un saggista o un politologo, ma il romanziere francese più conosciuto e letto nel mondo. Quest’estate durante un’intervista Houellebecq ha parlato con stima di Michel Onfray, Pascal Bruckner e Alain Finkielkraut, mentre è nota la scarsa simpatia reciproca con il premier socialista Manuel Valls (definito peraltro da Onfray «un cretino»). Il giudizio di Houellebecq sull’Europa è netto: «Il mio rimprovero all’Europa è che non esiste, a differenza della Francia. Non mi sento affatto europeo. Mi sento francese». Non è solamente una questione intellettuale. Chi prevale nel discorso pubblico è destinato a condizionare le scelte della politica, in un momento decisivo per la Francia e per l’Europa. E il discorso pubblico, in questo momento in Francia, vede protagoniste le voci di pensatori come Onfray che si schierano contro l’Europa, le cessioni di sovranità a Bruxelles, e denunciano il fallimento delle politiche migratorie di sinistra.
A dicembre sono in programma le elezioni regionali, e secondo i sondaggi Marine Le Pen vincerà facilmente dove è candidata, nel Nord. Nel 2016 si terranno le primarie nella destra, e i socialisti dovranno scegliere il loro uomo — ancora Hollande? — per le elezioni presidenziali del 2017. Mentre queste scadenze si avvicinano, l’unica forza politica che appare in crescita e in sintonia con una parte consistente dell’opinione pubblica è il Front National. Privo di intellettuali organici, il partito di Marine Le Pen ha fatto della battaglia culturale la sua priorità, rivendicando e applicando apertamente la lezione di Gramsci. Mentre i socialisti al governo sembrano impantanati nel ritocco delle aliquote fiscali e nei tecnicismi, il FN parla di valori e ideali, da anni.
Gli intellettuali anti-sistema e la sinistra tradizionale hanno ognuno una vistosa debolezza. I primi continuano a presentarsi come vittime dell’ostracismo e della «polizia del pensiero», quando invece sono invitati ovunque e contesi come star. I secondi, i loro detrattori, cadono invece nella trappola della reductio ad hitlerum , anzi della sua variante reductio ad lepenum : per squalificare un argomento, che sia solido o meno non importa, lo si assimila alle tesi di Marine Le Pen, e si pensa così di aver ragione a poco prezzo.
Fiancheggiatore del Front National? Per niente, risponde quindi Onfray. «Gli alleati oggettivi di Marine Le Pen sono semmai tutti quelli che la rendono possibile da un quarto di secolo — ha scritto su «Le Monde» —. Ovvero la destra e la sinistra liberali che hanno fatto della parola “sovranista” un insulto (…); il socialismo che ha fatto di Maastricht l’orizzonte insuperabile della politica e, di conseguenza, ha gettato nel precariato milioni di proletari in Europa».
Gli intellettuali negano di aiutare il Front National, anche se arrivano spesso alle stesse conclusioni, ma qual è la posizione del partito? Marine Le Pen ama citare gli studiosi che forniscono punti di appoggio fattuali alle sue tesi: dalla demografa Michèle Tribalat che mette in guardia sull’avanzata dell’islam, al geografo Christophe Guilluy che indaga sulla Francia «peri-urbana», cioè sui sobborghi tra città e campagna abitati dai bianchi piccolo-borghesi. Marine Le Pen nomina gli intellettuali ma si guarda bene dal farli apparire come contigui al Front National: è un errore che preferisce lasciare agli avversari. La leader del FN segue lo scontro da apparente spettatrice, e si frega le mani. Grandi risultati con il minimo sforzo.
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