Marina Cvetaeva, una vita di gelo e di passione

Annalena Benini
Tutto è gelo tranne l’anima
La poesia di Marina Cvetaeva e la sua impossibilità di essere madre fino in fondo (cioè senza fondo)
Il Foglio, 20 settembre 2015

Marina Cvetaeva chiamò la prima figlia, nata nel 1912, Ariadna. Un nome non russo, come invece avrebbe voluto il padre, e non semplice, come invece avrebbe voluto il nonno. “Ariadna. Ma è un nome che comporta responsabilità”. Appunto!, rispondeva lei nelle sue conversazioni immaginarie, nei taccuini che, assieme alle lettere di tutta la vita, costruiscono un preciso e straziante romanzo del Novecento. Il romanzo autobiografico e quasi involontario di Marina Cvetaeva, poetessa, critica letteraria, madre passata attraverso la Rivoluzione russa, la guerra civile, la solitudine e la povertà: accendere il fuoco con i mobili, i grandi amori incompiuti, la morte di una figlia piccola, le fughe e i ritorni, l’incomprensione del suo genio, scrivere ogni giorno, a qualunque costo, per nessun altro oltre che per sé, e infine morire, impiccandosi a un gancio a cinquant’anni, nonostante la fame di amore e di vita. “Io, credimi, mi sento troppo degna di tutta la bellezza del mondo per sopportare con pazienza ogni destino!”, scriveva a vent’anni, appena diventata madre di Ariadna, la bambina col nome colmo di responsabilità (e l’infanzia, anche), chiamata da tutti Alja. Marina era piena di passione, di amore per l’amore, leggeva e scriveva e si innamorava. Ma la vita dei giorni la lacerava, la fila delle ore tutte uguali la spegneva, e lei si ribellò trasfigurando quelle ore, rendendole simili alle sue poesie, ma anche versando una verità difficile da sostenere nelle pagine dei taccuini. Nessuno è stato più spietato, a parole, con Marina Cvetaeva, di quanto lo sia stata lei stessa raccontando la vita e la morte della sua seconda figlia, Irina, in un orfanotrofio di Mosca, da sola, a tre anni (“Storia della vita e della morte di Irina: A un piccolo bambino è mancato al mondo l’amore”). E’ qui dentro la vera storia della Rivoluzione, la terribile storia del Novecento, ed è anche la storia di una donna geniale, totalmente libera e folle, appassionata, moderna, rigorosa, disordinata, capace di rifiutare, sola, ogni ideologia, di odiare senza nasconderlo la disumanità violenta del comunismo.

… Marina Cvetaeva ebbe, nel 1925 (Alja aveva già 13 anni), un figlio maschio da suo marito (ma avrebbe voluto chiamarlo Boris, per l’amore che la legava a Pasternak, per il dialogo mentale che aveva con lui). L’aveva sognato, chissà forse scherzando, diverso: “Grassottello, sano, ricciuto, comune. Senza occhi cosmici, senza un’anima cosmica! – Che sia pure un attaccabrighe e un piagnucolone!”. E davvero George sarà così: viziato, ammirato dalla madre, sgarbato, scontroso. Ma lei, Marina, aveva capito: “Non so amare nulla, veramente, fino in fondo, cioè senza fondo, a parte la mia anima”. La sua sventura più grande, la sua malattia inguaribile: il suo destino di scrittore.

mc
Con la figlia Alja

http://www.ilfoglio.it/cultura/2015/09/20/marina-cvetaeva-tutto-gelo-tranne-anima___1-v-132936-rubriche_c305.htm

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4 pensieri su “Marina Cvetaeva, una vita di gelo e di passione

  1. Quest’articolo è una lama che trafigge. Se le immagini ed i contenuti cosiddetti sensibili vengono filtrati dalla informazione pubblica – almeno teoricamente ed in certe fasce orarie – penso che anche contenuti sensibili come l’anima di questo articolo dovrebbero essere fruibili dietro avviso. La reale biografia di M. Cvetaeva supera in drammaticità ogni tragedia scritta e parlare di lei e della sua opera significa comunque mettere il potenziale lettore di fronte ad uno dei tempi storici più terrificanti e inaccettabili. Ma scriverne così può perfino trasmettere nel lettore l’idea che il movente di questo articolo – che in modo ossessivo e con dettagli massimamente crudeli ribatte all’infinito sul circuito morboso e folle dei sentimenti di una madre-non madre scrittrice, grande artista e poetessa non importa – sia il puro e intimo piacere della scrittura nell’autore (in questo caso Annalena Benini). La malattia dello scrivere come bell’esercizio può divenire davvero un gelo, anche dell’anima. E mi sembra che di questo non abbiamo bisogno.

    1. Come ha ragione! Annalena Benini non è un elemento trascurabile, lei stessa ama la scrittura ed è molto attenta a sottolineare questo aspetto. Non so se per Marina Cvetaeva esprimersi fosse solo un bell’esercizio. Era forse il suo modo di esserci, come anima sensibile e esigente, al di là di tutto. Che cosa poi sia giusto fare in linea di principio non mi sento di affermarlo. Annalena Benini scrive sul Foglio. Non stupisce la sua attenzione per il tema della maternità a cui del resto l’articolo è dedicato. Come avrà visto sono previste altre due puntate, una sull’amore, e una sulla poesia.

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