Saviano cattivo scrittore

Qui nessuno vuol parlare male di Garibaldi. I testi di denuncia civile prodotti da Roberto Saviano mantengono in quanto tali tutto il loro valore. Altra cosa è il loro valore letterario. Di questo si discute da tempo. Oggi La Stampa e il Corriere della Sera tornano sull’argomento. Il Corriere lo fa in prima pagina con una breve nota di Aldo Grasso, che di Saviano non è mai stato un estimatore. La Stampa affida il compito a Federico Varese, anche lui già noto per una stroncatura, puntualmente richiamata nel suo testo, allo scrittore napoletano.

Federico Varese
Quel limbo del testo di Saviano
La Stampa, 27 settembre 2015

«La scrivania è un posto pericoloso da cui osservare il mondo», ebbe a dire alcuni anni fa lo scrittore inglese John Le Carré. Roberto Saviano – oggi al centro di una polemica sul plagio – è costretto ad un tavolo di lavoro troppo angusto per permettergli di fare viaggi sul campo e vivere nei mondi che vuole raccontare secondo i canoni classici del reportage giornalistico. «Zero Zero Zero», uscito in Italia nel 2013, non si libera però dal vincolo della descrizione. Il libro si trova così in un limbo, non abbastanza reportage per piacere agli amanti del genere, e non abbastanza opera d’arte per affascinare tutti. Questa indecisione fa commettere all’autore diversi errori.

A «La Stampa» fu ovvio fin da subito che alcuni brani iniziali di «ZZZ» erano ripresi da diverse voci di wikipedia. Gli esperti di mafia russa si resero conto che una fonte importante era il volume di Robert I. Friedman, Red Mafya. I lettori fedeli (e bilingui) dell’Observer di Londra si devono essere accorti che la straordinaria inchiesta di Ed Vulliamy (pubblicata il 3 aprile 2011) sui miliardi di dollari dei cartelli messicani riciclati dalla banca americana Wachovia compare con parole pressoché identiche in «ZZZ» (pp. 283-292). Anche le descrizioni delle qualità umane dell’agente che scoprì lo scandalo, Martin Wood, sono molto simili («punctilious, exact»; «È un tipo puntiglioso e preciso, quasi maniacale nella sua passione per l’ordine»). Saviano si difende dicendo che riporta dei fatti, ma commette un errore epistemologico. I fatti che cita non esistono in natura, ma vengono costruiti da ricercatori, giornalisti, poliziotti. Questi dati sono il frutto di una selezione, di una scelta di quello che merita di essere incluso o escluso. Ad esempio, quando io scrivo che l’attività principale di un gruppo mafioso di Mosca è la protezione (Mafie in movimento, p. 96), non riporto un fatto, ma i risultati di un’analisi iniziata negli Anni Novanta, che certamente è parziale ma che a mio parere è la verità (vedi «ZZZ», p. 307). Poiché un autore non può raccogliere tutte le informazioni che utilizza, usa il metodo collaudato della citazione, spesso inserita nelle ultime pagine del libro e in carattere minore.

Saviano ha la stoffa del grande scrittore e aspira a fare qualcosa di diverso da chi l’ha preceduto con inchieste sullo stesso tema, tra cui vanno annoverate quelle fondamentali di Vincenzo Spagnolo (Cocaina Spa, 2010) e di Nicaso & Gratteri (Oro Bianco, 2015). Il suo fine è creare un’opera letteraria, ponendosi nel solco della tradizione del non-fiction novel inaugurata da Truman Capote con «A sangue freddo». Ma paradossalmente Saviano non si libera a sufficienza dalla cronaca, dalla litania di numeri e nomi che elenca, rendendo difficile la lettura di alcune parti di «ZZZ». Questo grande autore deve fare di meno e andare più a fondo, dandoci opere che hanno la verità della letteratura. È un errore pensare che «c’è un solo modo per dire come è avvenuto un arresto», come scriveva ieri Saviano su «Repubblica». Lo scrittore ha il diritto di inventare un arresto diverso da quello riportato nelle cronache giudiziarie e quindi restituirci una versione che, a suo modo, è profonda ed indispensabile. Le parti migliori di «ZZZ» entrano nella mente dei personaggi, inclusa quella dell’autore, e ci raccontano l’esperienza agghiacciante della dipendenza, dell’insicurezza, dell’amore perduto e della morte. Così ha fatto Benedetta Tobagi nel suo straordinario libro sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, «Una stella incoronata di buio». L’autrice ricostruisce pensieri ed emozioni di persone che non può aver conosciuto, ma a noi lettori sembra di conoscerle benissimo. Il tutto corredato da un impressionante apparato di note.

Ogni vero scrittore sa di essere esperto solo di se stesso. Attraverso i suoi personaggi racconta i propri demoni e i propri incubi, nella certezza che abbiano un valore universale. Per fare ciò, una scrivania lunga e stretta, con un fascio di luce laterale che illumina un computer non connesso ad Internet, è un perfetto punto di partenza.

Aldo Grasso
Roberto Saviano, il Marchio Civile Multimediale
Non basta essere simbolo, guru o profeta per avere uno stile
Corriere della Sera, 27 settembre 2015

Il presente di Roberto Saviano non è piacevole, il futuro pieno di incognite. Com’è noto, il giornalista Michael Moynihan, sul Daily Beast, ha accusato Saviano di plagio e altre scorrettezze apparse nel suo ultimo libro sul narcotraffico: ZeroZeroZero. In verità, qualche accusa era già uscita in Italia (anche ai tempi di Gomorra, con strascichi in tribunale). La risposta di Saviano (grande rispetto per la condizione in cui vive) è parsa molto fragile. Prima l’ha buttata su una discutibile forma di deontologia professionale: «Le informazioni sono di dominio pubblico e non appartengono a nessun giornale perché sono fatti. Le analisi appartengono a chi le elabora e quelle vanno citate».

Con buona pace di chi le notizie le scova. Poi sul suo ruolo di Coscienza Sociale: «Perché mi si attacca? Perché sono un simbolo da distruggere. Perché le parole, quando restano relegate alla cronaca, sono invisibili: ma quando diventano letteratura, quelle stesse parole… diventano visibili… Fiero dell’odio e della diffamazione… difenderò sempre il mio stile letterario». Stile letterario? Uhm! Non basta essere simbolo, guru o profeta per avere uno stile. Quello del primo libro è ben diverso dal secondo (che di letterario ha poco, anche se si presenta come romanzo-verità). Il problema sta nel terzo libro: Saviano sarà il corifeo di un New Journalism, uno scrittore in cerca d’Autore o un Marchio Civile Multimediale?

http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2013/9/11/SAVIANO-Aldo-Grasso-sembra-un-predicatore-Promuove-il-suo-libro-come-Vespa/426125/

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