La malattia di Internet nell’antichità

Filippo Maria Paladini
Uno spunto dagli “Ēthikoi charaktēres” di Teofrasto (“ogni qual volta se ne offra l’opportunità”), VII/30

λαλία, cioè chiacchiera incontinente, loquacità garrula ovvero garrulità, parente ma diversa dall’ἀδολεσχία (verbosità) di III/30
“La garrulità, se la si volesse definire, sembrerebbe essere un’incontinenza di parola e il garrulo suppergiù un tale che, se s’incontra con qualcuno, appena questo apre la bocca e quale che sia l’argomento di cui si mette a discorrere, gli ribatte affermando che quelle sono sciocchezze e che lui invece sa ogni cosa e, se lo ascolterà, potrà imparare molto. E, nel bel mezzo della risposta dell’interlocutore, lo incalza interrompendolo con frasi come questa: «Hai detto? Non dimenticare quel che stai per dire», e «Hai fatto bene a ricordarmelo», e (…) «Quello che io tralasciavo di dire…» e «Tu hai sùbito capito la faccenda…» e «Mi stavo trattenendo per capire se tu saresti arrivato alla mia stessa conclusione…»: e trova ogni altro appiglio del genere cosicché chi s’imbatte in lui rimane senza fiato. E quando ha ridotto allo stremo le persone isolate è capace di farsi addosso a interi gruppi di gente e di metteli in fuga (…) Ed entrato nelle scuole impedisce che i ragazzi vadano avanti nell’istruzione facendo chiacchiere a non finire con i maestri (…) E se uno dice di volersene andare, è capace di volerlo accompagnare e di ricondurlo fino all’uscio di casa. E se viene a sapere di qualche discussione politica si mette a spifferarla in giro (…)e vi intramezza invettive contro la parte popolare, cosicché gli ascoltatori o perdono il filo del discorso o si addormentano o se ne vanno lasciandolo a mezzo. E quando fa parte di una giuria impedisce di giudicare; quando assiste a uno spettacolo tra il pubblico impedisce di assistere; quando è tra i convitati ad un banchetto, impedisce di mangiare (…)”.

Peter Handke
Saggio sul juke box

“Ogni qual volta se ne offriva l’opportunità, decifrava i ‘Caratteri’ di Teofrasto e per molti di essi, almeno in alcuni loro tratti – che forse riconobbe anche come suoi -, provò affetto; gli parve che le loro debolezze e i loro errori fossero espressione di persone solitarie che nella società (…) non si sentivano a loro agio e che, per farvi comunque in qualche modo parte, con il coraggio della disperazione giocavano il loro ridicolo giuoco: se erano particolarmente zelanti, giovanili a oltranza, vanagloriosi, o, nei termini più lampanti, se erano sempre ‘intempestivi’, spesso dipendeva solo dal fatto che in mezzo agli altri, non esclusi i figli e gli schiavi, non trovavano una loro collocazione”

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