Appello per un populismo di sinistra

Christian Raimo
Perché c’è bisogno di un populismo di sinistra
Internazionale, 8 ottobre 2015

… Gramsci invece è fondamentale. È fondamentale per Ernesto Laclau, che nel 2005 ha scritto un libro chiave: La ragione populista. Ed è fondamentale per noi, che proviamo a dirci ancora di sinistra. Attraverso Gramsci, Laclau riesce a compiere un importantissimo rovesciamento di prospettiva: il populismo fino a oggi non è solo stato degradato, è stato proprio denigrato, è stato condannato moralmente. Questo ha significato essenzialmente screditare le masse, considerando – da Gustave Le Bon in poi – patologica in sé la psicologia della folla: irrazionale, antisociale, malata. L’intelligenza del singolo nella massa sparisce, se già i romani affermavano: “I senatori sono uomini perbene, ma il senato è una cattiva bestia”.

I populismi di Renzi, Grillo e Salvini sono gli unici blocchi identitari rimasti a confrontarsi nell’arena politica

E se invece fosse possibile un’intelligenza del popolo? E se fosse possibile costruire un “popolo” che non annichilisca le domande individuali ma le trasfiguri? Come avviene questo processo? Non si può prescindere dalle analisi di Laclau per provare a creare oggi in Italia qualcosa di vagamente durevole a sinistra. Cerchiamo di capire perché semplificando un pensiero denso come quello del filosofo argentino morto un paio di anni fa.

Al contrario di molti altri teorici del populismo, che definiscono il populismo come ideologia, mentalità, fenomeno eccetera, Laclau lo descrive più o meno come un dispositivo, o un meccanismo, che compie due azioni: rende equivalenti posizioni politiche che non lo sono, e crea una polarità, una divisione che prima non esisteva.

Fidiamoci di Laclau e facciamo un paio di esempi di quello che è accaduto in Italia negli ultimi cinque anni. È ormai innegabile che si sono affermati vari populismi: quello di Renzi, quello di Grillo e quello di Salvini, e che oggi questi sono gli unici blocchi identitari a confrontarsi nell’arena politica.

Tutti e tre hanno sfruttato il sistema illustrato da Laclau: hanno reso equivalenti delle differenze e hanno creato una polarizzazione che prima non esisteva.

La rottamazione di Renzi è riuscita a unire, per dire, socialisti e liberali, difensori di idee keynesiani con iperliberisti, cattolici e laici, attraverso una separazione del panorama politico tra vecchio (da rottamare) e nuovo (da incarnare).

L’operazione parallela di Grillo, da par suo, ha confuso e riunito classi sociali parecchio differenti, blocchi politici con aspirazioni e idee anche opposte (vedi per esempio sull’immigrazione), attraverso una divaricazione tra corrotti (da maledire) e onesti (il popolo del Movimento 5 stelle); quanto è stata essenziale la lettura sociale di Rizzo e Stella e del loro libro La casta per rendere credibile questa visione pentastellata?

Il populismo di Salvini è più facilmente leggibile: si basa su una divisione noi/loro = italiani/invasori che però riesce a tenere dentro “noi” anche un ceto medio impoverito, i depressi sociali, e molti di coloro che fino a qualche anno fa non avrebbero mai pensato di identificarsi nelle idee leghiste.

Come sono state possibili la nascita e lo sviluppo così rapido di queste tre ideologie postpolitiche: renzismo, grillismo, il robusto leghismo salviniano?

La crisi economica del 2008, oltre a spazzare via i cascami di quei fantasmi che hanno infestato per vent’anni la scena politica italiana – berlusconismo e antiberlusconismo – ha innescato una serie di richieste democratiche dal basso: più rappresentanza, più uguaglianza di reddito, più formazione, più accesso alle risorse, più diritti civili.

Queste domande democratiche sono spesso rimaste isolate (vedi, per esempio, quanto poco si sia riuscito a capitalizzare la battaglia del referendum sull’acqua) e sono stati scaltri Renzi, Grillo e Salvini a capire che dietro le richieste democratiche c’è sempre anche una ricerca di comunità, e a trasformarle quindi in “domande popolari equivalenziali”: ossia a sfumare le differenze tra le posizioni, e a creare questi “popoli”, della Leopolda, della rete, di Pontida, attraverso slogan in apparenza banalissimi e vuoti – rottamazione, vaffa, ruspa.

Questo populismo a venire ci dice che esistono proposte politiche che vanno davvero in controtendenza rispetto all’austerità

Ma, sottolinea Laclau, questa capacità politica non è altro che aver dato “pienezza a una comunità che viene a mancare”. Il nome del popolo sarà proprio il tentativo di dare un nome a questa pienezza assente.

Ecco che coloro che contestano a Renzi, a Grillo e a Casaleggio, o a Salvini, una vuotezza ideale, un trasformismo, una vaghezza dei programmi, non comprendono che è proprio questa la leva principale della loro forza politica, ne è anzi l’essenza.

Se ci convinciamo di questa lettura – e possiamo farlo vagliandola anche con quello che sta avvenendo in Europa, all’esperienza di Syriza, di Podemos, del nuovo Labour corbyniano (non è un caso che Gramsci e Laclau abbiano fatto capolino tra le letture di riferimento dei nuovi leader di sinistra); se ci convinciamo di questa lettura – che resiste secondo me anche alle ottime critiche di Toni Negri secondo cui Laclau naufraga in un pensiero postideologico che non comprende la struttura della società ma solo la superficie – potremmo allora da una parte rivendicare un populismo di sinistra che ha una sua lunga e autorevole storia, e dall’altra immaginare una lettura efficace della società che riesca a creare un “popolo” di sinistra forte come è accaduto in Grecia, in Spagna, nel Regno Unito.

Un populismo di sinistra credibile

Un bell’articolo di Marco D’Eramo tre anni fa ricordava che prima che il populismo da Reagan in poi fosse egemonizzato dalle destre, abbiamo avuto una lunga storia novecentesca di lotte per i diritti, per i salari, per l’uguaglianza, “contro i monarchici dell’economia”, “contro i poteri che ci hanno infilato una camicia di forza”.

Il socialismo – l’hanno ben capito Alexis Tsipras, Pablo Iglesias e Jeremy Corbyn – può consegnarci lo strumento con il quale tracciare quella divaricazione essenziale per la nascita di un populismo di sinistra credibile.

Chi c’è da una parte e chi c’è dall’altra?

Da una parte ci sono i precari, il ceto medio impoverito ma anche i migranti che chiedono diritti, e i cittadini di un meridione socialmente depresso, e ci sono quegli studenti che non vogliono alimentare un’emigrazione che non è più fuga solo di cervelli ma di manodopera a basso costo, quelli che non hanno case di proprietà e che non possono e non potranno accedere a un mutuo, i pignorati, quelli che occupano spazi, i cosiddetti neet (coloro che non studiano e non lavorano), gli arresi, gli evasori fiscali per necessità, una massa diffusa e interclassista, di neopoveri, di quasi poveri, che provengono da contesti sociali e famigliari, e persino nazionali differenti, ma che reclamano sostanzialmente reddito e accesso alle risorse, un welfare degno di questo nome.

Dall’altra parte ci sono coloro che non vogliono condividere risorse, che dispongono di un welfare privato e ristretto, che cercano di garantirsi una condizione sociale di privilegio. Impoveriti contro arricchiti. Chavs contro posh. Coatti contro fighetti.

Questo populismo a venire ci dice che non stiamo tutti sulla stessa barca. Che occorrono ed esistono delle proposte politiche a livello europeo che vanno davvero in controtendenza rispetto all’austerità – da far propria è per esempio quella di Marco Bertorello e Christian Marazzi di un “quantitative easing” sociale: i soldi nelle tasche delle persone e non nelle banche, come ci ha tenuto a specificare Marazzi in un recente dibattito a Roma.

Ma questo populismo ci può far immaginare anche la fine della frammentazione all’interno della sinistra radicale italiana, delle sue tante formazioni, partiti e associazioni, e può coinvolgere i milioni che non militano più oppure non votano, e spingerli a ritrovare finalmente il senso di una comunità politica in cui riconoscersi.

Annunci

Un pensiero su “Appello per un populismo di sinistra

  1. L’ha ribloggato su Sinistra Newse ha commentato:
    Ma questo populismo ci può far immaginare anche la fine della frammentazione all’interno della sinistra radicale italiana, delle sue tante formazioni, partiti e associazioni, e può coinvolgere i milioni che non militano più oppure non votano, e spingerli a ritrovare finalmente il senso di una comunità politica in cui riconoscersi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...