Abbiamo battuto il mio tumore

Mimmo Càndito
Abbiamo battuto il mio tumore
La Stampa, 17 agosto 2015

In 40 mila hanno voluto rispondermi, quando, tre mesi fa, ho raccontato in queste pagine d’aver scoperto che nel mio polmone s’era insediato un tumore. 40 mila é un numero enorme, 40 mila uomini e donne che mai erano stati parte della mia vita e che peró hanno voluto scrivermi o comunque inviarmi un messaggio, lettere, commenti, telefonate, collegamenti sui social. Sará pure un segno del tempo d’oggi, un tempo in connessione permanente, ma io l’ho vissuta come una solidarietá civile che, proprio per questa sorprendente disponibilitá anonima a esser parte, a condividere, ad assumere in qualche modo una responsabilitá, ha fatto sentire come un obbligo dovuto la volontá di non cedere. La mia storia non era piú soltanto una storia mia. Per questo, ora, dopo 3 mesi, racconto qui che quel tumore é stato ablaso. Non sono “guarito”, peró quella piccola massa nera che aveva occupato una parte del mio polmone, e lo divorava, e cresceva giorno dopo giorno, ora non c’é piú.

Ma non é un miracolo, tre mesi non sono affatto la storia di un percorso terapeutico eccezionale. Sono soltanto il tempo che ha segnato per me, ma puó esserlo per tutti, una realtá certa: che il cancro non é un destino obbligato di morte; perché, oggi, ci sono tutte le condizioni per potersi sottrarre a quel destino, che ancora da molti viene invece vissuto come inevitabile.

Chi ha un tumore sa che il proprio futuro vivrá sempre di attesa. Anche quando il tumore é stato contenuto, rimesso, eliminato, sempre lascia di sé il segno d’una stimmate: perché ció che é giá stato puó sempre tornare. Ma non é affatto scontato che debba tornare. E comunque, é un dovere verso se stessi, prima ancora che verso altri, far di tutto perché i controlli, l’avvedutezza d’uno stile di vita, e la straordinaria energia mentale che nasce dalla forza della volontá, riducano fin quasi ad annullarle le possibilitá d’una recidiva.

Un primo tumore, io lo avevo scoperto ad agosto del 2005, nel polmone sinistro. La coraggiosa sperimentazione d’un oncologo americano ne avevano consentito alla fine l’asportazione chirurgica, anche se il verdetto iniziale era stato tragico, di “nessuna possibilitá di sopravvivenza”. In questi 10 anni che son seguiti, ho rispettato rigorosamente il ciclo dei controlli, sempre negativi; poi peró, a primavera di quest’anno, l’ultima Pet e la successiva biopsia rivelavano la presenza nel polmone destro – il solo rimastomi attivo – di un “adenocarcinoma con estesi aspetti di crescita lepidica (second primary NSCLC)”.

Era di nuovo il cancro. Ma di fronte alla commiserazione che sentivo accompagnare ogni mio passo, come se giá ne subissi un verdetto di morte annunciata, avevo pubblicato in queste pagine un racconto che esortava a guardare al cancro come una malattia, e non come una condanna. Il racconto – e cosí l’ha voluto il giornale – doveva aiutare a creare coscienza che non bisogna aver paura a parlarne, e che rimuovere la realtá con il silenzio soffoca magari l’angoscia ma é soltanto una povera, inutile, benda sugli occhi: il cancro si affronta e si lotta, e ogni briciolo, il piú minuto, di energia psichica dedicato a questa lotta é un apporto vitale alla terapia che l’oncologo prescrive.

Per questo mio nuovo tumore, l’oncologo inizialmente ha escluso l’asportazione chirurgica, viste le mie condizioni giá compromesse, e ha suggerito, in sostituzione, un intervento di radioterapia. Mi hanno applicato un “trattamento radioterapico stereotassico a scopo ablativo, con somministrazione di una dose Focolaio Totale di 50 Gy/5 frazioni (isodose 80%) con tecnica a intensitá modulata volumetrica e controllo con cone-beam CT quotidiana (IGRT-VMAT)”. In parole nostre, hanno bombardato quella massa nerastra con un potentissimo raggio laser, fino a distruggerla. In America 10 anni fa, avevo avuto bisogno di 45 sedute di radioterapia, a parte la chemioterapia, mentre ora – grazie alla evoluzione delle tecnologie terapeutiche e alla potenza impiegata – sono state sufficienti soltanto 5 sessioni, durissime ma soltanto quelle.

Tutto qui. Il tumore é stato cancellato, e ogni tre mesi valuteremo ora che cosa stia accadendo di quanto é rimasto nel mio corpo; tra qualche tempo non breve, poi, potró sapere anche se io sia guarito.

Perché, il cancro é anche una sfiga: il mio primo tumore era stato causato, molto probabilmente, da una contaminazione da uranio impoverito, subita in qualcuno dei territori in guerra – l’Afghanistan, l’Iraq, l’Iran, la Somalia, ecc – dove ero stato a raccontarne le storie. Siamo stati in molti giornalisti laggiú, ma, per quanto ne sappia, abbiamo sviluppato un tumore soltanto tre di noi: oltre me, una mia compagna di quei viaggi, Maria Laura Avignolo, argentina, operata poi felicemente a Parigi, e un reporter tedesco, invece morto. Che, poi, é quanto é accaduto a tanti soldati italiani in Kossovo: alcuni sono morti per tumore, ma molti continuano a vivere i loro giorni, sia pur con qualche angoscia e molte attenzioni.

La sfiga é un accidenti dannato. Ma le attenzioni, invece, sono un obbligo dovuto: e le attenzioni vogliono dire, soprattutto, controllo e stile di vita. Questo mio racconto di oggi vuol ribadire che io, e tanti come me, sopravviviamo al tumore grazie all’apporto d’una diagnosi precoce; perché il tempo é una variabile rigidissima, e bisogna saperle cedere ogni nostra disponibilitá, senza timori né pregiudizi.

Ma in giorni come quest’ultimi, quando il dibattito sulla sanitá pubblica incrocia drammaticamente forze politiche ed equilibri finanziari, questo racconto di speranza e di fiducia si deve chiudere con una notazione che puó aggiungere ulteriori riflessioni a quel dibattito, perché il mio caso – il mio tumore – alla pari di tanti altri tumori diagnosticati nei controlli, é stato seguito esclusivamente dal servizio sanitario nazionale. A tracciare la diagnosi precoce é stato il prof. Giorgio Scagliotti, primario di oncologia polmonare all’ospedale San Luigi, e ad applicare la terapia laser é stato il prof. Umberto Ricardi, primario di radioterapia all’ospedale Le Molinette. Non intendo dire che siano reparti, o medici, di eccellenza; magari lo sono anche, e ne hanno riconoscimenti a livello internazionale, ma ció che conta é che essi operano nel servizio pubblico, che costituisce comunque, pur con le sue contraddizioni e al di lá dei singoli nomi coinvolti, un legittimo orgoglio civile del nostro paese.

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2 pensieri su “Abbiamo battuto il mio tumore

  1. Quando La Stampa pubblicò a maggio il primo articolo di Mimmo Càndito in cui diceva di avere una recrudescenza del tumore nell’altro polmone ci fu una tale quantità di interventi amichevoli, affettuosi da parte del pubblico che all’apparire di questo secondo pochi hanno commentato (almeno sui social) e non mi sembra strano.
    Non fu certo una manifestazione di disinteresse. Da parte mia fu proprio una scelta, perché qualunque giro di parole mi sembrava di plastica di fronte alla semplicità e purezza di quelle usate da M. C. nel raccontare con obiettività (anche verso le strutture sanitarie italiane) la sua vicenda che, da privata, lui e il giornale hanno fatto divenire pubblica. Per i motivi ben spiegati nel I art. e che sostanzialmente riguardano la voglia di affrontare l’argomento tumore come uno dei tanti grossi problemi della vita che arrivano, se ne vanno oppure no ma che comunque ci sono e tanto vale parlarne, anche con tutti perché no; anche per scambiarsi utili informazioni. In ogni caso parlarne fa bene alla persona interessata e quindi va fatto. Punto. Ricordo che ci fu solo un commento un po’ negativo al I articolo ove si diceva che queste sono vicende private e non da far comparire sui giornali. Io, piccola, ricordo questa asfitticità culturale negli anni ’60 in certe frange familiari.

    1. Anche se non è più tanto vero, il tumore è associato all morte, e della morte ordinaria nella nostra società attuale si parla il meno possibile. Salvo poi spostare l’attenzione verso le morti lontane dei migranti, o di altri sfortunati, combattenti o vittime. Certo la fine della vita è un fatto personale, non lo è il tumore che è stato a lungo una malattia sociale e in parte lo è ancora, come si vede proprio nel caso di Mimmo Càndito. C’è poi la notorietà del giornalista, anni fa Vittorio Gorresio ancora sulla Stampa aveva lungamente raccontato la sua battaglia contro una malattia simile, tumore alla mascella, se non ricordo male.

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