Le classi sociali, un aggiornamento

Ilvo Diamanti

Sylos Labini e le classi sociali in un’Italia da riformare
Quell’indagine ruppe lo schema fossilizzato in due poli: la borghesia e il proletariato
Quarant’anni dopo torna il saggio dell’economista che lesse con occhi nuovi la realtà del nostro Paese

la Repubblica, 29 ottobre 2015

A quarant’anni di distanza è sempre bene rileggere il “Saggio sulle classi sociali” di Paolo Sylos Labini. Perché è rigoroso e al tempo stesso innovativo. Perché affronta la questione della «struttura sociale» in modo stimolante e profondo. Perché il tempo non ne ha limitato l’attualità. Al contrario. E, per questo, ripercorrerne le pagine permette di ricostruire la natura di alcuni dei nostri problemi — economici, sociali e, al tempo stesso, politici. Che hanno radici storiche profonde. Lontane. Eppure persistono e resistono. (…) Merito del “Saggio” di Sylos Labini è di superare le due principali letture alternative delle classi sociali. La prima — dicotomica, di tradizione marxista — riduceva la struttura di classe alla sostanziale divisione — conflittuale — fra borghesia e proletariato. Dalle quali erano attratte tutte le altre classi, perlopiù residui del passaggio verso il modo di produzione capitalista. L’altra lettura prevalente aveva segno «funzionalista». Traduceva la divisione sociale in termini di «stratificazione». Un concetto che rendeva e rende difficile individuare distinzioni chiare e nette. Fondate su basi chiare. Su interessi e su tensioni irriducibili.
Paolo Sylos Labini complica la rappresentazione dicotomica senza, però, sbriciolarla. Senza riprodurre una realtà tanto fluida quanto illeggibile. E, in fondo, in-dicibile. Egli riconduce, dunque, la popolazione italiana a tre grandi classi sociali. Oltre — e in mezzo — alla borghesia e alla classe operaia, inserisce le classi medie. Che, a loro volta, aggregano componenti diverse: la piccola borghesia impiegatizia; la piccola borghesia relativamente autonoma e, infine, alcune categorie specifiche, come i militari e i religiosi.
A differenza della concezione dualista, di tradizione marxiana, Sylos Labini non considera la struttura sociale destinata ad un’alternativa tanto polarizzata quanto incompatibile. A una lotta irriducibile, fino allo scontro finale. Da cui sorgerà la società senza classi.
Ma non immagina neppure una società indistinta, se non su basi funzionali e quantitative. La base della sua «classificazione» è, invece, fondata sulla diversa natura e provenienza del reddito. La rendita, che proviene dalla proprietà di terreni agricoli o urbani. Il profitto, che trae origine dall’attività imprenditoriale (sia essa fondata sull’agricoltura, l’industria o il commercio). Infine, il salario, che deriva dal compenso ottenuto dal lavoratore dipendente per l’opera prestata. (…) Naturalmente, le cose sono cambiate, in modo anche profondo, rispetto allo scenario disegnato da Sylos Labini. E hanno reso — forse — ancor più difficile la strada delle riforme.
Alcuni mutamenti — sensibili — hanno coinvolto la struttura di classe. La borghesia si è progressivamente legata, in modo sempre più stretto, alle logiche finanziarie. La «classe operaia», in grande espansione negli anni in cui Sylos Labini scriveva il suo Saggio, si è trasformata profondamente. Insieme ai modi e ai luoghi della produzione. Del mercato e dell’economia. Che si sono «globalizzati». E dispersi. Polverizzati. Hanno, dunque, perduto i centri e i riferimenti tradizionali. (…)
L’istruzione e la ricerca, in Italia, restano, sempre e ancora, un problema. Visto che gli investimenti pubblici, in questo settore, sono molto al di sotto della media UE. E non crescono. Così, la burocratizzazione della società e dello Stato. Che ha contribuito ad abbassare gli standard di efficienza del sistema produttivo privato, ma anche di quello pubblico. Mentre le logiche della finanza hanno inquinato e quasi avvelenato l’economia. (…) Tecnici e intellettuali, i gruppi che avrebbero dovuto — e potuto — favorire la modernizzazione, insieme alla classe operaia, in effetti non sono riusciti a giocare un ruolo da protagonisti. Fra gli intellettuali, la categoria degli insegnanti si sente sempre meno «classe dirigente». E neppure «piccola borghesia». Piuttosto, lamenta una caduta di status — e di reddito. La diffusione delle tecnologie della comunicazione, nel lavoro e nella vita quotidiana, ne ha ridimensionato e, comunque, ridefinito gli spazi.
Quanto ai «tecnici», oggi è difficile definirne i confini e il profilo, tanto sono cambiati, in questi anni. Di certo, l’immagine sociale dei tecnici e dei professori — dunque: degli intellettuali — come attori della modernizzazione e delle riforme non è migliorata. Al contrario, si è non poco deteriorata. Soprattutto dopo che, negli ultimi anni, sono state promosse alcune esperienze di governo esplicitamente ispirate a queste figure. Governi di tecnici, professori ed esperti. E, parallelamente, è cresciuto il numero di tecnici, professori, esperti al governo. Si tratta di formule sperimentate in Italia, ma non solo. Per rispondere al deteriorarsi del rapporto fra cittadini, partiti e politici. Con l’esito di rendere difficili anche le relazioni fra cittadini e tecnici. In particolar modo, fra tecnici e classe operaia. Visto che ai tecnici è stato affidato il compito di «riformare» — ma, in effetti, ridimensionare — lo Stato sociale (in particolare: le pensioni). E, al tempo stesso, di rivedere il sistema di regole che organizza il mercato del lavoro. Rendendolo più flessibile. E, dunque, ridimensionando le garanzie per gli occupati.
La «questione delle riforme», come l’aveva tratteggiata Sylos Labini, appare, dunque, ancora aperta. Anche perché nuovi ostacoli si sono aggiunti ai vecchi. Particolarmente insidiosi. Fra gli altri, ne rammento uno. L’invecchiamento della popolazione. Che, da un lato, ha reso le riforme più urgenti. Ma anche più contrastate, perché investono, inevitabilmente, il sistema delle garanzie sociali conquistate nei decenni precedenti. Dall’altro lato, però, ha ridimensionato il peso delle componenti «innovative ». Quelle che possono contribuire maggiormente alla domanda di riforme. In particolare i giovani. I quali, secondo l’80% degli italiani, se vogliono fare carriera, se ne dovrebbero andare dal nostro paese. E in effetti lo fanno. Con l’esito di impoverire ulteriormente le nostre risorse sociali di innovazione e di cambiamento. E di rendere più faticoso il cammino delle riforme.

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