Alberto Moravia, Lettera a Andrea Caffi (1927)

Ho ricevuto la sua lettera e le sue amichevoli espressioni mi hanno fatto molto piacere – però Lei non mi dice nulla di preciso sulle sue personali condizioni – è ancora nella situazione disperata in [cui] l’ho lasciata o ha trovato almeno di che passare l’estate – mi dica veramente come sono le cose che in quanto io posso io l’aiuterei molto volentieri – Quanto a Fix,quel mio amico di cui avevo detto non s’è fatto più vivo – ora gli ho scritto e appena riceverò notizie gliene scriverò –.
Quello che Lei dice su me e sul mio avvenire è molto lusinghiero e certo non potrebbe esser più giusto quel che Lei dice sulla maggiore importanza della vita invece che del lavoro – le sue parole vengono a confermare un concetto che fino a poco tempo fa avevo idolatrizzato e che ora, forse per la aridità e la mediocrità della vita di Roma cominciava a vacillare – del resto per dimostrarLe quanto l’idea della vita e della sua vastità mi sia accetta le dirò che poco tempo fa avevo deciso di abbandonare dopo la pubblicazione del mio romanzo la letteratura e di dedicarmi a qualche occupazione meno artistica – quello sopratutto che mi spaventava era l’intellettualismo e gli intellettuali – finora in Italia (l’Italia moderna) non ci sono stati che intellettuali separati dalla vita e dalla sofferenza che essa implica – questo è un grande pericolo: la mia più grande ambizione è non di essere un uomo qualunque ma forse un uomo che nonostante la sua possibile intelligenza non frammetta tra sé e le cose la lente dell’intellettualismo –.

Come vivere io ancora non so – e certo, finché non avrò qualche scopo più alto che me stesso, quei sacrifici e quelle rinunce di cui Lei mi parla non serviranno a nulla altro se non a far del posto per altre verità – e debbo anche dirle che fino a poco tempo fa il mio più alto ideale umano era l’uomo forte sanguigno e consapevole di Shakespeare o se vogliamo di Balzac – l’uomo completo con tutti i vizi e tutte le virtù – tutto il mio sistema di vita era appoggiato su questo ideale per questo ideale ho fatto diverse e non tutte pure esperienze e perciò quel che a Lei forse era sembrato generosità, non era qualche volta che consapevole e mal intenzionato esperimento – e debbo anche dire che in me c’è ancora una buona dose di irritazione, il resto di una rabbia durata 19 anni – e poi ci sono tante altre cose, le più non belle – anzi posso dire che l’unica cosa che ho di buono è la consapevolezza di questi miei detti difetti – ho visto spesso parecchie persone burlarsi o biasimare senza parerlo le mie vanità e io lo sapevo e le esageravo –.

Ad ogni modo per ora la questione è di vivere cioè di fare esperienze: certo ora non penso più come due anni fa che l’esperienza sia tutto – ma ne riconosco il valore materiale e documentario… e poi tutte queste sono parole – io ho davanti a me tutte le questioni più dure di conoscenza umana e di elevazione morale e dietro di me solamente qualche piccola vittoria sul tempo e qualche piccolo esperimento – soltanto ecco, tutto è chiaro avanzo e non mi riesce di vedere altra via che quella seguita da tutte le ambizioni – la più grande precarietà è in ogni mia azione – vivo alla giornata e una volta alla settimana almeno sono sull’orlo di una disperazione ormai troppo abituale – anche i miei desideri sono non dico attenuati ma come anestetizzati da qualche sconosciuto cloroformio – è terribile non avere alcun appetito, non esser feroce – sentirsi avvolti da una mediocre ovatta – e certo nulla è più ripugnante che certe mie debolezze femminili direi quasi masochiste.

Lei mi ha fatto parlare di me stesso, l’unica cosa che non dovrei fare – ma ad ogni modo mi lasci dire che l’egocentrismo è nulla in confronto dell’indifferenza – e se certi sacrifici non fossero sacrifici ma solamente agevoli distacchi? Lei mi dica delle sue condizioni e di quel che conta di fare – e poi dica anche che cosa intende per «singolarità addirittura brutali» che io svilupperei se non rinunciassi alla vanità terrene – e questo sia detto senza alcuna ironia –.
Arrivederci per oggi – una stretta affettuosa di mano

Alberto Pincherle

La lettera è dell’11 luglio 1927, è stata pubblicata dal Corriere della Sera, 30 ottobre 2015 (modifica il 1 novembre 2015). Sta in «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto. Lettere 1926-1940», in libreria da giovedì 5 novembre. Ovvero, l’epistolario di Alberto Moravia pubblicato da Bompiani (pagine 450, euro 22, a cura di Alessandra Grandelis, ricerca iconografica di Nour Melehi), che raccoglie una serie di lettere, in grande maggioranza inedite, che Moravia (Roma, 1907-1990) inviò a diversi interlocutori tra il 1926 e il 1940.

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