Luciano Gallino, sociologo accademico e militante

Sergio Scamuzzi
il curriculum

Luciano Gallino, nato nel 1927, professore emerito di Sociologia della Università di Torino, è stato uno dei maestri della disciplina in Italia. Formatosi nel gruppo degli intellettuali reclutati da Olivetti, ha svolto tutta la sua carriera nella Università di Torino. Il suo ‘Dizionario di Sociologia’, edito dalla Utet nel 1978 ha dato piena cittadinanza accademica e scientifica alla disciplina, dopo l’eclisse voluta dal fascismo e dall’idealismo crociano.

Ha avuto un ruolo di pioniere e innovatore negli studi sul lavoro e l’impresa, interesse mai abbandonato dai primi studi sulla Olivetti ai più recenti sulla responsabilità sociale delle imprese e sul rapporto tra tecnologia e democrazia; negli studi sulla modernizzazione della società italiana e le sue disuguaglianze sociali, anche questo interesse frequentemente ripreso negli anni in analisi delle complessità del caso italiano, e più recentemente sugli effetti della globalizzazione nelle società occidentali; negli studi sul ruolo della scienza nella società e i rapporti tra le scienze umanistiche e scientifiche (L’incerta alleanza, intitolò la sua riflessione).

Ha affiancato nel corso di lunghi anni di attività, giunti fino all’ultimo libro licenziato pochi mesi or sono (Il denaro, il debito e la crisi, Einaudi), un forte impegno verso l’analisi rigorosa che è stata un riferimento per numerosi colleghi e allievi, formatisi sulla sua teoria de ‘L’attore sociale’ o sull’indagine delle forme nuove assunte via via dal lavoro, insieme con un altrettanto forte e rigoroso impegno di critica sociale, rivolta al mondo intellettuale, della politica e dell’opinione pubblica, in molte sue opere più recenti sulla crisi globale e nazionale, le sue origini e le riforme necessarie per uscirne.

Amava confrontarsi di persona con colleghi e studenti sulle sue tesi scientifiche e spendersi nella divulgazione dei risultati delle sue ricerche e riflessioni, senza cercare facili consensi; ha continuato in tutta la sua carriera accademica a promuovere un’incessante innovazione nei temi, nel modo di fare ricerca e di organizzare l’università; ha difeso la serietà del metodo scientifico, e nel contempo dell’impegno sociale sui temi affrontati, con la ferma direzione della più antica rivista italiana della disciplina, i Quaderni di Sociologia.

Roberto Ciccarelli
Luciano Gallino, costruire le fabbriche del dissenso
il manifesto, 9 novembre 2015

Luciano Gal­lino è morto a 88 anni. L’ultima volta che l’ho sen­tito al tele­fono, per un’intervista, era ai primi di luglio 2015. Ci era­vamo lasciati con un appun­ta­mento in autunno, quando sarebbe uscito il suo nuovo libro Il denaro, il debito e la dop­pia crisi, una lunga let­tera ai suoi nipoti, più che un testa­mento uno stru­mento di bat­ta­glia con­tro l’austerità. Pen­sa­vamo a un’altra inter­vi­sta, per discu­tere del libro. Mi disse: “Sa sono stato male, ma ho con­ti­nuato a lavo­rare al libro. Adesso sto cor­reg­gendo le bozze”.Era pieno di ener­gia, mi disse. L’ho richia­mato più volte, nelle ultime set­ti­mane. Non è stato pos­si­bile parlarci.

Il tic­chet­tìo dell’Olivetti

Era diven­tata un’abitudine, que­sta lunga fre­quen­ta­zione tele­fo­nica ini­ziata, credo, nel 2009.
Il nostro metodo di lavoro era improv­vi­sato, ma era sem­pre pre­ciso, infal­li­bile. Lo chia­mavo al mat­tino, pro­spet­tavo l’argomento dell’intervista: una dichia­ra­zione del governo di turno, un avve­ni­mento poli­tico euro­peo di primo piano, un movi­mento degli stu­denti, una legge finan­zia­ria, l’ultimo libro pub­bli­cato. Mi rispon­deva cor­tese, sem­brava pren­dere appunti a mente, mi chie­deva sem­pre di richia­marlo al pome­rig­gio. Pren­deva molto sul serio l’argomento, sem­brava volerlo stu­diare a fondo. Lo richia­mavo e, alla prima domanda, ini­ziava a par­lare con un filo di voce, con calma, a raf­fica. Fati­cavo a star­gli dietro.
Durante un dia­logo avve­nuto a fine 2012, per una lunga inter­vi­sta pub­bli­cata a fine anno su Il Mani­fe­sto, si inter­ruppe. Mi chiese: “Ma lei sta scri­vendo men­tre parlo?”. “Sì, pro­fes­sore”. “Ah che bello, mi ricorda l’Olivetti, que­sto tic­chet­tìo continuo”.
Gal­lino ha col­ti­vato a lungo l’esperienza di vita, e di lavoro, per il grande indu­striale di Ivrea. La sua col­la­bo­ra­zione con “l’impresa respon­sa­bile” dell’ingegnere (a cui ha dedi­cato uno dei suoi ultimi libri) ini­ziò nel 1956, all’Ufficio Studi Rela­zioni Sociali, una strut­tura di ricerca azien­dale all’avanguardia per i tempi, qual­cosa che oggi appare fan­ta­scienza per gli ita­liani. Per gli undici anni suc­ces­sivi, fino al 1971, ha diretto il Ser­vi­zio di Ricer­che Socio­lo­gi­che e di Studi sull’organizzazione (SRSSO) sem­pre all’Olivetti, negli stessi anni ini­ziava a Stan­ford una car­riera scien­ti­fica che lo avrebbe por­tato a diven­tare uno dei socio­logi del lavoro, dell’industria, della teo­ria sociale rico­no­sciuti in tutto il mondo. Per capire Gal­lino, e la sua ten­sione verso l’innovazione e diritti dei lavo­ra­tori, biso­gna capire con chi lavo­rava a Ivrea. Il suo diri­gente era Paolo Vol­poni, lo scrit­tore di “Cor­po­rale” o de “Le Mosche del Capi­tale” che molto rac­contò dell’esperienza di fab­brica da parte degli intel­let­tuali mar­xi­sti, e non, divisi tra la visione auto­ri­ta­ria della Fiat e quella illu­mi­ni­stica, razio­nale e neo-comunitaria di Olivetti.
Il tic­chet­tìo della tastiera del mio com­pu­ter, mi disse, gli ricordò quella sta­gione a cui è rima­sto for­te­mente legato: la sta­gione degli scrit­tori e poeti in fab­brica: Giu­dici, For­tini, Vol­poni, Sini­sgalli, Pam­pa­loni. Ma anche di intel­let­tuali di grande respiro euro­peo come Ser­gio Bolo­gna. Tutta una gene­ra­zione for­mata allo stu­dio con­creto, mate­riale dell’organizzazione dell’impresa intrec­ciata con la vita al lavoro dei lavo­ra­tori. A con­tatto con i cir­cuiti della pro­du­zione, con le asprezze della media­zione sin­da­cale e poli­tica, con l’esigenza di por­tare l’impresa nel ter­ri­to­rio, o nella città, e non di sus­su­mere il ter­ri­to­rio e la vita nell’impresa. Gal­lino cono­sceva la tec­nica dall’interno e la pen­sava con un dop­pio cer­vello: la scienza dell’organizzazione ame­ri­cana e la teo­ria cri­tica della scuola di Francoforte.
Al tele­fono
Ho cono­sciuto Gal­lino dai suoi libri, non come stu­dente, o come col­lega. Il Dizio­na­rio di socio­lo­gia, Se tre milioni vi sem­bran pochi. Sui modi per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zioneIl costo umano della fles­si­bi­lità,Finan­z­ca­pi­ta­li­smo. La civiltà del denaro in crisiLa lotta di classe dopo la lotta di classeIl colpo di stato di ban­che e governi. L’attacco alla demo­cra­zia in Europa, tra i tan­tis­simi. E l’ho cono­sciuto al tele­fono. Uno stru­mento che per­mette di man­te­nere una strana inti­mità pur restando dei per­fetti estra­nei. Il tele­fono per­mette di man­te­nere la giu­sta distanza dalle cose, in un equi­li­brio tra ciò che si sa e lo sconosciuto.
Per­ché, al tele­fono, il pen­siero viene messo al lavoro. A una domanda, può cor­ri­spon­dere una rispo­sta impre­ve­di­bile. Ad esem­pio, nel 2009: in un’intervista sul pre­ca­riato dell’università, che molto ha pre­oc­cu­pato Gal­lino, il pro­fes­sore eme­rito mi sor­prese, spin­gendo a cam­biare com­ple­ta­mente il senso dell’intervista. Ini­ziò a par­lare di red­dito di base per tutti, una pro­spet­tiva — mi disse — non pro­prio con­ver­gente “con la mia for­ma­zione di socio­logo dell’industria”. Con­ti­nuavo a scri­vere, pro­vando a non per­dere una parola. Gal­lino, dopo una breve rifles­sione, era pronto a rove­sciare le sue case­matte e stare all’altezza del pro­blema. La pro­spet­tiva non lo con­vin­ceva, ma andava sino in fondo alla que­stione, con una deci­sione che nel tempo sarebbe diven­tata un vero stile poli­tico. Ecco cosa mi disse:
“Una delle posi­zioni etico-politiche del red­dito di base è ren­dere gli indi­vi­dui mag­gior­mente liberi dinanzi alle scelte lavo­ra­tive e, si può pre­su­mere, anche alle scelte nel per­corso uni­ver­si­ta­rio e post-universitario. Se una per­sona è a red­dito zero, cioè se non ha mai avuto un lavoro nor­mal­mente retri­buito o è un gio­vane in cerca di una prima occu­pa­zione, accet­terà qua­lun­que tipo di lavoro. Se, invece, avesse un red­dito di base, il cui scopo è tenere le per­sone al di sopra della soglia di povertà, sarebbe più libero di com­piere le sue scelte. Non cer­che­rebbe a tutti i costi uno sbocco lavo­ra­tivo red­di­ti­zio. È un po’ tutto da spe­ri­men­tare, ma ritengo che que­sto carat­tere del red­dito di base, cioè la costru­zione di mag­giori spazi di libertà fuori dall’assillo del bilan­cio quo­ti­diano, potrebbe avere effetti posi­tivi anche sulla ricerca e sui per­corsi uni­ver­si­tari in genere. Chi è pre­giu­di­zial­mente ostile al red­dito di base tro­verà infi­nite ragioni per opporsi. Vi sono molti pro e molti con­tro. Per ragio­nare in con­creto, il red­dito dovrebbe assor­bire tutte le spese che ven­gono ero­gate sotto la forma di ammor­tiz­za­tori sociali e assi­mi­lati. Se si mette insieme il costo della cassa inte­gra­zione ordi­na­ria, cassa straor­di­na­ria, cassa inte­gra­zione in deroga, liste di mobi­lità, pre­pen­sio­na­menti, assi­stenza ai pen­sio­nati sotto la soglia di povertà e altre forme di assi­stenza, sono miliardi di euro. In altre parole, biso­gna pen­sare ad una gene­rale tra­sfor­ma­zione delle poli­ti­che sociali. I cal­coli che si fanno sta­bi­li­scono che per stare al di sopra di una soglia della povertà una fami­glia avrebbe biso­gno di 1.500 euro o giù di lì, 5 o 600 euro per due fami­liari, la metà per uno o due figli. Ci sarebbe comun­que un mar­gine non coperto, però la tra­sfor­ma­zione degli ammor­tiz­za­tori sociali come — per fare un gioco di parole — base per il red­dito di base potrebbe far fare un grande passo in avanti. Il red­dito di base non è con­di­zio­nato dal fatto di avere avuto un lavoro. La cosa para­dos­sale oggi è che per avere un sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione biso­gna avere ver­sato almeno 52 set­ti­mane di contributi”.
La lotta di classe dall’alto
Sin dalla fine degli anni Novanta, Gal­lino ha espli­ci­tato la ten­sione etico-politica, comune a molti intel­let­tuali tori­nesi, che lo ha por­tato a inter­ve­nire nel pre­sente con una ric­chezza di posi­zioni tutte ispi­rate a un rin­no­vato senso della radi­ca­lità. Radi­cale, lo era Gal­lino sia nell’impietosa e spesso dispe­rante ana­lisi del domi­nio capi­ta­li­stico, sia nell’evocazione degli stru­menti della resi­stenza e dell’alternativa.
L’approccio di Gal­lino non si limi­tava all’analisi delle dise­gua­glianze, oggi piut­to­sto in voga da quando Tho­mas Piketty ha avuto suc­cesso con un libro pre­ten­zio­sa­mente inti­to­lato “Il capi­tale del XXI secolo”. La gigan­te­sca espro­pria­zione della ric­chezza  del lavoro avve­nuta a par­tire dalla fine degli anni Set­tanta ad oggi, Gal­lino la chia­mava “Lotta di classe”. Coniando — già dal titolo di un libro inter­vi­sta — la for­tu­nata for­mula di “lotta di classe dall’alto”.
In una lunga serie di volumi militanti,in cui non man­cava certo il rigore infles­si­bile dello scien­ziato sociale, que­sta vio­len­tis­sima asim­me­tria del potere dei ric­chi con­tro un lavoro sem­pre più debole e vul­ne­ra­bile è stata squa­der­nata con una peri­zia costante. Nel tempo Gal­lino ha affi­lato lo stile di inter­vento poli­tico giun­gendo a ren­dere il suo ultimo libro Il denaro, il debito e la dop­pia crisi una mor­dace ope­ra­zione di com­bat­ti­mento dia­let­tico con­tro l’oligarchia al potere. Spie­tato il suo giu­di­zio con­tro i “quat­tro governi del disa­stro” che hanno gestito i primi anni della crisi ita­liana: Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Sono l’espressione di un “colpo di stato delle ban­che e dei governi”:
“Si può par­lare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attri­bui­sce poteri che non gli spet­tano per svuo­tare il pro­cesso demo­cra­tico — mi disse Gal­lino in un’altra inter­vi­sta del 2013 — Oggi deci­sioni di fon­da­men­tale impor­tanza ven­gono prese da gruppi ristretti: il diret­to­rio com­po­sto dalla Com­mis­sione Ue, la Bce, l’Fmi. I par­la­menti sono svuo­tati e hanno dele­gato le deci­sioni ai governi. I governi li hanno pas­sati al diret­to­rio. Se que­sta non è la fine della demo­cra­zia, è cer­ta­mente una ferita grave. Pen­siamo al patto fiscale, un enorme impe­gno eco­no­mico e sociale con una valenza poli­tica rile­van­tis­sima di cui nes­suno pra­ti­ca­mente ha discusso. I par­la­menti hanno sbat­tuto i tac­chi e hanno votato alla cieca per­ché ce lo chie­deva l’Europa. Non esi­stono alter­na­tive, ci è stato detto. Que­sta espres­sione è un corol­la­rio del colpo di stato in atto”.

Costruire le fab­bri­che del dissenso
La tri­lo­gia com­po­sta dal denaro, il debito e la dop­pia crisiFinan­z­ca­pi­ta­li­smoIl colpo di Stato di ban­che e governi, da leg­gere insieme a libri come Attacco allo stato socialeVite rin­viate, lo scan­dalo del lavoro pre­ca­rio, ha tro­vato un com­pi­mento nell’ultimo libro con la defi­ni­zione dei linea­menti del «pen­siero cri­tico», oscu­rato e rimosso dalle riforme della scuola e dell’università Moratti-Gelmini e imba­stite da quel con­cen­trato di idio­zie mer­can­ti­li­sti­che della legge «di sini­stra» Berlinguer.
Biso­gna costruire, per tutta la pros­sima gene­ra­zione, le «fab­bri­che del dis­senso» ha scritto Gal­lino. Le idee ci sono, ispi­rate a un «socia­li­smo eco­lo­gico» o a un «socia­li­smo demo­cra­tico», lo defi­ni­sce Gal­lino: riforma della finanza, rot­tura con il cen­tri­smo neo­li­be­rale che uni­sce destra e sini­stra, riuso intel­li­gente del neo­key­ne­si­smo per il popolo, e non per la finanza. «Non sarà un supe­ra­mento totale del capi­ta­li­smo, come forse sarebbe neces­sa­rio – con­clude Gal­lino – ma un modo rea­li­stico per ten­tare una volta ancora di sot­to­porlo a un grado ragio­ne­vole di con­trollo demo­cra­tico». Resta da capire se la ragio­ne­vo­lezza basterà per resi­stere alla sfida mor­tale di que­sto capitalismo.
“Oggi siamo ad un bivio — mi disse in un’altra inter­vi­sta del 2013 sul ruolo del sin­da­cato, a cui non rispar­miò cri­ti­che — da un lato c’è la demo­cra­zia, dall’altro il capi­ta­li­smo. È pos­si­bile avere l’una senza l’altro? È pos­si­bile un qual­che tipo di accet­ta­bile con­ci­lia­zione tra i due come nel tren­ten­nio dopo la seconda guerra mon­diale? Lo sarà solo se alcuni milioni di per­sone si sve­glie­ranno, insieme ai par­titi poli­tici. Oggi, pro­ba­bil­mente, una qual­che solu­zione è pos­si­bile. Altri­menti andremo verso un capi­ta­li­smo senza demo­cra­zia o con forme dav­vero povere di democrazia”.
“Con­si­de­rate que­sto pic­colo libro un mode­sto ten­ta­tivo volto a aiu­tarvi a col­ti­vare una fiam­mella di pen­siero cri­tico nell’età della sua scom­parsa – ha scritto Gal­lino – Da noi la cul­tura di sini­stra, quale cul­tura dif­fusa di ampie for­ma­zioni poli­ti­che, è morta, insieme con i par­titi che la divul­ga­vano. Appar­tiene alle scon­fitte da cui sono par­tito. Ma nes­suno è vera­mente scon­fitto se rie­sce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diver­sa­mente, e si ado­pera per essere fedele a tale ideale”.

http://ilmanifesto.info/storia/luciano-gallino-costruire-le-fabbriche-del-dissenso/

http://machiave.blogspot.it/2015/11/luciano-gallino-nel-ricordo-di-gad.html

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