Un appello a favore del reddito minimo garantito

Ugo Colombino e Giovanni Perazzoli
Sul reddito minimo garantito: un appello e una proposta
Manca tuttora in Italia, una forma di sostegno del reddito e di welfare del lavoro analoga a quelle europee: Arbeitlosgeld II in Germania, Revenu de Solidarité Active in Francia, Jobseeker allowance nel Regno Unito ecc. Le istituzioni internazionali – il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea – sembrano premere perché l’Italia si adegui e adotti un welfare analogo a quello del resto d’Europa. La posizione del Governo Italiano appare incerta. Come sappiamo, già nel 1996, con l’insediamento della Commissione Onofri voluta da Romano Prodi, è sembrato che si fosse ad un passo dalla riforma del welfare in senso europeo. Se niente è accaduto, è stato, pare di capire, sempre per gli interessi corporativi, e non certo riformisti, che animano il Paese. L’Italia rischia però, per così dire, di essere “doppiata”. Mentre, infatti, in tutta Europa si fa avanti un’ipotesi nuova e radicale (ma non priva di buone ragioni) come quella del Basic Income (per il quale si può parlare davvero di una forma di “reddito di cittadinanza”: esperimenti previsti in Olanda e Finlandia nel 2016), in Italia manca ancora una forma di garanzia minima del reddito analoga a quella degli altri paesi europei e a cui nessuna parte politica, in questi stessi paesi, rinuncerebbe mai: un reddito minimo condizionato all’attiva ricerca di un lavoro, alla frequentazione di veri corsi di formazione e indeterminato nella durata (ovvero tale da durare per tutto il periodo in cui permane lo stato di disoccupazione). Ci chiediamo la ragione di questa resistenza, anche perché l’introduzione del reddito minimo garantito non sarebbe né l’istituzione di una formula nuova di welfare, mai sperimentata prima, né una trovata avventurosa dai contorni utopistici. Al contrario, si tratterebbe di promuovere un tipo di welfare che è ampiamente sperimentato in tutti i paesi europei da molti anni.
Un istituto che mette d’accordo il liberalismo e la sinistra riformista, e che, per la verità, non si trova solo in Europa, ma anche in Australia, Canada… Un istituto che caratterizza comunque il welfare europeo del lavoro, rendendo perciò tanto più insostenibile l’eccezione italiana. Il reddito minimo garantito è soprattutto la forma di welfare del lavoro che arriva meglio di altre a ridurre l’assistenzialismo a vantaggio della maggiore efficienza complessiva. È un volano di incentivi al lavoro. Per questo, recentemente, anche Christine Lagarde del FMI ha osservato che, se l’Italia vuole tornare a crescere, deve superare la resistenza verso il reddito minimo garantito, che sarebbe come un complemento del Jobs Act. Il Fondo Monetario Internazionale, ma in altre circostanze, anche la Banca d’Italia, la Commissione Europea, il Parlamento Europeo – tutte istituzioni da prendere in seria considerazione – ritengono indispensabile l’introduzione di una forma di reddito minimo garantito.
Si oppone chi paventa il rischio dell’aumento del lavoro nero; chi obietta che in Italia un reddito minimo garantito andrebbe a favore dei fannulloni. Ma l’argomento va rovesciato. E si dovrebbe anche osservare che fin qui è stata proprio la cassa integrazione, con il suo aspetto corporativo, ad aver costituito per decenni il vero incentivo al lavoro nero (oltre a configurarsi come un aiuto di stato indiretto). L’argomento va rovesciato, perché nel resto d’Europa è proprio il reddito minimo garantito a costituire uno dei più solidi baluardi contro il lavoro nero. Negli altri paesi d’Europa gli uffici del lavoro possono esercitare un controllo diretto su chi percepisce un sussidio, impedendo che l’assistito lavori in nero. Gli abusi, che naturalmente esistono o possono esistere anche in paesi europei diversi dal nostro, sono da mettere nel conto, ma non inficiano l’utilità complessiva dell’istituto. Inoltre – e questo è un aspetto centrale – proprio perché il reddito minimo garantito è un istituto di welfare universalistico, esso non scoraggia la ricerca di un nuovo lavoro e diventa, di fatto, un moltiplicatore di incentivi e di opportunità. Di nuovo il contrario della cassa integrazione, e dei sussidi corporativi. Lasciare l’assistenza, infatti, è più facile se si ha la certezza di ritrovarla all’occorrenza. Al contrario, i sussidi “a tempo” producono un incentivo negativo: le persone tendono a tenersi il sussidio (visto che è già un fatto, non revocabile e in realtà non sottoposto a controllo) e a lavorare in nero o a non lavorare del tutto, prima dell’estinzione del sussidio.
In Italia, certo, mancano dei centri per l’impiego come quelli che esistono invece in Francia, Germania, Gran Bretagna ecc. Ma questo è un problema che va risolto indipendentemente dal reddito minimo garantito. La ricerca del lavoro non può essere lasciata, in un paese sviluppato, all’annuncio sul giornale, al passaparola, alla conoscenza di famiglia, al politico, al sindacalista. Un paese sviluppato deve in ogni caso dotarsi di una rete efficiente di centri per l’impiego. Ma per farli funzionare davvero, deve anche istituire un welfare universalistico del lavoro, altrimenti la mediazione passerà sempre, di fatto, per altri attori. Ci sono altri due argomenti che ci fanno ritenere che il welfare universalistico accresca la disponibilità al lavoro, invece che scoraggiarla. Comparazioni internazionali ed evidenza sperimentale suggeriscono che il welfare universalistico riduce l’avversione al rischio e per questa via favorisce la riqualificazione professionale, la mobilità e l’iniziativa imprenditoriale. E inoltre: se non si distingue il welfare dal lavoro, il lavoro sarà sempre percepito come welfare. E il lavoro fasullo non è migliore del lavoro nero: pesa sul bilancio dello stato, induce davvero all’assistenzialismo, e distrugge la stessa funzione lavorativa, perché le persone che ricoprono determinati ruoli non sono i più adatti e meritevoli. Si dovrebbe, dunque, evitare di ricorrere a formule edulcorate rispetto agli esempi europei già sperimentati, come forme di assistenza che si rivolgano solo alle famiglie in situazioni di estrema povertà. Resteremmo dentro l’assistenzialismo, ed è provato dalla ricerca che le famiglie in povertà, elette a godimento del sussidio, continueranno a restare povere proprio per godere del sussidio.
L’istituto funziona se, come in tutta Europa, è rivolto ai singoli individui, e se si articola con trasferimenti modulati secondo la composizione della famiglia, tenendo conto anche delle esigenze abitative, a partire da una regola universale. Il budget dell’Italia in protezione sociale è analogo a quello degli altri paesi europei. Ma l’Italia spende, come sappiamo, una cifra spropositata per le pensioni. Sappiamo che questo sistema va ancora corretto. Ora, è chiaro, però, che non si potrà mai ricostruire un patto generazionale senza mettere sul piatto una riforma d’insieme. Nonostante lo sforzo riformatore di questa legislatura, non possiamo non notare come su questo punto essenziale la linea del governo continui ad essere quella conservatrice che ha caratterizzato l’Italia dal dopo guerra in poi. Nel dopoguerra l’Italia scartò l’ipotesi di introdurre un welfare universalistico del lavoro, un welfare che, invece, a partire dalla Gran Bretagna, veniva allora accolto in tutti i paesi europei. Se ne era discusso nel 1947 con la Commissione D’Aragona. Anche per questo, forse, la Costituzione italiana aveva lasciato aperta, con l’art. 38, la possibilità di introdurre anche da noi il welfare disegnato da Beveridge. L’articolo primo della Costituzione non inibisce la possibilità di forme di garanzia di un reddito minimo, al contrario, la esalta: perché il welfare universalistico è dinamico, non assistenzialistico, e non ha alcuna intenzione di essere la negazione della civiltà del lavoro. Al contrario, il reddito minimo garantito è una rete che permette di raffinare il lavoro, liberandolo dalle incertezze assistenzialistiche.
Pensiamo che cambiare le cose su questo punto sia imprescindibile in un’agenda riformista e modernizzante, e un compito a cui Matteo Renzi non può sottrarre la sua legislatura. Altrimenti, sarebbe tenere l’Italia ancora al di qua della linea della modernità europea. Da considerare che la pressione sull’Italia delle istituzioni internazionali porterà, prima o poi, al centro dell’opinione pubblica il problema dei ritardi italiani. Fin qui la questione non è stata posta da tutti i movimenti e da tutti i partiti in modo conforme alla cose. Per ora il livello del dibattito pubblico resta inadeguato, ma bisogna augurarsi che prima o poi faccia un salto di qualità. Sembra nell’ordine delle cose. L’introduzione di un reddito minimo garantito dovrebbe dunque essere recepita per tempo e fatta propria da una forza progressista di sinistra liberale. Sarebbe il segno di un mutamento epocale, che avrebbe un effetto anche sul piano politico-culturale. Comprendiamo le difficoltà enormi, finanziarie e politiche, che occupano oggi il governo. Apprezziamo alcune novità contenute nella Legge di Stabilità 2016, in particolare la prevista estensione a livello nazionale del SIA, pur se il finanziamento e la popolazione interessata sono molto limitati (con le implicazioni negative richiamate sopra). Anche se al momento non fosse possibile fare di più, sarebbero importanti dichiarazioni politiche che indichino la strada: che non può essere quella vecchia e destinata a venire travolta dai fatti.

 

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