I misteri di Parigi: un invito alla discussione sul dopo

Dopo Parigi. Alcune domande per una discussione
Sergio Scamuzzi

1. E’ l’escalation di una tecnica di guerra nota: i terroristi suicidi sono giovani, membri di organizzazioni, secolarizzati, assolutamente strategici nella loro azione. Del tutto sviante ogni approccio culturalista per capire la loro azione, ogni riferimento a quindi a questioni quali l’immigrazione o il multiculturalismo.
Ancor più attuali le analisi di Gambetta e collaboratori, Making sense of suicide missions. Da rileggere per capire: i nuovi dati si conformano a quelli di alcuni anni fa (2005) in cui è stata svolta l’analisi? vedi
https://books.google.it/books?id=QO7wi_FXkDMC&pg=PA329&dq=making+sense+of+suicide+missions+pdf&hl=it&sa=X&ved=0CCkQ6AEwAGoVChMIts2wjM6QyQIVhnsOCh1megOr#v=onepage&q=making%20sense%20of%20suicide%20missions%20pdf&f=false

2. Però possiamo aiutare molto i terroristi cavalcando la paura e costruendo una contrapposizione tra gli immigrati islamici e i residenti autoctoni come un rimedio: si regala la rappresentanza politica dei primi ai terroristi offrendo loro una base di massa. E si trasforma la guerra terroristica in una guerra classica tra popoli. Ma anche non schierandosi apertamente contro questa violenza il risultato è lo stesso. Ma è questa un’impresa praticabile nella postdemocrazia populista? la contrapposizione razzismo / antirazzismo e quella islam/occidente è forse il principale cleavage che nelle democrazie europee ha sostituto o fortemente integrato nel conflitto e nella competizione politica la contrapposizione destra/sinistra.

3. Può aiutarci nel contrasto a questo terrorismo la nozione espressa da Papa Bergoglio: ‘la terza guerra mondiale è già cominciata’? Non tutti lo capiscono ancora perche è troppo diversa dalle precedenti. Ma le distinzioni tra guerra civile e militare, tra esercito di popolo professionale, guerra interna e guerra esterna, guerra dei maschi adulti e guerra delle donne e dei bambini, sono ormai cadute da decenni nelle nuove forme di guerra. Possono però ancora aiutarci normali nozioni tratte dagli studi di relazioni internazionali? Alcuni esempi: rapporti militari di forza da ribaltare a partire dalla loro base materiale, stati che operano da finanziatori e da retrovie; anarchia di vaste aree come la Siria e la Libia; vuoto di iniziativa politica dell’Europa una volta che gli Stati Uniti si sono ritirati dal campo, assenza di strategie per il dopoguerra.

4. Può insegnarci qualcosa per il contrasto a questo terrorismo l’esperienza del terrorismo interno in Italia? Certamente la decisa contrapposizione con adeguata intelligence e impegno giudiziario, il rifiuto della idea del ’compagno che sbaglia’ da parte di chi poteva condividere una ideologia affine possono aiutare, un uso misurato della violenza dallo stato e il suo rifiuto come arma politica da parte dei cittadini, una solidarietà di ‘arco costituzionale’, il repubblicanesimo. Ma potrebbe non mancare anche la tentazione del negoziato occulto. Ma la natura del conflitto politico oggi è diversa da allora (vedi punto 2).

5. Può insegnarci qualcosa l’esperienza di Israele? Le analogie di modus operandi dell’attentato sono impressionanti, della situazione sociale creata nel contesto, differiscono la scala e poco altro. Purtroppo anche alcune dinamiche che hanno indebolito intellettuali e politici che rifiutavano con il loro pacifismo di fare il gioco dei terrorismo e tentavano di costruire ponti tra palestinesi e israeliani. Gli argini contro una guerra guerreggiata senza prospettive di pace sono deboli. L’insegnamento può indurre al pessimismo.

http://www.dirittiglobali.it/2015/11/david-grossman-lumanita-nascosta-negli-occhi-dei-siriani-cosi-israele-scopre-il-volto-del-nemico/

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4 pensieri su “I misteri di Parigi: un invito alla discussione sul dopo

  1. Questo post sollecita diverse riflessioni.
    – Una riguarda il tema per noi sicuramente molto inquietante e difficile da affrontare, cioè quello del perché: cosa motiva dei giovani ventenni nati in Europa, ma anche in qualunque altro luogo del mondo, a farsi saltare in aria con lo scopo di produrre la morte di altre persone considerate “nemiche”. Il libro citato da Sergio offre alcune possibili ipotesi che adombrano tuttavia altrettante domande: i giovani assassini-suicidi sono degli “enfants perdus che placano i propri tormenti esistenziali con il balsamo di una religiosità aggressiva e finiscono per restarne avvelenati” o giovani “sradicati e politicamente inquieti che ripetono a macchinetta ipersemplificati e decontestualizzati inviti al martirio per la gloria di una jihad globale che rappresenterebbe la glorificazione della propria vita” (Atran, 2006)? O ancora, come sosteneva l’amico Khaled F. Allam, giovani così emarginati e infelici da abboccare all’idea di un riscatto politico e morale offerto da un islamismo radicale e “imperialista”, e disposti a sacrificare la vita per questo, non a proprio vantaggio ma per la causa e per i propri fratelli?

    – Un’altra riflessione riguarda il ruolo dell’Europa in questo “affare”. E’ ovvio che oggi ci sentiamo parte di una guerra che non abbiamo voluto né guerreggiato, quindi il richiamo alle armi, l’affermazione “siamo in guerra”, ripetuta da Hollande e Sarkozy, e condivisa da tutti i leader occidentali ci sembra la logica conclusione. Ma è proprio così? Questo articolo pubblicato ieri su Limesonline (http://www.limesonline.com/parigi-il-branco-di-lupi-lo-stato-islamico-e-quello-che-possiamo-fare/87990) fa un’analisi molto fredda della situazione e ci dice che non siamo noi ad essere in guerra con Daesh, perché questo è un conflitto intra-islamico per ridisegnare la mappa del potere in MO e non solo. Noi siamo solo dei comprimari di cui lo Stato Islamico vuole liberarsi costringendoci con il terrore a cambiare le nostre alleanze e comunque ad accettare la supremazia del vincitore ( o di chi si presume tale).
    – E questo ci porta all’ultima questione, quella del conflitto inconciliabile tra Israele e Palestina. Io penso che il terrorismo palestinese in Israele non sia affatto comparabile a quello dei soldati-suicidi dell’IS. Questi si immolano contro un nemico teorico, sconosciuto, o di cui hanno un’idea “mitica”; quelli sanno precisamente chi è il proprio nemico, ne hanno un’idea personale e generale che li induce all’odio o alla sfida estrema. Sia chiaro: entrambi i terrorismi sono da condannare, come tutte le forme vigliacche e irragionevoli di esercizio di un potere di vita o di morte sugli altri.
    Il tratto comune mi pare stia, in entrambi i casi, all’origine: la pretesa occidentale di continuare a esercitare il proprio dominio su un territorio che va dal MO all’Africa, per secoli spogliato e sfruttato, manovrato a piacere per i propri interessi, che – perdutone il controllo diretto- ha continuato a essere “colonizzato” in termini politici ed economici. Un territorio disegnato a misura delle proprie mire geopolitiche che oggi vengono messe sanguinosamente in discussione.

  2. Non mi sembra ci siano analogie con il passato. L’esperienza degli anni di piombo in Italia è lontana anni luce. Le chances date oggi dalle sofisticherie informatiche sono in parte responsabili dei successi di questo nemico invisibile. Le intelligence non riescono a stare dietro alle varie “app” che consentono contatti strategici. Ho azzardato ieri in un altro blog l’eventualità di porre un limite drastico alle comunicazioni, anche se ciò significa che ognuno di noi perderebbe qualcosa. Ho sentito che Gino Strada oggi ha accennato a questo.

    1. La battaglia nell’opinione pubblica c’è stata e ci sarà. Negli anni Settanta fu vinta. Anche adesso può esserlo. Ma il gioco non è lo stesso, allora il richiamo della foresta valeva per il Pci, oggi investe la popolazione islamica. E poi c’è l’atteggiamento generale verso l’Islam, qui la partita è assai delicata e senza equivalenti in passato. La tentazione della chiusura entro i confini del gruppo etnico è forte e può essere superata solo con una pratica diffusa del dialogo senza concessioni facili.

  3. Forse la chiave per una risposta positiva alle domande che incombono sta in un allargamento della prospettiva. Il terrorismo prospera all’interno di situazioni bloccate. Questo vale per i due esempi invocati, l’Italia degli anni Settanta e Israele. Allora bisogna guardare al quadro politico nei suoi aspetti strutturali e non solo allo stato momentaneo dell’opinione riguardo agli eventi traumatici. La guerra in Siria non sembra andare verso una soluzione. I bombardamenti non sono risolutivi. Le potenze occidentali hanno accettato di fatto l’impantanamento dello scontro. Con le conseguenze che ben conosciamo, rifugiati, morti civili, minoranze calpestate. Quella offerta dalla Russia e dall’Iran è una via d’uscita. Non si tratta di lasciare al suo posto Assad ma solo di congelarlo in un primo tempo per poi negoziare la sua uscita di scena. A queste condizioni l’Isis può essere ricacciato indietro. Non tutto si risolve nell’arena dell’opinione pubblica occidentale. Anche per il Vietnam alla fine fu risolutiva la decisione americana di abbandonare il terreno. Qui sarebbe risolutivo l’appoggio fattivo della comunità internazionale a un regime siriano diversamente connotato rispetto a Assad e a ciò che Assad ha rappresentato con il dominio del clan alauita.
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