Houellebecq si schiera con il popolo

Lo scrittore e intellettuale francese Michel Houellebecq: «La situazione incresciosa nella quale ci ritroviamo è da attribuire a precise responsabilità politiche»
Corriere della Sera, 19 novembre 2015

All’indomani degli attentati del 7 gennaio, ho passato due giorni incollato ai notiziari televisivi, senza riuscire a staccare lo sguardo. All’indomani degli attentati del 13 novembre, non credo nemmeno di aver acceso la televisione. Mi sono limitato a chiamare amici e conoscenti che abitano nei quartieri colpiti (e si tratta di parecchie persone). Ci si abitua, anche agli attentati. Nel 1986, Parigi è stata colpita da una serie di attacchi dinamitardi, in vari luoghi pubblici (si trattava dell’Hezbollah libanese, credo, che all’epoca ne rivendicò la responsabilità).

Ci furono quattro o cinque attentati, a distanza di pochi giorni, talvolta di una settimana, non ricordo molto bene. Ma quello che ricordo perfettamente bene era l’atmosfera che si respirava, in metropolitana, nei giorni successivi. Il silenzio, nei corridoi sotterranei, era totale, e i passeggeri incrociavano sguardi carichi di diffidenza. Questo, la prima settimana. Poi, assai rapidamente, le conversazioni hanno ripreso e l’atmosfera è tornata alla normalità. L’idea di un’esplosione imminente era rimasta nell’aria, pesava nella mente di tutti, ma già era passata in secondo piano. Ci si abitua, anche agli attentati. La Francia resisterà. I francesi sapranno resistere, anche senza sbandierare un eroismo eccezionale, senza aver nemmeno bisogno di uno «scatto» collettivo di orgoglio nazionale.

Resisteranno perché non si può fare altrimenti, e perché ci si abitua a tutto. E nessuna emozione umana, nemmeno la paura, è forte come l’abitudine.
Keep calm and carry on. Mantieni la calma e vai avanti. D’accordo, faremo proprio così (anche se – ahimè – non abbiamo un Churchill alla guida del Paese). Contrariamente a quanto si pensi, i francesi sono piuttosto docili e si lasciano governare facilmente, ma questo non vuol dire che siano dei completi imbecilli. Il loro difetto principale potrebbe definirsi una sorta di superficialità incline alla dimenticanza, e ciò significa che periodicamente occorre rinfrescar loro la memoria. La situazione incresciosa nella quale ci ritroviamo è da attribuire a precise responsabilità politiche; e queste responsabilità politiche dovranno essere passate al vaglio, prima o poi. È assai improbabile che l’insignificante opportunista che occupa la poltrona di capo di Stato, come pure il ritardato congenito che svolge le funzioni di primo ministro, per non parlare poi dei «tenori dell’opposizione» (LOL), escano con onore da questo riesame.

Chi è stato a decretare i tagli nelle forze di polizia, fino a ridurle all’esasperazione, quasi incapaci di svolgere le loro mansioni?
Chi ci ha inculcato, per tanti anni, che le frontiere sono un’assurdità antiquata, simbolo di un nazionalismo superato e nauseabondo? Si capisce subito che tali responsabilità sono state largamente condivise.
Quali leader politici hanno invischiato la Francia in operazioni assurde e costose, il cui principale risultato è stato quello di far sprofondare nel caos prima l’Iraq, poi la Libia? E quali governanti erano pronti, fino a poco tempo fa, a fare la stessa cosa in Siria ? (Dimenticavo, è vero che non siamo andati in Iraq, non la seconda volta. Ma c’è mancato poco, e pare scontato che Dominique de Villepin passerà alla storia solo per questo, che non è poco: aver impedito che la Francia per una volta, la sola e unica volta della sua storia recente, partecipasse a un intervento militare criminale – e per di più idiota.)

La conclusione inevitabile è purtroppo assai severa: i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni (venti? trenta?) hanno fallito penosamente, sistematicamente, pesantemente nella loro missione fondamentale, cioè proteggere la popolazione francese affidata alla loro responsabilità.

La popolazione, dal canto suo, non ha fallito in nulla. In fondo, non si sa esattamente che cosa pensa la popolazione, visto che i successivi governi si sono guardati bene dall’indire dei referendum (tranne uno, nel 2005, ma hanno preferito non tener conto del risultato). I sondaggi d’opinione, invece, sono sempre autorizzati e – per quello che valgono – rivelano grosso modo le cose seguenti: la popolazione francese ha sempre conservato fiducia e solidarietà nei confronti dell’esercito e delle forze di polizia; ha accolto con sdegno i predicozzi della « sinistra morale» (morale?) sull’accoglienza di rifugiati e migranti e non ha mai accettato senza sospetti le avventure militari estere nelle quali i suoi governanti l’hanno trascinata.

Si potrebbero moltiplicare all’infinito gli esempi della spaccatura – oggi abissale – che si è venuta a creare tra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli.
Il discredito che oggi colpisce in Francia l’insieme della classe politica è non solo dilagante, ma anche legittimo. E mi sembra che l’unica soluzione che ci resta sarebbe quella di dirigersi lentamente verso l’unica forma di democrazia reale, e con questo intendo dire la democrazia diretta.

(Traduzione Rita Baldassarre)

http://www.internazionale.it/opinione/giuseppe-rizzo/2015/01/17/michel-houellebecq-e-una-carogna

http://www.ilpost.it/2015/01/20/houellebecq-baricco/

Enrico Grosso
Democrazia diretta e democrazia rappresentativa nel pensiero di Norberto Bobbio [uno vale uno, nel senso vero dell’espressione]

Il popolo è un’astrazione, comoda quanto fallace. Solo gli individui sono una realtà. E la democrazia moderna poggia quindi su una concezione individualistica della società. È l’individuo il fondamento etico della democrazia. Quale individuo, però? Un individuo «razionale nel senso di essere in grado di valutare le conseguenze non soltanto immediate ma anche future delle proprie azioni, e quindi di valutare i propri interessi in relazione agli interessi degli altri, e con questi compatibili, in un equilibrio instabile ma sempre passibile di essere ristabilito attraverso la logica, caratteristica di un regime democratico, del compromesso». Il presupposto è che proprio l’individuo, il singolo, la “persona morale e razionale”, sia il migliore giudice del proprio interesse. Quindi la democrazia, sia essa diretta o rappresentativa, presuppone la convinzione che vi sia una “competenza morale” al di sopra della “competenza tecnica”.
Proprio dall’irrisolvibile ambiguità della parola “popolo” emerge la velata ma ferma critica, che viene espressa con particolare finezza nel saggio su “Democrazia rappresentativa e democrazia diretta” del 1984, ai fautori odierni di una “democrazia diretta” che dovrebbe sostituirsi, o almeno affiancarsi alle ordinarie forme rappresentative.
La democrazia, argomenta Bobbio, è «il governo delle leggi per eccellenza, contrapposto al governo degli uomini». Ora, il popolo, inteso come “moltitudine” – oggi diremmo: “la piazza”, o forse “la rete”, che è l’insopportabile piazza virtuale dell’età contemporanea, nella
quale spesso veniamo trascinati nostro malgrado – è costituito dai “molti” senza le regole. E nulla è più lontano dalla democrazia del potere della piazza. Lucidamente Bobbio osserva come chi “va in piazza” (tanto per protestare quanto per acclamare) non ha il potere. Chi protesta incita al cambiamento ma non decide egli stesso. E chi acclama non fa altro che approvare decisioni altrui. Inoltre, in una piazza (e ancor di più nella piazza virtuale coperta dall’anonimato cui facevamo cenno sopra) si perde l’individualità di ciascuno, ognuno si confonde con tutti gli altri, ognuno compie gli stessi gesti, emette le stesse grida, utilizza le stesse espressioni, gli stessi slogan semplificati. Ciò è l’opposto della
democrazia, dove come si è detto gli individui contano uno per uno.

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