Ezio Mauro: dove sta Il Fatto

Ezio Mauro sta per lasciare la Repubblica, che ha diretto per 19 anni. Intervista di Michele Masneri

… Che giornale legge per primo il direttore di Repubblica? «Mah, li metto tutti su un tavolo, la mattina. Repubblica praticamente non la leggo, perché essendo uscito dal giornale alle undici la sera prima quasi l’ho già letto tutto. Guardo prima il Corriere, poi sbrigo quelli di destra… perché hanno meno pagine, ci metto poco tempo… quindi Il Giornale, Libero, Il Fatto…». Il Fatto? «Sì, quelli di destra hanno anche meno pagine» (Mauro sorride impercettibilmente), «ci metto meno tempo. Poi, dopo, gli altri, La Stampa e Il Foglio…». E se non ci fosse questa tremenda crisi dei giornali, cosa faresti, se avessi un budget illimitato? «Aprirei degli uffici di corrispondenza nel mondo. Un corrispondente in India, per esempio, subito».

Per civetteria, si era deciso di non nominare mai una volta al direttore in questa intervista il nome di Berlusconi. Però poi ci si accorge che lui è lì, aleggia nell’aria, forse è l’Est contro cui Mauro ha combattuto in tutti questi vent’anni, vincendo forse una guerra, sentendo adesso forse la mancanza del nemico, al cui solo nome si rianima. «Vedi tutti i primi ripiani di quella libreria lì? Sono frutto di questa mia ossessione; ho cercato di studiarlo, non l’ho preso sottogamba. Ho studiato testi indiani, sono arrivato fino allo sciamanesimo». Mauro ha studiato diligentemente il suo Est, e forse i tre anni di Mosca hanno fatto di lui un uomo della guerra fredda, e un mondo multipolare non gli dà la stessa soddisfazione degli imperi contrapposti. «Ci siamo lasciati ossessionare da lui, ma ci sono due cose da aggiungere, se si vuole essere onesti: che in quell’ossessione abitava anche lui; e se stai dentro quell’ossessione capisci tutto, capisci anche lui…». E poi, sempre su Berlusconi: «È stato un fenomeno giornalisticamente interessante. Credo che Repubblica abbia giocato una buona partita». Parla al passato. «Beh, la partita era bella quando lui era potentissimo (e al «potentissimo» al generale Mauro brillano gli occhi), «quando lo squilibrio di forze era notevole, quando lui presidente del Consiglio denuncia in tribunale le domande di un giornale. Quello è stato un momento… fantastico». Uscendo dall’ufficio del direttore di Repubblica viene in mente la vecchia massima del Duca di Wellington: «A parte una sconfitta, niente di più malinconico di una vittoria».

http://www.rivistastudio.com/standard/una-certa-idea-di-repubblica/

http://www.lettera43.it/economia/media/ezio-mauro-lascia-repubblica_43675224720.htm

 

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