Poletti ignaro o ignavo

Ed elli a me: “Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo”.

Simone Cosimi
Il ministro Poletti: “Meglio laurearsi presto che prendere 110 e lode”
Peccato che il problema del voto sia secondario nella tragedia del sistema formativo italiano: solo il 23,9% dei trentenni italiani possiede un titolo universitario. E chi la laurea ce l’ha trova lavoro meno dei diplomati
Wired.it, 27 novembre 2015

Non che Giuliano Poletti abbia torto. Figuriamoci. Il tempo è uno dei segreti della vita e impiegarne troppo in maniera sproporzionata rispetto a come lo si riempie è oggettivamente un dramma per il mercato del lavoro e i suoi protagonisti, cioè imprese e lavoratori. Quei giovani che, spesso ben oltre i 25 anni, si presentano con un pezzo di carta in mano, poca o nulla esperienza e tanto terreno da recuperare sul piano concreto rispetto ai coetanei europei.

“Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 – ha detto ieri il ministro – così un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare”.

Certo, più che mettersi a fare i calcoli sul voto o non voto – secondo me il voto, al contrario, dovrebbe contare di più, significherebbe che l’intero meccanismo è più severo e prestigioso – Poletti avrebbe dovuto procedere per livelli.

Tralasciando per un attimo la questione del valore delle università, lo sapevate che l’Italia ha il più basso numero di laureati d’Europa? Secondo Eurostat appena il 23,9% dei giovani italiani fra i 30 e i 34 anni possiede un titolo di laurea.

La media europea sfiora il 40%. Qualche progresso c’è stato, rispetto a un paio d’anni fa. Ma rimane una crescita lentissima, dalle parti dell’uno virgola, e ancora lontana dai traguardi dell’Ue per il 2020, fissati al 26% di laureati fra la popolazione giovane. Soglia per giunta già superata anche da Lituania, Cipro e Irlanda. Non proprio Cambridge e Oxford. A proposito: se non fosse per la tenacia delle nostre ragazze (che toccano il 29,1%, ma in Europa sono il 42,3%) affogheremmo su livelli inquietanti: solo il 18,8% dei trentenni maschi, infatti, possiede una laurea.

Questo solo per dire che il (falso? mezzo? incompleto?) problema del voto di laurea – e del fatto che se voglio concludere un percorso di spessore posso pure concedermi uno o due anni in più – è senz’altro fondato ma fa parte di un quadro molto più ampio che disegna il nostro Paese in ritardo anzitutto nel numero di laureati. Come dire: magari potessimo interessarci del 110 e lode. Significherebbe aver conquistato percentuali dignitose di alta formazione diffusa e dunque poterci dedicare alle sfumature, più o meno intense, del meccanismo. Non è così. E anche il dibattito pubblico ne risente. Ma questa è un’altra storia.

D’altronde è un circolo vizioso: secondo un altro rapporto, firmato dall’Ocse, la laurea non serve a trovare un lavoro. Sfoggiamo infatti il più basso tasso di occupazione dei giovani laureati fra i Paesi aderenti all’organizzazione parigina: l’anno scorso solo il 62% dei laureati fra i 25 e i 34 anni risultava occupato. Di più: con la Repubblica Ceca siamo i soli Paesi in cui il tasso di occupazione tra i 25 e i 34enni è più basso tra i laureati rispetto a chi ha preso un diploma di scuola superiore. Come se da noi laurearsi servisse solo in parte a mettere in moto tutto ciò che altrove invece accende: dinamismo sociale, maggiori retribuzioni, ricerca, specializzazione e diversificazione occupazionale.

Il ministro del Lavoro è intervenuto ieri a un evento dedicato a orientamento universitario, scuola, formazione e lavoro a Verona. Noi non c’eravamo, probabile che abbia detto un sacco di altre cose e che, come al solito, questo sia uno dei tanti passaggi più o meno significativi del suo discorso. Non sono qui a fare l’esegesi degli interventi di Poletti né a spezzettarne qualche frammento. Fra l’altro, ripeto, sul fatto specifico ha probabilmente ragione: l’ansia del voto, le lungaggini, i fuori corso solo per alzare la media, esami dati e ridati per strappare due punti di più. Tutto piuttosto evidente a chiunque abbia frequentato un ateneo.

Anche se, per inciso, c’è pure da notare che stando alle sue parole siamo arrivati a biasimare la logica dell’eccellenza individuale per spingere alla rapida mediocrità. Va benissimo (insomma: l’ideale sarebbe al contrario elevare il livello delle istituzioni educative tagliando i tempi) se serve a intercettare prima le opportunità del mercato del lavoro. Se, insomma, lì fuori ci fossero posti in fervida attesa e dunque un’offerta occupazionale vivace. Ma, l’abbiamo visto, ce ne sono pochi, di posti. E l’immobilismo sociale è sempre più incancrenito.

Per questo rimane un certo fastidio quando in un sistema universitario sempre più costoso, che non garantisce il diritto allo studio (i 50 milioni promessi da Matteo Renzi fra Orazi e Curiazi? Ne servono parecchi di più per rianimare un carrozzone inchiodato e chissà quando e come arriveranno), che propone ai giovani diplomati un’offerta in larga parte deludente sotto il profilo dei servizi e spesso anche sotto quello didattico (lo dicono quasi tutte le classifiche internazionali più accreditate) si isola un singolo fattore, in fondo secondario. Specialmente se considerato nella tragedia che lo incorpora.

http://www.famigliacristiana.it/blogpost/il-ministro-poletti-senza-lode.aspx

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4 pensieri su “Poletti ignaro o ignavo

  1. Caro Poletti, certe cose si fanno senza pensare necessariamente al lavoro. L’energia, l’impegno che per fortuna mettono ancora tanti ragazzi nei loro studi e nelle loro tesi di laurea rappresentano una grande risorsa per questo Paese. Semmai, i ragazzi in questione meriterebbero un sistema economico e sociale in grado di valorizzare le loro competenze, le loro capacità, le loro passioni.

  2. Caro Poletti, certe cose si fanno senza pensare necessariamente al lavoro. L’energia, l’impegno che per fortuna mettono ancora tanti ragazzi nei loro studi e nelle loro tesi di laurea rappresentano una grande risorsa per questo Paese. Semmai, i ragazzi in questione meriterebbero un sistema economico e sociale in grado di valorizzare le loro competenze, le loro capacità, le loro passioni. Ci sono studenti di Filosofia (tanto per fare un esempio, ma se ne potrebbero elencare molti altri) che magari imparano benissimo il Tedesco, elaborano una tesi su Adorno con tanto impegno, tanta energia e tanta fatica…e dopo la laurea si ritrovano in call center di prodotti surgelati. La flessibilità e l’apertura mentale che un ragazzo acquisisce impegnandosi in ricerche di questo tipo gli consentirebbe invece di svolgere professioni anche apparentemente molto lontane dal suo campo di studi specifico. In ogni caso, un ragazzo che dedica tanto tempo ed impegno allo studio non rappresenta già un’enorme ricchezza per l’Italia? Forse potrebbe fare l’assessore alla Cultura in qualche amministrazione comunale, al posto dell’analfabeta messo lì solo per ragioni correntizie, come sg pesso accade. La tesi di laurea fatta bene non è già un contributo notevole alla crescita del Paese? Poi ci sarebbero anche tante altre questioni da affrontare: nelle università italiane manca un orientamento serio e lo studente si può trovare davanti a grandi difficoltà anche solo per ragioni burocratiche e/o per la poca chiarezza di norme cervellotiche. Magari si sarebbe potuto laureare prima lo studente in questione, se avesse trovato un ascolto costante. Nella mia esperienza di assistentanto, posso dire che gli studenti che si laureavano più tardi erano spesso i migliori, i più originali ed anche i più seri. O vogliamo che l’università sia solo un tunnel da attraversare in fretta, senza un minimo di vocazione e di amore per la ricerca?

  3. A 21 anni al massimo si può ottenere la triennale che in alcuni ambiti lavorativi non serve a nulla. Se hai la sfortuna poi di aspirare a diventare insegnante devi passare dalla magistrale tfa e vari corsi “che danno punteggio ” per poi ritrovarsi in mano (forse ) una professione svilita e bistrattata da governi genitori e studenti. Si parli quindi del mondo del lavoro sempre più asfittica e privo di garanzie

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