Un Natale cristiano di Stato

E’ questo che sembra volere in sostanza Massimo Gramellini, quando scrive:

Non possiamo non dirci

Ma che senso ha camuffare il Natale da festa dell’inverno? Chi in coscienza si può considerare offeso o emarginato da «Tu scendi dalle stelle»? Perché la visita di un vescovo a una scuola multietnica di Sassari viene bocciata dal consiglio degli insegnanti con la solita, stucchevole e a questo punto irritante storiella del «rispetto di tutte le sensibilità»? Sulla vicenda aleggia un gigantesco equivoco che porta a confondere la religione con l’identità. Ho conosciuto un mangiapreti formidabile che cantava «Tu scendi dalle stelle» nel coro del quartiere e non passava anno senza che sulle sue guance laiche non si parcheggiasse una lacrima: pensava alla nonna che gliel’aveva insegnata da bambino. E ho ascoltato noti smoccolatori discettare con proprietà e passione di dipinti sacri. Il cristianesimo è una parte fondante della nostra storia. Spiritualmente mi sento molto attratto dalle religioni orientali, ma mi darebbe fastidio se la scalinata del Gange si spostasse sul lungotevere davanti a Castel Sant’Angelo (per quanto, come sporcizia, ormai siamo lì).

Chi approda in Italia per migliorarsi la vita o per istinto di sopravvivenza può confessare la religione che gli garba, perché anche il liberalismo fa parte della nostra identità. Ma deve accettare senza troppi turbamenti il fatto di non essere precipitato sulla Luna, ma arrivato in una terra che ha alle spalle, e sulle spalle, millenni di memoria. Se le nostre usanze lo irritano, si faccia in modo di spiegargliele, trovando i punti di contatto con le sue. Ma se si rinuncia a farlo per compiacerlo, non si diventa più accoglienti. Soltanto più vili.

Il senso laico dello Stato condurrebbe invece nella direzione indicata da Costantino Cossu sul Manifesto di oggi:

I professionisti del Natale

È il cuore di Sassari, San Donato. Il cuore più antico e anche quello più contemporaneo. Un quartiere popolare e povero, dove da almeno vent’anni migranti che arrivano da ogni parte del mondo trovano accoglienza: una casa, quasi sempre un lavoro, una scuola. Una delle aree più multietniche d’Italia.

Le maestre e i maestri delle elementari di San Donato hanno deciso tutti insieme, senza neppure un voto contrario nel consiglio dei docenti, di respingere la richiesta del vescovo Paolo Atzei di fare vista alla scuola per Natale. Lo hanno fatto perché tra i 250 alunni che siedono sui banchi di quelle aule solo poco più della metà sono cattolici: 128. Gli altri 122 sono arabi e africani di varie nazionalità, rom, cinesi, cingalesi, pakistani, filippini. Per far dialogare tra loro culture e religioni differenti, fanno da anni un lavoro straordinario le maestre e i maestri di San Donato. Il vescovo dovrebbe capirlo da solo che la sua presenza nelle aule per Natale rischia di rompere il delicato equilibrio costruito in quella scuola. Un luogo dove ai bambini viene insegnato che le religioni sono tutte uguali, perché questo è il compito di una scuola pubblica, laica come laico è lo stato ordinato dalla Costituzione repubblicana.

Una visione che bisognerebbe capire e condividere. Ma non tutti i cattolici, non tutta la chiesa ci riescono. Lo dimostra l’episodio di Sassari ma anche quello del dirigente scolastico di Rozzano. Ieri il preside ha spiegato, nella lettera di dimissioni, di non aver censurato presepi, ma di essersi opposto a quei genitori che intendevano entrare a scuola per intonare canti religiosi.

Il vescovo Atzei e il segretario della Cei Nunzio Galantino vogliono davvero confondersi con le sceneggiate del leghista Salvini, arrivato alla scuola di Rozzano con un presepe insieme a La Russa che agitava il tricolore? «Dove lo Stato è confessionale e la Chiesa è politica la libertà è impossibile», scriveva un secolo e mezzo fa Giovanni Bovio, pensatore laico e repubblicano. Purtroppo il suo monito resta attualissimo.

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