Aleksievic, il discorso del Nobel

 Non sono sola su questo palco … Ci sono voci intorno a me, centinaia di voci, sono sempre con me. Fin dalla mia infanzia. Ho vissuto in un villaggio. Noi bambini amavano giocare all’aperto, ma quando calava la sera, le voci delle donne del villaggio che si radunavano stanche sulle panchine vicino alle loro case ci attiravano come calamite. Nessuna di loro aveva mariti, padri o fratelli. Non ricordo uomini nel nostro villaggio dopo la seconda guerra mondiale: durante il conflitto morì un bielorusso su quattro, combattendo al fronte o con i partigiani. Dopo la guerra noi bambini vivevamo in un mondo di donne. Più di tutto mi ricordo le donne parlare non di morte, ma d’amore. Raccontavano di come avevano detto addio ai loro uomini, dicevano che li aspettavano e li stavano ancora aspettando. Erano passati anni, ma loro continuavano ad aspettare: “Non mi importa se è senza braccia e senza gambe, lo trasporterò io”. Senza braccia … senza gambe … credo di aver saputo fin dall’infanzia cos’è l’amore […]
Flaubert si definiva un uomo-penna; io potrei dire di essere una donna-orecchio. Quando cammino per strada e colgo parole, frasi ed esclamazioni, mi dico sempre: quanti romanzi spariscono senza lasciare traccia! Spariscono nell’oscurità. C’è tutta una parte della vita umana, quella delle conversazioni, che non riusciamo a cogliere attraverso la letteratura. Non l’apprezziamo per il suo valore, non ci stupisce, non ci appassiona. Ma a me affascina, ne sono rimasta prigioniera. Adoro il modo in cui parlano le persone… adoro le voci umane solitarie. È la cosa che amo di più, la mia passione.
La strada che mi ha portato fino a questo palco è stata lunga, quasi quarant’anni, da una persona all’altra, da una voce all’altra. Non posso dire di essere stata sempre all’altezza di questo percorso. Molte volte sono rimasta sconvolta e terrorizzata dagli esseri umani. Ho provato ammirazione e repulsione. A volte volevo dimenticare quello che sentivo, tornare a un’epoca in cui vivevo nell’ignoranza. Ma più di una volta ho visto la bellezza sublime delle persone, e ho avuto voglia di piangere.
Ho tre case: la mia terra bielorussa, la patria di mio padre dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, la patria di mia madre, dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Tutte mi sono molte care. Ma in quest’epoca, è difficile parlare d’amore.
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