Alla scoperta dell’Islam

Eugenia Parodi Giusino
Iran batte Turchia 1 a zero, e due ragazze in centro
prima puntata di una serie

Nel luglio del ’77, premio di laurea poteva essere una borsa o un cofanetto contenente libri o dischi, ma, non so se per il mio interesse per tutto ciò che è abroad o perché mi sembrò un giusto corollario per una specializzazione in sociologia (con una tesi  su G. Myrdal, sociolologo svedese che si era a lungo occupato dei paesi “in via di sviluppo”) decisi di fare un viaggio molto lontano da Palermo, la mia città. Con una amica milanese discutemmo su dove andare per tutto agosto e ci trovammo concretamente di fronte due alternative: visitare la Persia o la Turchia; infatti, concretamente significa che  a Teheran lavorava per l’Eni un giovane ingegnere conosciuto dalla mia amica che avrebbe potuto in parte ospitarci e che in Turchia sempre questa amica conosceva qualcuno che avrebbe potuto darci informazioni o portarci un po’ in giro.

La linea del mio ragionamento fu che la Turchia era più vicina all’Italia e che ci sarebbero state altre occasioni per andare, mentre l’Iran, che allora veniva più spesso nominato Persia (ancora lo Shah Reza Pahlavi era seduto sul suo trono, per la verità già molto traballante), era un paese lontano e dove era meglio andare subito, non si sa mai. E si decise per quest’ultimo.

Non è di questo viaggio però che vorrei parlare qui, ma come, in Iran, avendo saputo da alcuni tecnici che l’Eni organizzava scuole per i figli dei dipendenti italiani in molti dei Paesi dove c’erano  suoi cantieri, decisi che il mio primo lavoro doveva essere come insegnante in una di queste scuole. E fu così che appena un mese e mezzo dopo mi ritrovai ad Orano, la seconda città dell’Algeria.

Alla sede centrale dell’Eni all’Eur, infatti, mi avevano proposto di scegliere se partire per Tabriz in Iran oppure per Orano, questi gli unici due posti rimasti ancora liberi per un insegnante di materie letterarie. Qualcuno mi fece notare che  Tabriz era una piccola città in mezzo alle montagne, mentre Orano, affacciata (come Palermo) anch’essa sul Mediterraneo, con tanto sole e bel mare era sicuramente da preferire. Mai un consiglio datomi fu più azzeccato. Tre mesi dopo scoppiava proprio a Tabriz la  rivoluzione dei fondamentalisti islamici di Khomeini, spazzando via un regime dittatoriale, quello dei Pahlavi, che, nel tentare una pseudo modernizzazione del Paese, aveva creato un “dispotismo petrolifero” a vantaggio delle multinazionali americane e  tolto investimenti all’agricoltura col risultato di trasformare i contadini in sottoproletariato urbano con un sovvertimento radicale della struttura sociale del paese (descritti ampiamente in un bellissimo testo del sociologo Roberto Giammanco dal titolo La più lunga frontiera dell’Islam).

Partii senza troppi pensieri, sinceramente convinta che esistesse la globalizzazione, anche se allora questo termine non veniva ancora usato. Non aveva dopotutto l’Algeria una compagnia aerea, un’architettura urbanistica simile a quella delle nostre città, università e scrittori come Frantz Fanon? E non era il paese che aveva lottato con enorme coraggio e dignità per riconquistare la sua terra occupata dalla Francia e per instaurare una repubblica democratica e popolare? Con queste certezze e due valigie stracolme presi il volo per Algeri. Di un’altra cosa avrei avuto bisogno: di una maggiore conoscenza della Storia.

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