Alla scoperta dell’Islam 5

Eugenia Parodi Giusino
Una famiglia tradizionale, o due?

A Orano ho abitato in un bell’appartamento del centro città, in rue Abd El-Kader – l’emiro, principale eroe nazionale ottocentesco, protagonista della resistenza armata ai Francesi – a ridosso del più grande mercato cittadino. Una casa per me molto grande che una famiglia di medio reddito non avrebbe mai potuto permettersi, e questo era il motivo secondario per cui venivo detestata dal portiere che riusciva a farmi dispetti di tutti i tipi.  Ancora più  intollerabile era la sfacciataggine di abitarvi da sola, per motivi di lavoro, un lavoro dignitoso che presupponeva un’istruzione elevata. Un essere anomalo, che non si riusciva a catalogare.

Nel palazzo abitava anche Monsieur Sherif, il padrone di casa, con la sua (quarta) famiglia. Un ricco industriale di circa cinquant’anni, originario di Mascara, dove era rimasta la sua prima moglie. Della seconda e della terza non ho avuto mai notizie mentre la quarta, che viveva appunto con lui  e i  loro due figlioletti  era una giovane molto bella, bionda, formosa, con occhi azzurri secondo i precisi canoni di bellezza diffusi nei paesi arabi, per lo meno allora.  Abitante della casa era anche una figlia poco più che adolescente di M. Sherif, nata dal primo matrimonio. La sua presenza  in casa era fondamentale: aveva infatti il compito di fare da accompagnatrice, cioè controllore (e spia), della giovane Signora, seguirla le pochissime volte che usciva per andare  all’Hammam o al mercato.

Non ricordo il nome di Madame Sherif ma la sua tristezza, la rassegnazione. Alle mie molte domande rispondeva con monosillabi, quanti ne bastavano per far capire che aveva dovuto recidere ogni precedente contatto della sua vita. E ciò era il punto più alto dove la mia curiosità sociologica e umana potesse avere soddisfazione. Invitata a cena a casa mia la coppia sfoggiava eleganti e costosissimi  vestiti europei acquistati durante i loro viaggi in Europa, a lei era concesso anche un trucco discreto. Non sfuggì tuttavia a mia madre venuta a trovarmi il fatto che la Signora doveva interpellare e chiedere il permesso al marito per qualunque azione, come servirsi del cibo una seconda volta. Per scendere da un piano all’altro Monsieur si portava dietro il cappotto cammello, il cappello e pure i guanti (faceva un po’ più caldo che in Sicilia).  Ma era però a casa loro che la realtà di una dorata schiavitù  mi si appalesava alla vista di un padrone di casa che riceveva me e altri  sul divano (a proposito, divano dal termine arabo-persiano dîwân) mentre la moglie stava accucciata per terra, non mangiava mai con noi e si occupava unicamente del traffico di piatti dalla cucina al salotto.

Coperta dalla testa ai piedi era la Signora quando usciva, scortata, e quest’abbigliamento era per lei di grande imbarazzo incontrandomi per le scale dove non poteva fare finta di non conoscermi. Esterno-interno, casa-mondo, uomo-donna, due universi distinti.

Quella che a me sembrava una rappresentazione teatrale in quanto non volevo  accettarne la realtà, diveniva una  pièce  di comicità irresistibile le volte che andavo dal mio padrone di casa per un qualunque motivo. Immancabilmente, la prima preoccupazione di M. Sherif era accendere l’enorme televisore troneggiante, che non una sola volta riuscì a funzionare. Acceso, comparivano righe tremolanti in tutti i sensi e un frastuono insopportabile di mancata ricezione, a dispetto della nuova stazione di telecomunicazioni via satellite di Lakhdaria, vicino Algeri, inaugurata due anni prima. E a quel punto aspettavo con ansia gli insulti in arabo rivolti all’apparecchio da un M. Sherif furioso, scenetta replicata ogni volta e che in parte mi ripagava della vita, non proprio facile, ad Orano.

Non si capisce come il televisore di casa mia, invece, funzionasse; quasi tutte le trasmissioni erano però in arabo classico in coerenza con le politiche culturali del nuovo Paese  che miravano ad unificare tutte le popolazioni dell’Algeria cancellandone i dialetti. Ebbe a soffrirne moltissimo, oltre tutta la popolazione analfabeta, la regione della Cabilia, titolare di una lingua propria, berbera. Regione dalla spiccata personalità che ha sempre espresso autonomia, indipendenza, iniziativa, una regione omogenea sul piano etnico, come dice il sociologo Khaled Fouad Allam. Fu l’ultima a cadere nella morsa francese nel 1857 e continuò a ribellarsi anche in seguito. Fu poi l’epicentro dell’organizzazione della Resistenza durante la guerra d’Algeria. Quando tuttavia con l’indipendenza si trattò di dare a tutto il Paese un’identità forte, quella di una Algeria araba, la lingua berbera cabila fu osteggiata, bandita dalla Costituzione secondo cui “la langue arabe est un élément essentiel  de l’identité culturelle du peuple algérien” e ne fu proibito l’insegnamento.

Le rivendicazioni da parte della popolazione cabila della libertà di usare la propria lingua furono, a partire dagli anni ’80, alla base di movimenti di studenti e intellettuali, violentemente repressi nel sangue e ripetuti negli anni a venire con un livello sempre più alto dello scontro che diventa anche politico, economico e implica massicci interventi militari contro i civili, contro i giovani. Nel 2002 la lingua venne alla fine riconosciuta come seconda lingua nazionale ma tra la regione ed il potere centrale non si è giunti ad una vera pacificazione.

(continuerà)

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