L’Islam nel cuore della Francia

Paolo Crecchi
Francia, tra campi e preghiere la nuova trincea dell’Islam
A Châteauneuf-sur-Cher il “villaggio musulmano” lontano dalle città ostili. L’autarchia tra preghiere, lavoro, barbe lunghe e donne invisibili
La Stampa, 20 dicembre 2015

All’indomani delle elezioni dove non ha vinto nessuno ma ha perso l’Islam, perché destra e sinistra dovranno dimostrare di non essere da meno del Front National nelle tecniche di vessazione, le anime della République si misurano a Châteauneuf-sur-Cher, cuore del Berry, coltivazioni di grano e allevamenti bovini, un’imponente basilica neogotica e canali d’acqua risorgiva.

A Châteauneuf vive la comunità dell’imam Mohamed Zakaria Chifa, il teorizzatore dei «villages musulmans», dove gli islamici in fuga dalle metropoli ostili potranno costruire «un mondo di passaggio» per ipotecare il paradiso, consacrando la vita alla fede e all’autarchia contadina. Nel frattempo la comunità non ha nessun rapporto con il paese, gli uomini portano la barba incolta e il caffettano, le donne non escono di casa e chissà, forse ci sono più mogli per ogni capofamiglia dietro quelle finestre che non si aprono mai, e lasciano soltanto intuire il profumo dell’incenso e dei falafel. La poligamia è vietata? Ma c’è un vecchio trucco, sposarsi una volta nel Paese d’origine e un’altra qui, e avere diritto a farsi raggiungere dai figli di primo letto. Quindi arrivano gli assegni familiari, le indennità di disoccupazione, le sovvenzioni: il rancore della Francia profonda verso gli immigrati ha ragioni economiche più che di pelle.

La via dell’agricoltura  

«Quando coltiveremo la terra, quando alleveremo pecore e vacche», sospira l’imam Zakaria, «allora saremo economicamente utili alla Francia e ci rispetteranno». Il sindaco, William Pelletier: «Il rispetto c’è già, se tutti si comportassero così la République non avrebbe ragione di essere. Ve l’immaginate? Ognuno per conto suo: i musulmani, i cristiani, i buddisti, magari i vegetariani e allora perché non i naturisti… Che società sarebbe»?

L’imam è persona squisita, ancorché tenuto sotto stretta sorveglianza per gli scritti rigoristi e l’ascendente che esercita sui giovani attraverso il web. Il giorno dopo l’attentato del Bataclan i gendarmi hanno sguinzagliato i cani anti-esplosivo nella moschea, una veranda tirata su nel cortile della sua abitazione con un minareto in scala uno a dieci. Il cane è considerato un animale impuro e dunque si è trattato di un oltraggio infame, per la comunità, come quando anonimi cittadini verniciarono sulla cancellata del cortile la scritta «Arabs no dehors», esortazione decisamente razzista a non farsi vedere in giro.

«Ma io sono francese», replica offeso Mohamed Zakaria Chifa, «e al pari di ogni citoyen sono libero di sognare. Che male c’è a voler vivere in campagna, a contatto con i campi e con la pace di Dio? Dicono che sono salafita: ignoranti! Lo vedono che ho il turbante, lo sanno che i salafiti portano lo zucchetto bianco e considerano il turbante blasfemo perché è un simbolo di modernità?».

Lo Cher ha eletto due lepenisti in consiglio regionale, il Berry diciassette: «Il Front National si radica nelle campagne», titolava martedì a tutta pagina il locale «Républicain». «Per noi si annunciano tempi durissimi», conviene l’imam, «ma non ci arrenderemo e un giorno avremo il nostro villaggio musulmano. Coltiveremo i campi…».

 Una rete di sospetti  

La prima semina, metaforica, ha fruttato solo sospetti. «Non si fanno conoscere», se la cava l’esotico parroco cattolico Maka Nzaba, non troppo accettato neppure lui. «Gli uomini vengono a comprare le medicine: le donne, mai viste», confermano alla farmacia di Christine e Philippe Goldaraz dove si misura, assieme alla pressione e al colesterolo, la salute morale del paese. «I bambini fanno le scuole dell’obbligo e poi spariscono», si stringe nelle spalle la cartolaia Lydia Loury che è stata una mamma in più per generazioni di scolari.

I servizi di sicurezza hanno segnalato nascituri «villages musulmans» nel Lozère, nella Drome, vicino a Grenoble. Tutti perquisiti dopo gli ultimi attentati, tutti nuovamente sotto tiro ora che il Paese ha schivato l’onda Blue Marine. A innescare altre polemiche è approdato in libreria l’atteso saggio del politologo di Sciences Po Gilles Kepel, «Terreur dans l’Hexagone», che ha per sottotitolo «la genesi della jihad francese». Kepel mette in guardia contro il salafismo che propone il ritorno dell’islam alle origini, e come ha dichiarato al settimanale Le Point «pone delle domande fondamentali alla République».

Gli attentati sono una deviazione. La fede delle origini esorta al ritorno nelle terre dell’Islam e all’abbandono dei paesi dei miscredenti, è la hijira, la realizzazione in terra di un’anticamera del paradiso di Allah. Impensabile, per molti. Impossibile per quasi tutti. L’alternativa è fondare una nuova, piccola patria nella campagna francese, dove vivere secondo i costumi graditi a Dio e superare il motto rivoluzionario liberté, égalité, fraternité.

Il problema è che su quel motto si fondano la Francia e l’Europa, anche se la prima l’ha tradito e la seconda mai applicato.

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2 pensieri su “L’Islam nel cuore della Francia

  1. Se i Paesi occidentali hanno tradito i principi della rivoluzione borghese, l’idea di instaurare una società nuova a vantaggio del popolo, di tutti, basata quantomeno sulla fratellanza e l’uguaglianza, è una delle mete anche dell’Islam dal punto di vista ideologico-politico; e tuttavia convive tranquillamente – ed è questa forse per noi la cosa più incomprensibile e inaccettabile – con il principio e la consuetudine che la metà della popolazione, le donne, sia confinata e subordinata. Certo che una contraddizione del genere può generare atteggiamenti di intolleranza, di incomprensione.

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