Trump siamo noi

Il discorso è delicato, per questo va seguito passo dopo passo, senza saltare direttamente alle conclusioni riassunte nel titolo. Può esistere uno spirito dei tempi, al di là delle fratture politiche? Esisteva al tempo della Rivoluzione francese, perché non potrebbe esistere adesso? L’individualismo sfrenato è presente un po’ dappertutto nella nostra società. Da alcuni viene ostentato come una qualità positiva, in altri si manifesta come tentazione. Vediamo cosa scriveva Christopher Lasch nella postfazione al suo libro del 1979 La cultura del narcisismo:  «Ferocemente competitivo nella sua ricerca di approvazione e consenso, [il nuovo narcisista] diffida della concorrenza (…). Elogia cooperazione e lavoro di squadra quando ha impulsi profondamente antisociali. Afferma il rispetto delle regole nella segreta convinzione che non si applichino a se stesso. È acquisitivo, nel senso che le sue voglie non hanno limiti (…), ma esige soddisfazione immediata e vive in uno stato di desiderio inquieto e perennemente insoddisfatto». Si parte perciò da una sottigliezza. Ciò che appartiene allo spirito comune del tempo non è la caratteristica apparente, è la passione nascosta per il tratto inverso: non lo spirito competitivo quindi, ma la tendenza al monopolio, non il rispetto delle regole, ma il culto dell’eccezione individuale, non la contentezza per i risultati raggiunti, ma il desiderio mai soddisfatto di altro. Insomma quelli che fanno la parte dei buoni recano con sé una mal celata ammirazione per i cattivi. Da qui il successo pubblico stupefacente di personaggi come Silvio Berlusconi, ieri, o Marine Le Pen e Donald Trump, oggi.

Davide Piacenza
Che posto feroce è il mondo di Donald Trump
Studio, 3 agosto 2015

… Naturalmente Donald Trump non è soltanto un uomo d’affari, come dimostra la sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Trump è un’icona, un personaggio pubblico, uno showman come pochi altri ne sono nati in America e altrove. E l’aspetto più caratteristico della sua fama è la longevità che lo contraddistingue, il saper rimanere sulla cresta dell’onda senza l’onere di reinventarsi. Un commento apparso su Forbes alla fine degli anni Novanta, a più di tre lustri di distanza dall’annuncio della corsa alla Casa Bianca, recitava: «È sopravvissuto di molto al decennio che l’ha prodotto, ma – diversamente da altri personaggi degli anni Ottanta che sono rimasti sotto i riflettori ricalibrandosi […] Trump ci è riuscito senza alcuna distinguibile maturazione personale. Come un corpo sottoposto a un trattamento criogenico, è un esemplare perfettamente conservato di quell’epoca». E, in effetti, la chioma bionda è ancora la stessa dei primi tempi, così come le camicie bianche e l’attitudine pragmatica e machista, da magnate della finanza non abituato al compromesso.

Jon Stewart, sfottendolo, un paio d’anni fa l’ha famosamente ribattezzato «Fuckface von Clownstick» e si è attirato una serie di sue risposte inviperite su Twitter. Il ricchissimo Donald dalla vita ha sempre avuto tutto, dalla prima all’ultima cosa. La bella moglie Ivana Zelníčkova, originaria di ciò che allora si chiamava Cecoslovacchia, sposata nel 1977 e madre dei primi tre figli di Trump, oltre che autrice del soprannome «The Donald»; l’altrettanto avvenente Marla Maples, con cui è convolato a nozze nel 1993 e da cui ha avuto una figlia; il suo reality show personale, The Apprentice, lanciato nel 2004 e girato in larga parte in uno studio allestito nella Trump Tower; una grande corsa ciclistica che portò il suo nome per due anni, dal 1989 al 1990, il Tour de Trump; una serie di giochi da tavolo in stile Monopoli, ma con un volto assai riconoscibile stampato su ogni singola banconota.

(Spencer Platt / Getty Images)
(Spencer Platt / Getty Images)

Come sarebbe Donald Trump da Presidente? Sarebbe il commander-in-chief che lo scorso maggio a Fox News ha detto che c’è un «modo per sconfiggere l’ISIS velocemente e in maniera efficace, un metodo a prova di tonto», ma non l’ha rivelato, forse per non tradire l’effetto sorpresa. Da ex portabandiera della martellante propaganda birther, quella che nel 2011 costrinse la Casa Bianca a mostrare il certificato di nascita di Barack Obama, Donald Trump stavolta pare essersi orientato su posizioni oltranziste sul tema dell’immigrazione, a giudicare dagli infausti commenti sui messicani. Hillary Clinton si è già sonoramente dissociata, dicendosi «delusa» e urlando: «Basta!» dal palco di un meeting del National Council of La Raza, il più grande gruppo di pressione ispanico negli Usa. Molte compagnie hanno reagito scegliendo di tagliare i loro legami affaristici con lui, tra le altre Univision, il network dove vanno in onda Miss Usa e Miss Universo, Nbc e Pvh, il brand che aveva finora prodotto la sua linea d’abbigliamento maschile. In un rilevamento nazionale condotto da Cnn a inizio luglio però era il secondo Repubblicano per preferenze, con un 12 per cento dei voti che lo metteva dietro soltanto a Jeb Bush, e in un sondaggio condotto dalla Suffolk University per Usa Today a metà mese si trovava addirittura in prima posizione tra i volti delle primarie del Grand Old Party.

Difficile prevedere le prossime mosse di Trump, giovane leone di quasi settant’anni. D’altronde si parla di un uomo che, quando il padre Fred venne a mancare nel giugno del 1999, prese la parola durante le esequie sull’altare della Marble Collegiate Church di Manhattan per lodare non le virtù del defunto ma le proprie. O di chi nell’estate di due anni fa a un’asta di East Hampton ha comprato un ritratto di se stesso realizzato dal pittore William Quigley, alla modica cifra di centomila dollari. In una recensione di The Trumps, una biografia familiare firmata da Gwenda Blair agli inizi del Duemila, apparsa sul New York Times, si poteva leggere: «il Donald Trump ritratto in queste pagine è il Donald Trump che già conosciamo. E non potrebbe essere altrimenti, perché pare che non ci sia nulla di più».

 

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