Macbeth

Simone Lorenzati

Esistono opere immortali, in grado di sopravvivere al trascorrere del tempo ed esserne esaltate, in qualunque momento si attinga a queste. Ed esistono poi capolavori letterari di tale portata, i quali riescono anche ad ispirare gli artisti successivi, che li fanno propri, li omaggiano e li rielaborano nella loro arte. Macbeth, tragedia scritta da William Shakespeare (tra il 1605 e il 1608), è indubbiamente uno di questi casi. Si tratta di una delle più apprezzate e moderne opere shakespeariane pur essendo, tra queste, il dramma più breve. La trama, come noto, si muove intorno all’eterno tema dell’ambizione, rendendo il lavoro attuale in qualunque epoca.

Nella versione cinematografica, la storia è fedelissima a quanto scritto da Shakespeare al pari del linguaggio utilizzato dai protagonisti. Le prime sequenze dell’ultima fatica di Justin Kurzel sono immediatamente di impatto: slow motion notevoli nel bel mezzo di un campo di battaglia, mentre Macbeth (Michael Fassbender) affronta il capo dei ribelli, Macdonwald. Cosa più importante, queste prime sequenze, sporche, cupe, anticipano quello che sarà poi il tenore del film. Ma soprattutto fanno capire su cosa il regista ha puntato di più. Va infatti riconosciuto a Kurzel e soci un lavoro tecnico di prim’ordine. Si pensi a questo inizio ma anche alle ultime immagini del film: un rosso fuoco, per lo scontro che chiude i conti, che sottolinea il contesto di una dimensione infernale.

Fassbender riesce a restituirci il tormento del protagonista così come magistrale è la prova recitativa di Marion Cotillard, alias Lady Macbeth. Trattandosi della tragedia più breve, diretta e in fondo semplice, può sembrare curioso che una Hollywood in crisi di idee non abbia pensato prima a ripercorrere i territori così brillantemente percorsi in precedenza da Orson Welles o Roman Polanski. E questo compito gravoso avrà motivato non poco il giovane regista australiano, che è andato dritto per la sua strada cercando di tornare alla radice più viscerale dell’opera di Shakespeare. Linguisticamente accurato, il film smussa la violenza di alcuni momenti chiave, salvo insistere visivamente su una cupezza congenita, devastando le carni dei protagonisti, diventate esse stesse un altro campo di battaglia. Adam Arkapaw, direttore della fotografia di “True Detective” e del precedente film del regista Snowtown, fa un lavoro profondo nel sottolineare le differenze fra i campi lunghi di una Scozia dal fascino primordiale e gli interni monumentali dei palazzi del potere, spirituale o politico. Le location sono quelle giuste, dalle cattedrali all’obiettivo puntato sulle meravigliose montagne scozzesi così come lo sfondo di nebbie invasive e ripetute. Insomma una pellicola con più luci che ombre e con Fassbender e Cotillard che si caricano sulle loro spalle l’operazione, anche nei momenti meno convincenti della stessa.

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