La giustizia casuale di Pinocchio

Carlo Collodi
Le avventure di Pinocchio
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi che lo tormentava da parecchi anni. Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome e il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità, prese vivissima parte al racconto, s’intenerì, si commosse, e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due cani mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro. Pigliatelo, dunque, e mettetelo subito in prigione».
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
«Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io», disse Pinocchio al carceriere.
«Voi no», rispose il carceriere, «perché voi non siete del bel numero… »
«Domando scusa», replicò Pinocchio, «sono un malandrino anch’io».
«In questo caso avete mille ragioni», disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Firenze, Felice Paggi, 1883, capitolo XIX

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…  nelle  Avventure di Pinocchio troviamo una giustizia “necessariamente casuale”, inesorabile e persecutoria, di fronte alla quale la colpa è un destino. Il diritto è capovolto, ma a suo modo logico, e gli incontri fra Pinocchio e il diritto disegnano una sequenza: non uno sviluppo, una progressione verso una tesi, ma una struttura circolare, che ritorna sulla propria premessa e la convalida.
… In conclusione,  non c’è conclusione: Pinocchio è un testo aperto, la sua struttura normativa non  è lineare e rivolta a uno scopo, ma ciclica. Dedizione e fuga, proponimento e caduta: non c’è una morale delle Avventure, ma almeno due morali, o piuttosto una morale sociale multiforme, diffusa ecalcolante, e un gesto singolare che si sottrae al calcolo e alle discipline. Di qui una struttura narrativa e normativa formalmente semplice, ma abbastanza complessa sotto il profilo contenutistico da ospitare comicità, ironia e tragedia; un gioco di prospettive normative intrecciate, fra loro contraddittorie, che fa sì che la punizione di Pinocchio si dimostri, al tempo stesso,necessaria e casuale, che la pena si dia come grazia e come disgrazia, che la trasformazione in bambino coincida con la ricompensa di Pinocchio e con la sua morte. Le Avventure restituiscono un’immagine moderna del diritto – il diritto necessariamente separato dalla morale, il diritto come forza trasformativa che si esercita sul corpo e sull’identità di Pinocchio – e testimoniano una resistenza alle discipline, uno slancio e una fuga che costituiscono il diritto fondamentale di Pinocchio. (G. Itzcovich)

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