Alla scoperta dell’Islam 6

Eugenia Parodi Giusino
Flic
blog formertime and abroad

Sul finire degli anni settanta in Algeria si avvertiva con chiarezza che il potere era in mano ai militari. La guerra d’indipendenza era finita da appena 13 anni e il governo era affidato al colonnello Houari Boumedienne, già capo di stato maggiore dell’esercito rivoluzionario, che rimase in carica dal 1965 al 1978. Ma anche oggi – a detta di coloro che seguono da vicino gli avvenimenti del Maghreb come il blogger algerino Karim Metref e il giornalista Mostafa El Ayoubi – l’organizzazione politica più potente dell’Algeria è l’apparato militare. Il che per inciso rappresenta teoricamente  una barriera contro il proliferare dell’islam radicale nella sua materializzazione terroristica del Daesh.

Ho sempre pensato che se, mentre stavo lì,  nessuno mi ha mai molestato o adescato in qualche modo ciò era dovuto alla paura  che tutti avevano delle ripercussioni penali che un simile gesto, considerato molto più grave che da noi,  avrebbe provocato. La presenza dei flic era ben visibile, per esempio anche in occasione di una semplice lunga coda a serpentone per entrare in un cinema di Algeri. La loro attività consisteva nel distribuire – secondo me a casaccio – colpi di manganello sugli aspiranti spettatori, solo locali, per tenere la fila in ordine.

I divertimenti comunque erano veramente pochi per tutti, Algerini e stranieri. Una sola volta andai a teatro, mai al cinema, forse perché i film erano solo in arabo o perché non c’erano cinema che potessi frequentare con serenità. Come ho scritto in un altro episodio non c’era un solo locale pubblico a presenza mista dove le donne  potessero andare. Mi mancava un posto dove andare a ballare. Soltanto in privato nelle feste familiari, soprattutto matrimoni, era possibile per tutti scatenarsi nella danza, ma distinti per genere. Anche perché il tipo di danza che ho potuto vedere, quella diffusa tra la gente del posto, quasi uguale per i due sessi e diversa dalla sofisticata danza del ventre solo femminile, consisteva in velocissimi movimenti del bacino, richiamo immediato alla sensualità-tabù.

Quell’unica rappresentazione teatrale fu una performance surreale. Ad Orano, a due passi dal deserto, uno spettacolo folcloristico di balli e musiche dell’URSS caucasico con costumi pesantissimi  e lunghi parrucconi impolverati. Ma, si sa, i due Paesi erano amici e l’Algeria, per la sua storia recente,  ricopriva il ruolo di rappresentante africano del socialismo, di difensore dei diritti dei popoli oppressi. Per questi motivi costituiva un porto sicuro anche per i rifugiati dalla dittatura cilena ed ebbi modo di conoscerne qualcuno.

La stessa polizia però, che funzionava come deterrente da eventuali molestie degli Algerini nei miei confronti, in un caso specifico che mi riguardò compì decisamente un abuso di potere che mi procurò pura angoscia per molto tempo. Con l’ingenuità di un Pinocchio e molto arrabbiata per il furto dell’unico gioiellino che possedevo, una catenina d’oro, decisi che era il caso di denunciare l’episodio al più vicino commissariato di polizia, come si fa da noi. L’unica persona che poteva averla presa era una persona di servizio  e così dissi; ma non avevo prove. Poiché mi ero fatta accompagnare da un amico italiano mi fecero parecchie domande più che registrare la denuncia, ma il tutto nei limiti di un normale colloquio. Poi mi chiesero di ritornare il pomeriggio e questa volta non c’era nessuno con me.

A quel punto mi fu chiaro che l’unica cosa che interessava loro era capire chi fossi ed entrare prepotentemente nella mia intimità subissandomi di domande insidiose che nulla avevano a che fare con il furto ma che erano attinenti unicamente alla sfera della moralità. La situazione si capovolse e divenni l’unico imputato, come il tenero burattino che, derubato delle monete d’oro, viene condannato a quattro mesi di gattabuia . Mi intimarono di confessare chi frequentava la mia casa, a quale ora e perché, in quale stanza ricevevo gli  amici e cosa facevo e come mai abitavo da sola e così via in un crescendo sempre più minaccioso e terrorizzante per una giovane ragazza che parlava appena il francese e che era lì da poco. Importante era farmi sentire colpevole. Non ero un cittadino da proteggere ma una scostumata da mettere alla gogna.

Non ricordo come riuscii a sfuggire a quelle sabbie mobili ma ne venni fuori a pezzi. Fu messa in discussione la mia identità. Venne meno qualunque sicurezza e soltanto allora capii che la mia propensione alle sfide mi aveva portato in una situazione troppo difficile da governare con i pochi mezzi a mia disposizione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...