Saul e la riproduzione dell’orrore

Uscito in questi giorni, il film di Lazlo Nemes fa dire a molti che, dopo di esso, “non ci potrà più essere un altro film sui campi di sterminio. Grandi registi oscurati da uno sconosciuto ungherese che faceva l’assistente di Bela Tarr. La macchina da presa va oltre il filmabile, cos’altro si potrà raccontare dopo per immagini su Auschwitz o Birkenau? Nulla. Non c’è più nessuna soglia fisica o simbolica da varcare, nessuna scritta Arbeit Macht Frei sotto cui passare, nessun campo lungo con sullo sfondo cinte murarie e filo spinato da osservare con terrore”  Davide Turrini su “Il Fatto Quotidiano”.

Di questo tema si è occupato un po’ di tempo fa un filosofo che si occupa di estetica: Georges Didi-Huberman.

G. Didi-Huberman “Immagini malgrado tutto” Ed. Raffaello Cortina, 2003

Le immagini di cui egli parla non sono ricostruzioni, per quanto fortemente ispirate, come quelle che appaiono nel film di Nemes. Sono fotogrammi, scattati di nascosto e a rischio della vita (che comunque era ormai già giocata nell’osceno disegno nazista), da alcuni   membri del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau. Scatti realizzati chissà come e, soprattutto,  posti in salvo e “venuti alla luce” in modo del tutto rocambolesco. Scatti che hanno il significato di una rivolta contro l’annientamento, contro l’eliminazione della verità. Scatti che dicono l’indicibile e lo dicono in modo incontrovertibile, malgrado l’orrore o, come afferma Didi-Huberman, “confutando l’inimmaginabile”. Poiché ciò che la nostra mente non vuole, non può arrivare a immaginare è realtà. “Spesso domandiamo troppo, o troppo poco, all’immagine” dice D-H: le domandiamo di raccontare tutta la verità, ma tutta la verità non si può raccontare con una immagine, a cui mancano contorni,  suoni, odori, sensazioni provate da chi è soggetto dell’immagine… Oppure la trasformiamo, la riduciamo a documento, cancellandone la sostanza, la fenomenologia. Ma l’immagine, qui, malgrado tutto, è l’occhio della storia, senza mediazioni, senza emozioni trasferite. Qualcosa di ancor più drammatico, inevitabile, sconvolgente, della poesia incontestabile di un film bellissimo.

 

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