Laura madre per procura

Andrea Malaguti
“Io e Adriano finalmente padri, grazie ai soldi per l’utero in affitto”
Una coppia gay racconta la sua storia. Ma il fenomeno riguarda soprattutto gli etero. Un affare da 3 miliardi l’anno: secondo alcune stime, due italiani ogni settimana nascono così
La Stampa, 14 febbraio 2016

 

Di che cosa parliamo quando diciamo, sbrigativamente, «utero in affitto»? Di quale giro d’affari, di quali sofferenze, di quale modello genitoriale? E, soprattutto, è ancora possibile immaginare di fermare un processo globale che non solo è pienamente in atto, ma che, sommandosi alla procreazione medicalmente assistita, riguarda già milioni di persone, compresi – secondo stime attendibili – circa cento bambini italiani ogni anno con la sola gestazione per altri?

GESTAZIONE PER ALTRI

Per capire come si è arrivati a questo gesto d’amore è necessario allargare il quadro e chiedersi che cosa significhi spingere una donna – o due – a diventare madre per conto terzi. Una domanda che riceve risposte diverse a seconda dell’angolo del pianeta in cui viene posta e che alimenta un giro d’affari stimato ufficiosamente in tre miliardi di dollari l’anno, sostenuto all’80% da coppie etero e solo al 20% da coppie omo, anche se a dar retta al dibattito nostrano le percentuali sembrerebbero rovesciate.

«Spero che tutto si risolva. E che Dio offra la capacità di amare a queste persone piene di dubbi». Si affida all’Onnipotente la cattolica madre surrogata messicana Laura Hernandez e lo fa in un sms inviato all’avvocato Michele Falcone, fidanzato da 17 anni con l’organizzatore di eventi Adriano Visinoni.
Falcone e Visinoni convivono a Vimercate, in Brianza, e da quindici mesi sono diventati papà, anche se ufficialmente solo Michele può rivendicare il ruolo. In paese la loro famiglia è stata accolta bene, ma Laura è preoccupata perché il dibattito italiano sulla «gestazione per altri», o «utero in affitto» – come lo definisce chi trova la pratica spregevole – ha attraversato l’oceano. E lei si è spaventata. Che cosa succederà ai piccoli? Ve li porteranno via? Perché questo cardinal Bagnasco dice che «i bambini non sono un diritto»? «Noi siamo una famiglia e le famiglie si amano e si appoggiano», scrive Laura, che, stando all’analisi sgradevolmente sbrigativa del ministro Lorenzin sarebbe un’«ultraprostituta». È stata lei, infatti, a portare in grembo per nove mesi i gemelli di Michele e Adriano. Nei messaggi di questi giorni usa frasi brevi e secche e cerca un equilibrio, anche narrativo, perché sa che l’eccesso di melodramma può essere di cattivo gusto quanto la mancanza di compassione. «Chi dice che mi avete sfruttato è fuori strada. Il mio è stato solo un gesto d’amore». Davvero?

STORIA DI MICHELE

Seduto in un bar nel centro di Milano, l’avvocato Falcone ordina un tè, mostra orgogliosamente la foto dei gemelli sul cellulare e racconta la sua storia perché ha capito da un pezzo che impegnarsi significa smettere di barare. «Da qualche anno sentivo questo bisogno di paternità. Ne ho parlato a lungo con Adriano e alla fine abbiamo scelto la gestazione per altri, perché per noi coppie gay l’adozione è preclusa. Siamo benestanti, dunque ci siamo mossi». Una ricerca cominciata su internet lo ha portato a mettersi in contatto con un istituto statunitense che opera in Messico. Lui ha messo lo sperma, soluzione che lo garantisce da qualunque contestazione legale, e una ragazza sudafricana, bianca, ha donato gli ovociti. «Ho scelto lei perché ha 28 anni e due figli. E aveva già fatto due volte un’operazione analoga. Mi ha colpito perché sul suo profilo spiegava quanto conti per lei la famiglia. Siamo ancora in contatto su Facebook. Ma soprattutto sono rimasto in contatto con Laura». Laura allora.

Trentadue anni, laureata in economia e commercio, due figli, un marito, un lavoro fisso. «I nostri bambini sono cresciuti nel suo utero. È stata un’esperienza bellissima. E la sua è stata una scelta consapevole. Un gesto d’amore, appunto. Non ho dubbi che i nostri figli da grandi andranno a trovarla in Messico». Arriva Adriano. È brizzolato, sottile, piuttosto elegante. Si siede. Guarda Michele. Danno l’impressione di amarsi bene.

I figli di Laura li considerate fratelli dei vostri gemelli? «No», dicono entrambi. Poi Michele aggiunge. «Vorrei solo che Adriano esistesse anche per la legge italiana come padre». Vi è mai venuto il dubbio di avere sfruttato le madri dei vostri piccoli? «Ci siamo fatti molte domande. Ma a questa la risposta è sempre stata: no. Ai gemelli in ogni caso racconteremo tutto». Il problema è che non esiste un «tutto» unico da raccontare.

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