Pasolini, la patria assente

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo. 

Fa parte della sezione Nuovi epigrammi (1958-1959), ed è una poesia che rischia forse, nel suo essere diventata per certi versi alla moda, di scadere a frame dell’indignazione, perdendo la dimensione letteraria. Quasi che il  citarla o il condividerla via blog o social network  esaurisca l’attività politica o culturale. Cerchiamo allora di vederne alcune peculiarità.

C’è una grande assente in questa poesia, ed è la parola «Italia», sostituita da «nazione». Pasolini sceglie dunque un tema vivo della tradizione letteraria, quello della propria patria – pensiamo per esempio a Italia mia, benché  ’l parlar sia indarno di Petrarca o All’Italia di Leopardi – ma lo fa senza il termine che più caratterizza il tema. Altra grande assente è per l’appunto la parola «patria», che esprime la propria terra come «terra dei padri». Pasolini inoltre ricorre all’epigramma, e non alla forma-canzone (come sarebbe più consono per una poesia civile), e dunque connota ancora di più la propria poesia come  «forza del passato», contrapposta al presente della «nazione». E la parola «nazione» dà al concetto di patria un senso legato al nascere, più che a un’appartenenza sviluppata e consolidata culturalmente.

Il poeta si rivolge perciò a chi è nato entro certi confini, e non tanto a chi, entro quei confini, ha maturato un senso condiviso di appartenenza («sei incosciente», verso 11). Ma solo dall’identità del poeta (dall’essere cioè Pasolini italiano) noi sappiamo che egli si sta rivolgendo all’Italia. E poiché non si riferisce a tratti universali, tale che questa poesia potrebbe valere come critica a qualunque nazione moderna, ma a tratti specifici (come ad esempio alla forte tradizione cattolica), l’assenza di parole come «Italia» e «patria» vale come un disconoscimento nel presente («sei esistita… non esisti», verso 12).

Questa sottrazione di parole tematiche e questo rifiuto verso la propria «nazione» lavorano in particolare nei primi due versi, in cui la «nazione» è espressa per ciò che non è («non… non… non… »), ricorrendo poi ad avversative da cui si dipana  il lungo elenco di figure e tratti miserabili.

Pasolini denuncia l’Italia borghese, il ceto allora dominante, e lo fa sul finire degli anni Cinquanta, ossia all’alba del boom economico, proprio quando la borghesia inizia la marcia trionfale nell’ebbrezza consumista. Possiamo dunque dire che Alla mia nazione è una poesia che non parla dell’Italia, come a una prima occhiata potrebbe far intendere: è una poesia che parla del rapporto disgustato tra il poeta e il ceto dominante dell’epoca, dominante in quanto massa (come nella forte immagine «Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», verso 8). Dunque il poeta, nella tradizione che rappresenta, sente di non può accostare a una simile classe dominante la parola «Italia», disconoscendo la borghesia in quanto «patria». Sono figli senza padri degni di nota.

Lo stesso Pasolini, in Vie nuove, nel 1961 preciserà il concetto parlando dello scandalo prodotto da quella poesia nei fascisti:

I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia [Alla mia nazione] di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta, cioè un matto. […] Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante, benpensante, ipocrita e disumana.

Ecco dunque perché Alla mia nazione va letta al di là del significato solamente letterale di disprezzo, e soprattutto senza proiettare un proprio e generico sentimento di avversione verso la contemporaneità.

http://www.umbrialibri.com/2012/?p=506

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