Il pessimismo dei giovani

Walter Passerini
Nove giovani su dieci pensano di emigrare, sei su dieci sono disposti ad andare all’estero
L’indagine dell’Istituto Toniolo rivela il pessimismo dei ragazzi del nostro paese
La Stampa, 18 febbraio 2016

Appaiono smarriti e preoccupati i giovani italiani, che vedono con grande pessimismo la situazione del nostro paese e considerano le opportunità offerte sensibilmente peggiori rispetto al resto del mondo sviluppato. Infatti, tre giovani su quattro hanno questa opinione. Rispetto allo scenario non incoraggiante i giovani italiani non rimangono però passivi. Alcuni puntano su un adattamento al ribasso, quantomeno in attesa che le condizioni possano poi migliorare; altri hanno maturato la consapevolezza della necessità di rimboccarsi le maniche e diventare intraprendenti o imprenditori di se stessi. Mentre per altri ancora la soluzione è quella dell’emigrazione. Infatti, l’88,3% dei giovani italiani è disposto ad emigrare stabilmente pur di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Oltre il 60% è disposto a farlo anche all’estero. Titolo di studio e status occupazionale influiscono poco su questa scelta, perlomeno per i giovani italiani.

Sono alcuni dei dati evidenziati dal Rapporto Giovani, l’indagine nazionale promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica e il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, nell’ambito della quale è stato realizzato un approfondimento internazionale sulla condizione delle nuove generazioni, sui più grandi paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna) su un campione di 1.000 giovani tra i 18 e i 32 anni rappresentativo all’interno di ciascun paese.

In quasi tutti i paesi presi in considerazione, più del 50% del campione concorda (molto o abbastanza) con l’affermazione che l’emigrazione è l’unica opportunità di realizzazione, pur con differenze rilevanti: dal 91% della Spagna all’ 88,3% dell’Italia e al 53,9% del Regno Unito. Unica eccezione è la Germania, dove questa percentuale si ferma al 47,6% (la metà rispetto a Italia e Spagna).

I paesi che attraggono di più i giovani italiani sono gli Stati Uniti con il 17,5%, il Regno Unito con il 14 %, la Germania con il 12,2 %, la Francia con il 3,5% e infine la Spagna con l’1,5%.

Secondo l’indagine per il 74,8% dei giovani italiani (molto) andare all’estero è soprattutto un’opportunità per fare nuove esperienze e confrontarsi con altre culture, contro il 63,4% dei francesi, il 41% dei tedeschi, il 48,8% degli inglesi e il 60,6% degli spagnoli. Ma la fuga all’estero rimane soprattutto una necessità per trovare migliori opportunità di vita e lavoro per il 45,4% (molto) dei giovani italiani. Sensibilmente differenti le percentuali dei coetanei francesi con il 15,4%, i tedeschi con il 5,6%, gli inglesi con il 7,7% e gli spagnoli con il 20,8%.

La scelta di emigrare dipende dalla percezione che si ha delle opportunità offerte dal proprio paese. Se per tre quarti dei giovani italiani (75,6%) le opportunità offerte dal proprio paese sono peggiori o abbastanza peggiori, questo è vero solo per il 20% dei francesi, il 17% dei britannici e per meno del 10% dei tedeschi (8,6%). Al contrario, più di un quarto di britannici e tedeschi (rispettivamente il 25,6% e il 27,4%) concordano (molto) che il proprio paese sia attrattivo anche per i giovani stranieri; mentre ciò è vero solo per il 9,8% degli italiani.

“I giovani italiani – spiega Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e uno dei curatori del Rapporto Giovani del Toniolo – non sono una generazione “senza futuro”, una generazione “perduta”. Sembrano piuttosto una “generazione smarrita”, che sta cercando la propria strada e fa fatica a trovarla nel nostro paese”.

Walter Passerini
Non siamo un paese per ricercatori: ne perdiamo 3 mila all’anno
Le proposte del Forum della meritocrazia che analizza la legge del Controesodo
La Stampa, 26 febbraio 2016

Dal 2010 al 2020 perderemo 3 mila ricercatori all’anno; 30 mila giovani talenti con il dottorato di ricerca alle spalle lasceranno il nostro paese per trovare soddisfazioni e lavoro all’estero, un esodo che ci costerà 5 miliardi. Non siamo un paese per ricercatori.

La conferma della gravità del problema viene dal Forum della meritocrazia, che ha analizzato i risultati prodotti dalla legge “controesodo”, la legge 238/2010 destinata a cittadini Ue laureati, nati dopo il 1969, residenti nel nostro paese per almeno due anni e, in seguito, residenti e con un’esperienza di lavoro all’estero per almeno altri due anni. Nata nel 2010 da un’iniziativa bipartisan con l’obiettivo di far rientrare in Italia i cervelli trasferitisi all’estero, si stima che abbia generato per il periodo 2012 -2015 circa 500 milioni di euro di pil. La legge è stata modificata nel 2015, con l’estensione ai nati prima del 1969, e ha visto l’abbassamento dell’imponibile fiscale al solo 30%, riducendo fortemente l’incentivo economico al rientro.

«Il Forum propone che vengano ripristinati i benefici fiscali originari – dichiara Claudio Ceper, Presidente del Forum della meritocrazia – o, in alternativa, di realizzare nuove politiche per aumentare l’attrattività del nostro paese. Atal fine proponiamo al ministero delle Finanze di avviare rapidamente un confronto finalizzato all’individuazione delle soluzioni da introdurre nella legislazione. Questa legge che ha contribuito ad attirare persone con esperienza e proprio nel momento del loro maggior potenziale di crescita professionale. La legge prevede anche condizioni di maggior favore fiscale per le donne ma i risultati su questo fronte non sono ancora soddisfacenti, e lavoreremo anche su questo».

 

 

Secondo le analisi del Forum della meritocrazia, gli effetti di questa norma sono stati molto positivi e tangibili. Ecco alcune cifre: (dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, rilasciati in esclusiva per il Forum della Meritocrazia):

• + 500 milioni di euro di pil per il periodo 2012 -2015 (stima);

• + 106 milioni di euro di pil nel 2013 con aumento sostanziale della ricchezza intangibile;

• 1.678 il numero di talenti italiani rientrati nel 2013;

• Crescita del reddito medio del paese. Secondo le stime, il reddito pro-capite medio dei talenti rientrati si attesta sui 63.684 euro contro i 26.400 euro degli altri lavoratori italiani;

• Expertise e professionalità. Il 54% dei talenti ha un’età superiore ai 35 anni. Nella maggior parte dei casi professionisti con una carriera consolidata e un profilo manageriale elevato. Il 77% del totale ha una retribuzione tra i 100 mila e 500 mila euro e il restante 23% guadagna fino a 100 mila euro. Ma la legge non ha favorito solo i redditi più elevati, hanno beneficiato di un reddito tassato fino a 15 euro ben il 55% dei talenti rientrati.

• Distribuzione geografica. Seguendo l’andamento del mercato del lavoro in Italia, le regioni del nord si confermano come maggiormente ricettive. Infatti, il 67% dei talenti in entrata si concentra nelle regioni settentrionali, mentre solo il 14% nelle regioni del sud;

• Distribuzione per genere. Nonostante la condizione di favore della legge nei confronti delle donne, la percentuale in entrata è di molto inferiore rispetto a quella degli uomini. Le donne si attestano su un 32% contro il 68% degli uomini, confermando la presenza in Italia di scogli antimeritocratici nei loro confronti

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