8 marzo

Vincenzo Crolla
In ricordo di mia madre Angela (Nennella)

Suo padre morì esattamente nel giorno in cui venne alla luce. Se lo portò via la setticemia.
Faceva il cocchiere, il padre, e trovò, perciò, assolutamente naturale curare quella carie con la merda del suo cavallo.
Sua madre, ventisette anni, capelli color rame e occhi verdi, un vero splendore pare, si acconciò perciò, per crescerei suoi tre figli – Nennella ancora al petto – a improvvisarsi “capera”. Che altro non era se non la parrucchiera “avanti-lettera”.
Si svegliava di buon’ora Concetta – ché così si chiamava – e, preso il suo pettine d’osso, faceva il giro delle comari per acconciare trecce e toupè. Spesso, più spesso, in cambio di cose – indumenti dismessi, pacchi di pasta o qualche bottiglia di conserva – piuttosto che di denaro. Ché anche allora non è che ne circolasse granché.
Non poteva durare. Non durò.
E così, Nennella, appena svezzata andò ad “arricchire” la famiglia di sua zia – zia ‘Ngiulina – della quale aveva ereditato i capelli rossi, le lentiggini e il nome; e che, di suo, aveva già messo al mondo tre figli.
Crebbe lì Nennella, al Vasto, in quel quartiere sottratto agli acquitrini e messo su a sottolineare il trionfo della geometria e della linea retta sul caos della flora del pantano: a estirpare il giunco, la canna e il riso selvatico.
Restò lì fino a undici anni, quando sua madre, che aveva perso il pettine e trovato un nuovo amore, la reclamò considerando sufficientemente mature le sue braccia per affidarle a un arcolaio.
E così, bambina senza alfabeto, Nennella entrò in fabbrica a imparare a intrecciare la juta e, con quella, a confezionare sacchi che avrebbero contenuto di tutto ma principalmente fagioli, lenticchie e ceci. Non chiedeva nulla per sé Nennella, se non quei quattro soldi utili a comprare qualche quadernetto di quelli con la copertina nera e qualche matita. E con quel corredo, quando il turno era quello pomeridiano, sedeva sulle scale della scuola ad aspettare le amichette cui carpiva nozioni di conto e di parole investendole, come fosse un gioco, del ruolo di educatrici senza titolo ma con molto sussiego. Fu così che Nennella imparò a leggere, a scrivere e far di conto.
Non lasciò mai la fabbrica, restò sempre affezionata alle cugine e a sua zia che continuò sempre a frequentare. Partecipando, timida, anche a quelle feste che segnavano il trionfo della quadriglia e del borotalco.
E lì, una sera, conobbe quel giovane bello e ombroso che sarebbe diventato suo marito: antifascista e disoccupato. E disoccupato perché antifascista.
Se lo caricò con tutta la sua natura umbratile, il suo orgoglio e le sue tasche vuote. Con lui si caricò i cinque figli che ebbero, sua madre e una sorella senza marito.
Le costò raddoppiare il turno ma non si lamentò mai. Né mai si tirò indietro quando si trattò di chiudersi in fabbrica e ricevere il cibo da improvvisati sistemi aerei fatti di carrucole, funi e paranchi a eludere i controlli della polizia di Scelba.
Restò 44 anni in quella fabbrica che lasciò solo per un infortunio sul lavoro che le precluse l’uso del braccio sinistro; non finì mai di frequentare il suo partito e di pregare la Madonna di Pompei.
Convinta che fino ai tetti la competenza fosse di Carlo Marx e dai tetti in su della Mamma Schiavona. Convinta assertrice della regola che la vita assegna “a ciascuno il suo”.

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