Trovata madre per quaranta giorni

Eugenia Parodi Giusino

E’ difficile in questi giorni per chi frequenti qualche social non imbattersi in lotte fratricide tra sostenitori e nemici della libertà di una coppia “diversa”- tanto per fare un esempio Nichi Vendola e Ed Testa – di poter avere un figlio da una gestazione esterna, complessa, con vari soggetti in gioco ed una madre, che offre l’utero per nove mesi e poi riesce a staccarsi dal neonato. Il punto più caldo sembra infatti essere proprio questo. Anche a me. Ma io non ho avuto tre figli come una trentaduenne canadese che, dicendo di trovarsi molto a suo agio durante le gravidanze, ha voluto, e non per danaro, compiere questa scelta di vita, dopo averne discusso a lungo con il marito e con i bambini.

Difficile crederlo ma ci sono testimonianze ufficiali simili a questa con storie personali piene di dettagli e fotografie di madripercontodialtri.  D’accordo, tutto potrebbe essere anche inventato perché anche le info prese da Internet potrebbero essere dei “fake”, cioè fasulle. Ma quello che vorrei raccontare è invece terribilmente vero. Perché è qualcosa capitato a me o per  meglio dire, che ho cercato. E’ una storia di grande illusione e delusione quella in cui per circa 40 giorni mi sono presa cura di un bambino ucraino adolescente.

Ci pensavo da circa due anni, avevo saputo che a coppie, famiglie e anche a persone single vengono affidati, per il periodo estivo e per le vacanze di Natale, bambini ucraini. In alcuni paesi vicino Palermo, dove vivo, ci sono associazioni che si occupano di organizzare questi soggiorni di piccoli che vivono in istituti, perché orfani o perché con famiglie non adatte a tenerli, per indigenza, alcoolismo o altro. Avevo visto una collega  portare in ufficio il bambino che ogni estate e ogni Natale veniva a vivere con lei e il marito e mi sembravano entrambi contenti e divertiti. Cominciai a frequentare l’associazione che aveva sede in provincia per acquisire informazioni e  imparare il più possibile su un mondo per me sconosciuto. Mi sembrava assurdo non mettermi a disposizione di un piccolo essere umano che certamente non era stato baciato dalla fortuna e potergli dare qualcosa.  Qualcosa alla fine sarebbe rimasto con lui, con lei. Avrei preferito una bambina, pensavo di otto o nove anni.

Per i “genitori”: carte da firmare, somma per acquisto biglietto aereo, foto, storia del bambino, piccolo dizionario ucraino-italiano, vademecum comportamento anche in casi emergenza, regole da seguire, usi e costumi, storia del Paese ecc. Bambine non ce ne erano più, dissero mentendo, e mi proposero V., un adolescente di 12 anni e mezzo. Beh, ma certo.

Anche se al racconto di questa storia andrebbe dato uno spazio molto più lungo di un post e un tono serio (credo) io lo narrerò come posso, con il mio stile (se qualcuno fosse interessato a conoscere particolari può scrivermi un commento o farmi una e-mail).

1° giorno: V. arriva in aereo con aria allallata (termine siciliano che significa rallentato, poco attento) e poi dorme tutto il giorno, sono preoccupata     2°giorno: si scopre che non mangia quasi niente e odia il pesce, il mio cibo preferto   dal 2° giorno fino all’ultimo: muso appena sveglio per un paio d’ore    5° giorno: in piscina, felice, dopo il primo tuffo e il mio ATTENTO! sbatte la testa nel bordo piscina, terrore, corsa in ospedale, ore di attesa, scopro che la collega con altro bambino ucraino ha paura del sangue, è una mammola e non mi aiuta. Accorrono – almeno questa volta – in ospedale maestre e supervisor ucraino serissimi e con passo militare,… spaventati.  V. se la cava con tre o quattro punti in testa, ma non potrà fare il bagno per 20 giorni né giochi movimentati, per fortuna ho due cani, giardino e la bicicletta   6° giorno: inizia la disperata ricerca di persone, amici, parenti, vicini di casa con bambini di quell’età, trovo solo un’amica con bambina coetanea ma lui non ci vuole stare perchè è femmina    10° giorno: telefono all’associazione per avere indirizzi di altre famiglie affidatarie per far socializzare V. con bambini ucraini ma mi lasciano al mio destino    15° giorno: inizio la  compilazione di un calendario con annesse attività in programma per V., giorno per giorno, distinto in mattina, pomeriggio, sera. Ogni notte, sola nella stanza, depenno il giorno trascorso    16° giorno: mi tiene il muso per due giorni e non parla perché non sono rimasta con lui ad una gita faticosissima, ero riuscita ad andare finalmente  dal parrucchiere    18° giorno: via i punti dalla ferita e si ricomincia con calcetto, mare, giochi tipo lunapark, gommone, bowling, minigolf, festicciole, clown, wùrstel, passeggiate in moto con il mio ex e in vespa con mio fratello, monopattino, aereo telecomandato, corse in bici con gli amichetti, pizzerie, uscite di mattina, di pomeriggio e di sera e via all’infinito con prelievi continui di bancomat (miei). Prima di dormire, la sera, il bacetto della buonanotte, che gli piaceva tanto.

Le consegne che vengono fatte ai bambini dalle organizzazioni indicano loro di non parlare mai della famiglia di origine, a stento sono riuscita a capire che la madre lo aveva in pratica abbandonato dai nonni per rifarsi una famiglia, che aveva un fratellino cui voleva bene, che il nonno era morto ed il gatto era scappato via. Il padre non si poteva nominare. Trovo questa regola molto crudele anche per i genitori affidatari che vengono lasciati nella più totale ignoranza della vita dei bambini precedente a quella in istituto. Quando V. è partito lacrime vere per tutti e se si è portato via subdolamente la catena d’oro regalatami da mio padre ho pensato che gli sarebbe servita e che era meglio che l’avesse lui. Voglio pensare che l’abbia ancora e si ricordi così di me. Quanto alla filantropica associazione se qualcuno fosse interessato posso fornire quasi una partita doppia dei conti che avevo fatto con tutti i dettagli sull’ammontare del  guadagno, anche in regalìe, per ogni viaggio di bambino dall’Ucraina alla Sicilia per: il presidente siciliano dell’associazione, i solerti organizzatori ucraini, i direttori degli istituti, l’interprete capo e la boss di tutto, griffata sino alla punta delle orecchie. Ma… un attimo…  questo è quello che è successo a me.

V. era V., certo. Quella di Tobia è un’altra storia: tanti auguri ai suoi genitori Nichi e Ed.

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