Il fascino permanente di Spinoza

Maurizio Ferraris
Con buona pace dell’eterno rivale Cartesio
“Siamo tutti spinozisti” il filosofo dell’Etica ora è icona pop
L’insospettabile ritorno del filosofo dell’Etica diventato all’improvviso una vera icona pop

la Repubblica, 29 giugno 2014

In un caffè di Torino un signore mi ferma, dice di lavorare in un cinema lì vicino ma di dilettarsi di filosofia e mi confessa di essere un grande estimatore di Spinoza. Può sembrare sorprendente, visto che pochi filosofi sono così ardui – Derrida, ad esempio, confessava di non averci mai capito niente. Malgrado questo, Spinoza rappresenta un mito intellettuale che attraversa i secoli, dai tempi in cui l’accusa di spinozismo bastava per far perdere un posto – quando andava bene – a un professore, sino a quelli, più vicini, in cui l’Ingegner Gadda, reduce dalla guerra e già circondato dal fascismo si avvicina a Spinoza, nella Meditazione milanese, attraverso la mediazione de Il pensiero di Spinoza di Augusto Guzzo.
Dubito che il signore del caffè torinese si sarebbe proclamato con altrettanto entusiasmo cartesiano (tipicamente, “Spinoza” è un blog di successo e “Cartesio” un programma di smaltimento dei rifiuti), d’accordo del resto con il neuroscienziato Antonio Damasio, autore di due libri dal titolo eloquente: L’errore di Cartesio e Alla ricerca di Spinoza . Cartesio divide il corpo dallo spirito e la passione dalla ragione, si impegna nella dimostrazione ontologica dell’esistenza di un dio trascendente, e con ammirevole prudenza rinuncia a pubblicare il proprio trattato di fisica dopo il processo a Galileo. Spinoza è tutto il contrario: psicosomatico, panteista, bandito dalla comunità ebraica in maniera pittoresca e terribile («Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti»). A me, lo confesso, piace di più Cartesio, probabilmente anche perché è antipatico, ma posso capire bene l’attrazione esercitata da Spinoza, che batte non solo Cartesio, ma anche l’aggrondato Pascal e il conciliante Leibniz.
«Libero da metafora e da mito / intaglia un arduo vetro: l’infinito / ritratto di Chi è tutte le Sue stelle», scriveva Borges. L’eroico isolamento e l’anticonformismo sono seducenti per un mondo che passa la maggior parte del suo tempo a tenersi in contatto con mail, telefonini e social network. In fin dei conti, Un libro forgiato all’inferno, la biografia spinoziana di Nadler Stevens […] ha la stessa presa pop di un romanzo di Dan Brown, e inoltre promette un prestigio intellettuale molto superiore. Tagliatore di lenti (attività assai tecnologica all’epoca, più o meno come progettare computer oggi) e non professore, studioso e critico delle scritture, Spinoza, come poi Benjamin, appare come un talmudista eretico il cui Golem è il Tractatus theologico politicus , che non a caso risuonerà nel Tractatus logicophilosophicus di Wittgenstein, un altro filosofo destinato a diventare un oggetto di culto malgrado la secchezza delle sue proposizioni.
Ma la seduzione di Spinoza non si limita al maledettismo ascetico (fino a un certo punto, se dobbiamo credere Goce Smilevski, che in Il sogno di Spinoza racconta di una sua passione amorosa). C’è un secondo motivo, il razionalismo, l’”Illuminismo radicale”, secondo la definizione dello storico Jonathan Israel, e questo può sorprendere in una società che è portata a interpretarsi come romantica. Nietzsche deplorava che il principio di Spinoza fosse «non ridere non piangere né detestare ma comprendere», e sosteneva che il comprendere è proprio il risultato di ridere, piangere e detestare. Ma quella di Nietzsche è una posizione romantica e disperata, mentre Spinoza promette di guarire attraverso una geometria delle passioni (come suonava il titolo di un bel libro di Remo Bodei). Con buona pace di Freud, comprendere è già, un poco, star meglio, o almeno sapere come andranno le cose. Perciò, seguendo Spinoza, Emanuel Derman, economista alla Columbia University ha disegnato una mappa delle emozioni, del dolore, del piacere e del desiderio, che come per reazione chimica (c’è tanto Spinoza nelle Affinità elettive di Goethe, lo ricorda in un altro romanzo recente, Il problema Spinoza, Irvin D. Yalom) generano una tavola periodica dove la sofferenza è un dolore localizzato e la malinconia un dolore generalizzato, la speranza l’attesa di un piacere venata di dubbio, e la gioia – nozione centralissima in Spinoza – piacere che viene da una speranza realizzatasi inaspettatamente.
Il terzo motivo del fascino di Spinoza è il panteismo che ci spiega per quale motivo, oggi, siamo portati a vedere nella raccolta differenziata una sorta di ufficio divino. Deus sive Natura : Dio è immanente al mondo così come la mente è immanente al corpo, ed è proprio questa nozione di “immanenza” e la concezione incarnata del pensiero che ha attirato su Spinoza non solo l’attenzione di filosofi molto diversi come Deleuze, Althusser, Toni Negri, ma anche una di simpatia culturale diffusa. In effetti, la nostra società, che ama spesso definirsi “dualistica”, è in realtà profondamente monistica e materialistica: crediamo tutti, esattamente come Spinoza, che il corpo possa tutto. È lui che, con il DNA, decide la nostra sorte, e siamo noi che, cercando di rimediare almeno in parte ai verdetti scritti nel codice genetico, seguiamo diete, andiamo a correre, smettiamo di fumare.
Ma c’è un quarto e ultimo motivo di seduzione in Spinoza, che ci mette al riparo dagli eccessi volontaristici dello yogurt e del jogging, ed è il fatalismo, l’idea che se una pietra che rotola potesse pensare, penserebbe di rotolare liberamente. Dopo aver enunciato questo paragone, Spinoza commenta: «Proprio questa è quell’umana libertà, che tutti si vantano di possedere e che solo in questo consiste, che gli uomini sono consapevoli del loro istinto e ignari delle cause da cui sono determinati». A ben pensarci, questo fatalismo è un grande sollievo in un mondo in cui, apparentemente, siamo «condannati a essere liberi»: una condanna che oggi risulta ben più persecutoria di quella a cui poteva pensare Sartre, al quale non era mai capitato di ricevere le chiamate che propongono di cambiare compagnia telefonica.

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