Islam e donne: una replica

Alice Airola

La crisi dei profughi in Europa e le aggressioni subite dalle donne tedesche a Colonia hanno riacceso l’antico dibattito riguardante le effettive possibilità di integrare una tradizione islamica, spesso descritta come fortemente patriarcale, in una cultura occidentale che ama definirsi “amica delle donne”. Le reazioni delle comunità islamiche occidentali, spesso accusate di promuovere una cultura che giustifica la violenza sulle donne, sono state, nella maggior parte dei casi, di perentoria condanna nei confronti della violenza, nonché di disponibilità al dialogo e alla mediazione con la cittadinanza europea.

Fra le comunità musulmane maggiormente impegnate a promuovere una pacifica integrazione dei propri membri nella cultura ospitante c’è quella di Torino, che si è distinta per aver aperto le porte dei luoghi di culto ai torinesi e aver organizzato, giorni fa, nella moschea di San Salvario, una lezione, indirizzata a tutti i cittadini, riguardante i principi della Costituzione italiana.

In particolare al modo di concepire il ruolo della donna nella società è stato di recente consacrato sempre a Torino, e in una moschea, un sermone per via dell’8 marzo (https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/12/la-festa-della-donna-in-moschea/). Se l’iniziativa è senz’altro lodevole, le modalità con le quali il tema è stato trattato possono alimentare qualche dubbio, soprattutto se si guarda ad alcuni passaggi del ragionamento svolto. Viene infatti offerta prima di tutto un’ immagine davvero riduttiva della cultura occidentale, identificata con una deriva motivata soprattutto da ragioni di interesse economico. Di fronte ad essa si erge la civiltà islamica che realizza l’armonia tra i sessi. A nostro avviso, i punti più problematici del discorso riguardano affermazioni quali: “Nel secolo scorso, quando la donna ha iniziato ad emanciparsi, pretendeva la giustizia e la parità con l’uomo. Ma al giorno d’oggi, le richieste della donna sono altre: come ad esempio l’aborto o il non riconoscimento del proprio figlio al momento della nascita. Ciò ha portato a casi di bambini che crescono senza una famiglia o famiglie di un unico genere; ha causato anche la diminuzione delle nascite; il rifiuto del matrimonio e la sofferenza sociale”. Con queste parole, l’oratore ha concentrato in una sola frase concetti non necessariamente collegati fra loro come l’aborto, l’abbandono o il mancato riconoscimento dei minori, l’adozione concessa alle coppie omosessuali e il decremento della natalità, relegandoli a sofferenza sociale causata, si direbbe,  dalle eccessive richieste di emancipazione femminile. A ben vedere la realtà occidentale è ben più complessa di così e ognuno dei fenomeni elencati alla rinfusa è il risultato di più fattori, non derivanti solo dall’emancipazione femminile e, soprattutto, non sempre negativi e causanti sofferenza. La soluzione a tale stato delle cose si trova già pronta, secondo l’oratore, nel pensiero islamico: “il problema della donna è una responsabilità di tutta la società: l’uomo e la donna si completano l’un con l’altro, ed il matrimonio è basato sulla pace e l’amore e ai figli viene trasmessa la soddisfazione e la sicurezza. All’infuori del contesto religioso islamico vediamo invece che la situazione è l’opposta: la donna come l’uomo e il bambino sono vittime delle ingiustizie”.

Se si può pensare che i problemi della donna riguardino l’intera società, non così ovvia come appare è invece la conclusione che vede solo nel matrimonio all’antica la soluzione idonea a tali problemi e riserva le ingiustizie sociali in esclusiva alle donne, agli uomini e ai bambini occidentali. Verrebbe da chiedersi in proposito se coloro i quali individuano nella famiglia l’unica risposta idonea a risolvere i problemi femminili, si stiano effettivamente facendo carico delle esigenze delle donne, o non stiano di fatto promuovendo una visione tendenzialmente “maschile” della società.

Argomentazioni molto simili a queste sono alla base dei vari family day organizzati da alcune correnti cristiane a sostegno della cosiddetta “famiglia tradizionale”; segno inconfutabile che la questione della donna in Italia merita, una volta ancora, di essere affrontata, possibilmente attraverso un dialogo che coinvolga orizzontalmente l’intera  cittadinanza, nell’intento di evitare semplificazioni della realtà e stigmatizzazioni inutili e dannose. Se è tristemente vero che spesso le guerre si combattono sul corpo delle donne è altrettanto vero che grazie alla questione femminile può nascere, e forse sta già nascendo, un’integrazione fra due culture soprattutto su alcuni temi specifici notevolmente diverse.

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Un pensiero su “Islam e donne: una replica

  1. la mia permanenza (quasi un anno) sia pure tanto tempo fa in un paese musulmano ostile, per validi motivi storici, alla cultura occidentale mi ha fatto conoscere molto da vicino una cultura diversa, e con questa chiave ottica mi sono sempre interessata alla storia, alla politica ed ai cambiamenti sociali dei Paesi islamici. Dove il cambiamento non va purtroppo immaginato sempre in senso lineare e ascendente. Ho ripreso nei miei post (ribloggati anche qui cortesemente) le analisi al riguardo di alcuni politici e studiosi arabi e non. Il fondamentalismo c’è sempre stato, per ciò che ho visto e vissuto in Algeria, ma non aveva un volto e un nome ufficiale. Era semplicemente l’aria.
    Ben vengano le iniziative come questa in moschea a Torino (mi sarebbe piaciuto esserci) e tuttavia è un’altra storia dialogare con musulmani in Italia. Si può rimanere perplessi o critici di fronte a certi discorsi perchè l’Islam è un universo e noi, da qui, possiamo vederne solo una parte.

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