I misteri di Bruxelles (e Molenbeek)

Domenico Quirico,  Gli assassini sono dentro le nostre città, La Stampa, 19 marzo 2016

L’assassino. Lo vediamo di nuovo. Il mistero Salah, il jihadista mancante, il terrorista di Parigi che aveva portato il fratello a morire, diventa un altro, si complica: non più il perché della fuga o della sua rinuncia. Sembrava, a sfogliare gli appunti di quattro mesi fa, in fondo tutto semplice: ecco, è lui l’assassino, forse l’ideatore di quel piano complesso, nel suo cervello è nata l’idea e ha cercato le mani che la mettessero in atto. Poi è fuggito: non kamikaze, ma combattente, pronto a uccidere ancora. E invece la domanda che brutalmente si impone dopo quattro mesi di latitanza è quanto gli assassini del califfato mondiale abbiano radici e spazio dentro il nostro mondo, dentro le nostre città. Come può un uomo così braccato muoversi per tanto tempo in una città che trabonda di poliziotti, agenti segreti, gendarmi?

Non a Raqqa o a Mosul ritroviamo, di colpo, la sua orma; ma in Belgio! Nel quartiere di Molenbeek con le sue casette basse e linde, il gran pavese di biancheria stesa a asciugare, un’aria di sonnolenta normalità borghese, setacciato e risetacciato dalle forze di sicurezza. La culla del malefico ordine terroristico.

Eppure era lì, con il suo mezzo sorriso e l’impressione di una ambiguità a fior di pelle; imprendibile fino all’epilogo troppo disconnesso nel tempo per non lasciare dubbi e paure. Le cose del terrorismo davvero vanno spesso guardate a rovescio per vederle diritte.

E allora si conferma e si ispessisce il terribile enigma. Noi abbiamo paura della invasione, dell’infiltrazione silenziosa di jihadisti camuffati da migranti. O del ritorno dei combattenti della legione straniera islamica inviati a incendiare la cittadella degli infedeli. E se invece fosse obbligatorio guardare dentro noi stessi, nelle pieghe delle nostre città dove scopriamo pozzi di buio che non immaginavamo. Come sempre radicalità e banalità di un male che ci riguarda ancor più perché ha l’inquietante estraneità degli specchi. Il terrorismo è anche figlio naturale di una coppia diabolica: islam ed europa.

Quanto è profondo il jihadismo europeo, l’acqua in cui nuota? Conosciamo ancora le nostre città? Siamo certi che non sia, anche lì, ben annidato, il mondo dell’islamismo radicale con i suoi codici le sue parole d’ordine i territori segreti, il potere dei mullah che ispirano gli animi alla follia, la sua manovalanza e i suoi generali? Un mondo che è anche il nostro in cui è stata possibile la latitanza di Salah Abdeslam. Un mondo sconosciuto senza punti di riferimento a noi noti. Siamo convinti che il califfato e i suoi pretoriani si collochino solo sullo sfondo di mondi inerti o spietati, premoderni? Attenzione a non sbagliare secolo. Il mondo che credevamo di dominare scricchiola attorno a noi, ma anche al nostro interno. I gesti più consueti diventano difficili sotto l’urto della angoscia della sicurezza. Un inferno silenzioso in cui si intrecciano i fili delle nostre future tragedie.

Allora, per capire, bisogna tuffarsi nella vita di questi uomini, misti di ideologi e di bruti, di sant’uomini e di assassini seriali come in un sacco. Risalire nodo dopo nodo il filo delle loro scelte fino ad arrivare al primo, a quello che fatto deviare tutta la vita e l’ha spinta verso altro. Dove la mancanza di appartenenza si confonde con il desiderio perduto di appartenere.

Diamo troppa importanza forse a internet, ai profili facebook. E’ intorno alle moschee improvvisate delle periferie, a sordidi capannoni diroccati trasformati in luoghi di preghiera che il jihadismo cerca le sue prede. O nelle prigioni dove santità e crimine si toccano dando vita a imprevedibili conversioni, dove giovani vengono inghiottiti dall’attraente, sinistra, silenziosa risacca della scelta totalitaria. La nostra indifferenza non si è accorta che qui tra noi, non nel silenzio dei deserti, in ogni uomo sonnecchia un profeta e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo.

°°°

Ci sono molte cose ben dette in questo articolo e il suo autore che è stato un martire dell’oppressione islamista merita rispetto. Anche la verità merita rispetto e allora cerchiamo di spingerci oltre in punta di piedi. … Attenzione a non sbagliare secolo. Il mondo che credevamo di dominare scricchiola attorno a noi, ma anche al nostro interno. I gesti più consueti diventano difficili sotto l’urto della angoscia della sicurezza. Un inferno silenzioso in cui si intrecciano i fili delle nostre future tragedie. …Risalire nodo dopo nodo il filo delle loro scelte fino ad arrivare al primo, a quello che fatto deviare tutta la vita e l’ha spinta verso altro. Dove la mancanza di appartenenza si confonde con il desiderio perduto di appartenere. Ben detto, ben scritto. L’arcaico nel cuore della modernità. L’appartenenza ingannevole. Molto giusto. Altra cosa sono le sue [di Molenbeek] casette basse e linde, il gran pavese di biancheria stesa a asciugare, un’aria di sonnolenta normalità borghese. Questo è un modo per accentuare l’effetto di sorpresa, non per aiutare a capire. La normalità a Bruxelles non è poi così ordinaria. Le scuole del centro, non di Molenbeek, ma di Bruxelles la città che dà il nome all’intera agglomerazione sono piene di bambini arabi. E le case non sono sempre linde e leziose. Abbondano gli anfratti, gli edifici vuoti o negletti nelle stesse vie e piazze del centro. Figuriamoci in periferia, a Molenbeek, Forest o Schaerbeek, tutti posti saliti all’onore delle cronache in questi giorni. E il Belgio è un paese in cui la polizia è molto debole e mal organizzata. E’ formata in notevole misura da uomini che altrove sono semplici vigili urbani, personale reclutato dai Comuni. E allora in questo mondo attraversato da una modernità rapace, dove prima sono arrivati a frotte i maghrebini e poi gli stessi sono finiti tra le braccia della pubblica assistenza, alla fine molte cose inaspettate diventano possibili. La nascita di zone o quartieri off limits, dove la polizia non si fa vedere. E una generazione nuova di maghrebini, nati in Belgio e vissuti ai margini della società europea, accede ai benefici del welfare senza capire esattamente in che mondo vive. Salah ha lavorato per l’azienda municipale dei trasporti. Suo fratello è stato portantino un ospedale. Tutti e due con la famiglia dopo aver dato fuoco al loro alloggio sono stati sistemati in un alloggio posto sulla piazza del Municipio a Molenbeek. Prossimi e lontani, e neppure tanto invisibili, questo è il punto. E’ questo il jihadista della porta accanto, non un infiltrato, non un nemico nascosto. Non avete mai sentito parlare dei coniugi Altobelli? Si facevano chiamare così Germano Maccari e Anna Laura Braghetti, inquilini (lei era perfino proprietaria) di un appartamento in un normale palazzo a Roma in una zona residenziale, in via Montalcini 8 per l’esattezza. Roba di un altro secolo. Solo quarant’anni fa. In quell’appartamento fu detenuto Aldo Moro.

http://www.corriere.it/cronache/08_maggio_05/lavori_prigione_moro_bianconi_2b160e42-1a66-11dd-b32c-00144f486ba6.shtml

http://machiave.blogspot.it/2015/03/il-jhadista-della-porta-accanto.html

 

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2 pensieri su “I misteri di Bruxelles (e Molenbeek)

  1. il titolo che Khaled Fouad Allam diede al suo interessantissimo libro 2 anni fa è stato ripreso dalla Stampa.Io credo che raramente il titolo di un’opera è stato capace più di questo di rappresentare non solo il contenuto del testo ma un nuovo tipo umano, poi replicatosi a dismisura, professionista di qualcosa di mostruoso difficile anche a descriversi. Richiamerei Dante per questo, il quale forse non si stupirebbe. Lui un universo così l’aveva già descritto. Ma almeno lì qualcuno si pentiva.

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