Ricolfi sulla durata della crisi

Luca Ricolfi, Se dieci anni vi sembrano pochi, Il Sole 24 ore, 20 marzo 2016

… Se proprio vogliamo trovare qualcosa di vagamente simile nel passato, più che alla grande crisi del 1929 dovremmo rivolgerci alle lunghe crisi del 1873-1895 e al “decennio perduto” del Giappone dopo il 1990.
Storie ovviamente diverse, ma con due tratti in comune con la nostra vicenda attuale: la persistenza nel tempo, e la tendenza al raffreddamento dei prezzi. Sono questi due aspetti, a mio parere, che meriterebbero oggi una riflessione disincantata. Perché la politica di espansione monetaria non funziona? Perché la crisi dura così a lungo? E soprattutto: esiste una via di uscita realistica? Sul primo punto vorrei fare una contro-domanda: siamo sicuri che l’inflazione non sia ripartita?
Certo, se ci ostiniamo a guardare solo i prezzi al consumo, o la cosiddetta core inflation, è chiaro che i prezzi sono sostanzialmente fermi. Ma basta allargare lo sguardo a tutti i beni, compresi gli asset finanziari e reali (titoli e immobili), per rendersi conto che la politica dei bassi tassi di interesse produce precisamente gli effetti che ci si possono attendere quando mancano stimoli reali: in questi anni gli indici azionari dei principali mercati borsistici sono cresciuti a un ritmo ampiamente superiore a quello degli anni pre-crisi; e persino i prezzi delle case, da qualche tempo, stanno rialzando la testa in paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania. Forse la domanda giusta non è se la politica monetaria riesca a spingere i prezzi, ma se non stia spingendo i prezzi sbagliati, con il rischio di provocare nuove bolle speculative.
Quanto alla durata della crisi e ai modi per lasciarcela alle spalle, forse non sarebbe inutile, anche qui, provare a cambiare la domanda. Siamo sicuri che abbia senso sperare in un ritorno ai ritmi di crescita del passato? E se una crescita del 2% o del 3% fosse l’obbiettivo massimo che un’economia matura può realisticamente porsi? Non dovremmo allora prendere atto che la crisi è finita da tempo in almeno la metà delle società avanzate, e il problema riguarda le altre, quasi tutte interne alla zona euro?
Può darsi che, come spesso mi succede, io pecchi di pessimismo, ma temo che il regime di stagnazione, o di lenta crescita, che si profila all’orizzonte, con l’inedito cocktail di prezzi e produzione entrambe stagnanti, non abbia le sue radici ultime in errori macroscopici ed evidenti (che pure ci sono stati) da parte delle autorità che governano le nostre economie ma sia, per così dire, cablato nelle scelte di fondo delle nostre moderne società “arrivate”.

È opinione abbastanza condivisa che, se l’economia non riparte, è soprattutto perché c’è un deficit di domanda interna, e che è ingenuo aspettarsi assunzioni e investimenti finché il portafoglio-ordini delle imprese piange. Meno condivisa o meno accetta è la spiegazione del perché la domanda interna ristagna, e soprattutto del perché le autorità monetarie e i governi non siano in grado di stimolarla. Eppure è questo che fa la differenza con tutte le crisi del passato, comprese le due che più assomigliano alla nostra attuale (la crisi di fine ’800 e la crisi giapponese degli anni ’90). Il nocciolo della questione è che tutti – governi, imprese, famiglie – dipendiamo dai mercati finanziari per operare, ma nessuno è nella condizione di indebitarsi ulteriormente senza scatenare una tempesta finanziaria globale. E questo per un motivo assai semplice: il debito di ciascuno di questi tre soggetti, che molto era cresciuto prima del 2007, non solo non si è ridotto negli anni della crisi, ma è cresciuto ancora, a un ritmo molto superiore a quello del Pil. Secondo un rapporto McKinsey questo aumento dell’indebitamento, prima ancora che le imprese e gli Stati, ha riguardato le famiglie consumatrici, i cui debiti (a livello mondiale) sono passati da 33 a 58mila miliardi di dollari nel giro di appena 7 anni, dal 2007 al 2014. Ecco perché non ci si può stupire che i bonus elargiti dai governi non si traducano facilmente in consumi: debiti del passato e incertezze sul futuro sono sufficienti a indurre le famiglie a risparmiare anziché a spendere.

Leggi su http://24o.it/d78m4N

http://www.lavoce.info/archives/25377/il-decennio-perduto-del-giappone/

http://www.doppiozero.com/materiali/teorie/christian-marazzi-diario-della-crisi-infinta

 

 

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Un pensiero su “Ricolfi sulla durata della crisi

  1. Interessanti considerazioni. Credo sia evidente che in periodi di bassi tassi di interesse molti abbiano trovato conveniente accedere a finanziamenti per ripagare debiti contratti prima della crisi, mentre meno evidente, se non per la sofisticatezza degli strumenti finanziari oggi a disposizione degli speculatori professionisti, il fatto che il mercato azionario sia di tante volte cresciuto.
    La considerazione su quello che potrebbe essere il “raggiungimento del capolinea” da parte delle economie mature sarebbe invece un tema degno di maggiore approfondimento. In effetti possiamo tranquillamente affermare -senza necessariamente fare riferimento alla teoria marxiana, contestatissima, della caduta tendenziale del saggio di profitto – che un decelerazione della crescita delle nostre economie fosse ampiamente prevedibile, se non altro per l’aumento di produttività causato dalla grande rivoluzione tecnologica degli ultimi 10/15 anni. Dal mio punto di vista credo si stia comunque avvicinando il momento in cui non sarà più possibile sostituire posti di lavoro inutilizzabili nella nuova organizzazione dei processi produttivi con altrettanti posti creati dalle nuove forme di produzione e organizzazione. Allora le strade che si apriranno saranno forse quelle della progressiva riduzione della quantità di tempo complessivamente dedicato al lavoro dalla somma di tutti gli occupati, con un ampliamento del tempo da dedicare a cultura, divertimento, affetti, cura di sé e degli altri; o piuttosto dalla crescita infinita dell’emarginazione dal lavoro e della relativa povertà, con esiti politico sociali da tregenda. Sta alla politica – temo – avere una visione e fare dei programmi per il futuro prossimo…

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