Che gelida manina

Stendhal,
Le rouge et le noir. Chronique du XIXe siècle (1830)

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Venne il gran caldo. Presero l’abitudine di trascorrere le serate sotto un immenso tiglio, a pochi passi da casa. L’oscurità era profonda. Una sera Julien parlava con vivacità, si deliziava del piacere di parlare bene e rivolto a donne giovani; gesticolando, toccò la mano della signora de Rênal, appoggiata sulla spalliera d’una seggiola di legno verniciato, come se ne trovano nei giardini.  La mano si ritirò rapidamente: ma Julien pensò che era suo dovere far sì che quella mano non si ritraesse quando egli la toccava. L’idea di un dovere da compiere e del ridicolo, o meglio del senso d’inferiorità in cui sarebbe incorso in caso di fallimento, allontanò immediatamente ogni piacere dal suo cuore. (I, 8)

Erano già sonate le nove e tre quarti all’orologio del castello, e non aveva ancora osato nulla. Indignato per la propria viltà, il precettore pensò: «Nel preciso momento in cui soneranno le dieci, farò ciò che per tutto il giorno mi sono ripromesso di fare: se no andrò in camera mia e mi brucerò le cervella.» Dopo un ultimo istante di attesa e di ansietà, durante il quale Julien fu come fuori di sé per l’eccessiva emozione, le dieci sonarono all’orologio che si trovava sopra la sua testa. Ognuno di quei fatali rintocchi echeggiava nel suo petto e vi provocava una specie di sconvolgimento fisico. Infine, quando il decimo colpo vibrava ancora nell’aria, egli tese la mano e prese quella della signora de Rênal, che si ritrasse immediatamente. Senza rendersi chiaramente conto di ciò che faceva, Julien la riprese di nuovo, e, benché fosse agitatissimo, fu colpito nel sentirla tanto gelida. La strinse con forza convulsa; sentì che la mano faceva un ultimo sforzo per svincolarsi, ma alla fine rimase nella sua. La felicità gli invase l’anima; non che egli amasse la signora de Rênal, ma era cessato uno spaventoso supplizio. Perché la signora Derville non si accorgesse di nulla, il giovane si sentì in dovere di parlare; la sua voce era forte e squillante. Quella della signora de Rênal, invece, tradiva una tale emozione che sua cugina la credette indisposta e le propose di rincasare. Julien avvertì il pericolo. «Se la signora de Rênal torna in salotto, ricadrò nella spaventosa situazione in cui ho passato tutta la giornata. Ho tenuto la sua mano troppo poco per potermi considerare vittorioso.» Quando la signora Derville ripeté la proposta di rincasare, Julien strinse forte la mano che gli si era abbandonata. La signora de Rênal, che stava già per alzarsi, si rimise a sedere, dicendo con voce spenta: «A dire il vero mi sento un po’ indisposta, ma l’aria aperta mi fa bene.» Queste parole rafforzarono la felicità di Julien, che in quel momento era enorme: egli parlò, lasciò da parte le finzioni e alle due cugine che lo ascoltavano sembrò l’uomo più amabile del mondo. Tuttavia, in questa improvvisa eloquenza, c’era ancora una certa paura. Julien temeva terribilmente che la signora Derville, disturbata dal vento che cominciava ad alzarsi e che precedeva la tempesta, volesse rientrare da sola in salotto. Allora egli sarebbe rimasto a tu per tu con la signora de Rênal. Aveva trovato solo per caso il coraggio cieco di agire: ma sentiva che non era in grado di dire una sola parola alla signora de Rênal. Sarebbe bastato il minimo rimprovero per disarmarlo e per mandare in fumo il vantaggio ottenuto. (I, 9)

Giuseppe Giacosa Luigi Illica, La Bohème, libretto per l’opera di Giacomo Puccini, 1896
Che gelida manina,
se la lasci riscaldar.
(Quadro I, scena VIII)
Mo Yan 
Le canzoni dell’aglio
Einaudi, Torino 2014 (1988), traduzione di Maria Rita Masci
Gong Li
“Stasera devo assolutamente prenderle la mano!”, pensava Gao Ma emozionato mentre fresche onde di felicità invadevano il suo corpo, con la coda dell’occhio guardava Jinju, la figlia di Fang Sishen, in piedi a tre passi da lui. “Devo assolutamente prenderle la mano! Come Julien Sorel che quella notte aveva aspettato, godendosi il fresco, i nove rintocchi della campana della chiesa per prendere, con audacia e sprezzo del pericolo, la mano della moglie del sindaco, così appena il violino di Zhang Kou risuonerà e intonerà la prima canzone, io le afferrerò la mano, la stringerò, le schiaccerò i polpastrelli. Il suo viso, rotondo e di un commovente color dell’oro, è simile a un girasole. Non è alta, ma robusta, fa pensare a un vitello. Ha ormai vent’anni. Devo muovermi. Sento già il calore del suo corpo”. Zhang Kou tossì. Gao Ma fece un passo verso Jinju. Si mosse furtivamente, i suoi occhi, come quelli di tutti, puntavano Zhang Kou, ma non udì una parola di quello che il cieco cantava.
Gao Ma fece un altro passo verso Jinju, fino a sentirne il respiro lieve e addirittura a percepirne il calore del corpo pieno. La sua mano si allungò in esplorazione, come il muso di un animale timoroso, Fang Sishen, la madre, seduta su un alto sgabello davanti a Jinju, tossì. Gao Ma rabbrividì, infilò in fretta la mano nella tasca dei pantaloni, e poi, come fosse impaziente, uscì dal cerchio di luce e nascose il viso dietro la testa di un robusto uomo di mezza età.
“Dannato Zhang Kou, sii un po’ più serio! – pensava Gao Ma. – Mia Jinju, quando ti chini ti si vedono le chiappe, tonde e sode, hai i pantaloni aderenti che seguono perfettamente le tue forme, l’ho notato di giorno nei campi, quando ti abbassi per sarchiare i fagioli”.
“Sei così graziosa, darti in moglie a Liu Shengli è come piantare un fiore nel letame, unire una farafalla con uno scarabeo stercorario. Devo assolutamente prenserti la mano, stasera, deve essere stasera!” Gao Ma fece di nuovo un passo a sinistra, si trovò spalla a spalla con lei, le loro gambe a contatto. Facendo finta di niente, Gao Ma guardava la bocca di Zhang Kou. Non ne usciva alcun suono…

La sera dopo Gao Ma aspettava in ansia dietro un covone sull’aia della casa di Jinju. […] Guardò l’orologio, ma poiché il quadrante non si illuminava non distinse nulla. Pensò che dovevano essere le nove. In quel momento una pendola risuonò in casa di Gao Zhileng: al di sopra del verso dei pappagalli, Gao Ma riuscì a concentrarsi sui rintocchi e in effetti ne contò nove. A quel punto, come era accaduto la sera prima, gli tornò in mente la scena del Rosso e il nero, film a circolazione interna che aveva visto nell’esercito, in cui Julien Sorel aspetta i rintocchi della campana della chiesa per prendere la mano della moglie del sindaco.
La sera prima aveva stretto la mano di Jinju, lei aveva stretto la sua, e si erano separati a malincuore solo quando Zhang Kou ebbe finito la sua esibizione. Nella confusione che era seguita alla fine della riunione, Gao Ma le aveva detto a bassa voce: “domani sera ti aspetto dietro al covone, ti devo parlare”.
Non l’aveva guardata in faccia e non sapeva se avesse sentito o meno.
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