Spotlight o la passione della verità

Simone Lorenzati

Thomas McCarthy, regista de Il caso Spotlight, possiede un pregio raro: il saper lavorare su tempi lunghi, su una sceneggiatura che utilizza tutte le sue due ore di durata per arrivare al punto, non cercando mai piccoli trionfi o intermezzi più o meno acconci. La sua ultima impresa  (vincitrice di due Oscar come miglior film e migliore sceneggiatura) è una sorta di film-fiume, privo di scene madri e capace di aderire solo alla vicenda narrata, che riprende il (vero) scandalo di pedofilia interno alla comunità cattolica di Boston del 2002 (presto poi allargatosi ad altre diocesi). Lo scandalo ci viene mostrato dal punto di vista dei giornalisti del Boston Globe che l’hanno smascherato e raccontato, due azioni che nel film coincidono. Ma la pedofilia è forse l’ultimo degli interessi del film, ciò che ormai tutti sanno, eppure la storia è raccontata con profondo rispetto per le vittime. Il primo obiettivo è invece di mostrare un percorso unitamente ad un piccolo mondo dietro al quale si cela un enorme scandalo. Il caso Spotlight racconta di una Boston cattolica apparentemente impeccabile, ma anche di come quel potere religioso penetri ovunque e contamini ogni struttura, di come ogni istituzione dipenda dalle altre, non ultimo proprio il giornale. Imitando i giornalisti protagonisti della pellicola McCarthy sembra essersi chiesto ad ogni scena come realizzare il massimo con il minimo, e anche l’ottimo cast pare impegnato in una gara di sottrazione (ad eccezione di Ruffalo, l’unico a caricare la propria interpretazione e capace, tuttavia, di farlo con superba maestria). Il risultato è che l’opera riesce contemporaneamente a delineare un personaggio estremamente sobrio come il direttore del Boston Globe (compare poco e parla anche meno, sembra non contare niente ma è il motore di tutto, autorevole seppur con il minimo sforzo) e a montare una storia molto complicata e complessa da chiarire, con lo scopo di portare a conclusione un ragionamento dove si fanno estremamente labili i confini tra responsabilità collettiva ed individuale. Un film intenso ma senza fronzoli in cui l’inchiesta giornalistica riesce a far emergere la verità a discapito di un contesto esterno, ma anche combattendo contro un  tornaconto personale, che vorrebbe fortemente avvenisse l’esatto contrario.

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