Trumbo, mai più

Simone Lorenzati, L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo

La Black List rappresenta una delle pagine più controverse nella storia di Hollywood. Siamo nell’immediato dopoguerra, e l’alleanza tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, in funzione anti-hitleriana, è ormai un lontano ricordo. Cominciano le prime tensioni per la supremazia planetaria, i primi vaneggiamenti, i primi scontri. Tuttavia in America non mancano militanti o anche solo aderenti al Partito comunista, il che rappresenta un problema: da un certo momento in poi dirsi anche solo simpatizzante comunista equivale ad essere visto come un traditore. In questa finestra storica s’inserisce la vicenda di Dalton Trumbo, sceneggiatore decisamente rinomato nel mondo cinematografico di allora. Ci fu un momento in cui divenne lo sceneggiatore più pagato, nominato all’Oscar, conteso da molti, i più grandi. Poi, appunto, la Lista Nera: un comitato a tutela della nazione contro i suoi nemici e l’inizio della Guerra fredda: «via i comunisti dal nostro Paese», è il mantra più o meno esplicito. E prima ancora che dagli Usa, via da quei centri attraverso cui è più facile diffondere l’infezione rossa: visto che il cinema è il medium più potente di tutti via, quindi, i comunisti da Hollywood. Inutile appellarsi al primo emendamento, ripetere che dirsi comunista non equivale ad essere filorussi, che l’amor patrio può convivere e via discorrendo: la frenesia è dilagante e la storia, prima ancora che il governo, bussa alla porta dei dieci. Sono i “Dieci di Hollywood”, torchiati dal Congresso, “venduti” da persone con cui il giorno prima condividevano la tavola. Trumbo finisce in carcere. L’approccio del regista Jay Roach alla vicenda tenta di soffermarsi sul Trumbo uomo, dunque anzitutto marito e padre. Tuttavia la posizione del regista è esplicita ed i persecutori di Trumbo vengono dipinti come degli invasati patriottici, che siano marionette (John Wayne) o promotori (Hedda Hopper). Invasati a dispetto del contegno di facciata, ineludibile considerata la società dell’epoca, ma senza dubbio personaggi negativi, come il primo accusatore, successivamente condannato per evasione fiscale, o la perfida Hopper (Helen Mirren), che assume su di sé il ruolo di primo inquisitore. Diverso è, invece, il trattamento riservato ai delatori, verso cui Trumbo evidentemente non coltivava disprezzo, cercando di comprendere le difficoltà di un periodo come quello. Ottimo Bryan Cranston nei panni di Trumbo, capace di immedesimarsi al meglio nel personaggio e in grado di mischiare dramma ad ironia. Roach lavora sulla singola scena, ma soprattutto sui dialoghi, da cui passa il senso della vicenda, tra una frase ad effetto ed un botta e risposta arguto. Bene anche il cast “di contorno” (su tutti John Goodman, il cui King fatto da un altro non riesci nemmeno a immaginartelo così come il surreale ingresso di Otto Preminger). E non va affatto sottovalutato il ruolo della moglie Cleo (Diane Lane), che per certi versi è l’ago della bilancia, l’elemento senza il quale probabilmente questa storia non esisterebbe nemmeno. L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo ci informa dunque di una Hollywood che fu. E di come, senza rinnegare le proprie convinzioni ed i propri ideali, Trumbo sia, infine, riuscito a riconquistare il lavoro ed i premi da questo derivatigli potendo, nuovamente, abbandonare gli pseudonimi a cui per anni dovette ricorrere. Il messaggio di Roach pare davvero essere semplicemente “mai più”.

Lettere dalla guerra fredda / Dalton Trumbo. – Milano : Bompiani, 1977. – XXIV, 260 p. ; trad. di Franca Pirozzi. Biblioteca dell’Istituto Gramsci IGB.H.A5.13986.289

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